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Le ragioni di una scelta - di Giorgio Zangirolami.
Giorni fa, mi è stato domandato cosa mi ha spinto ad intraprendere un percorso così lungo, per l’impegnativa messa in scena della Piccola città, indossando i panni di un personaggio marginale, il poliziotto della provincia americana che, nella totale assenza di infrazioni della legge, nei suoi rari interventi parla solo del tempo che fa (sic!). Ebbene, non ci sono segreti: quando mi chiedono di respirare la polvere di un palcoscenico entro in fibrillazione e la prospettiva di una nuova avventura teatrale mi risulta sempre affascinante.
I differenti piani su cui può svilupparsi il rapporto con un’opera teatrale sono, per me, fonti di piacere: dalla semplice lettura del testo alla lenta, paziente, attuazione sulla scena, momento creativo che conserva sempre i connotati della sorpresa e della magia, molto simili alla prodigiosa estrazione, da parte dello scultore, di plastiche ed imprevedibili forme dal blocco minerale.
Accade poi, che un testo drammaturgico generi una sorta di innamoramento e questo accade in me con maggiore frequenza leggendo gli autori americani; probabilmente dovrei cercarne le motivazioni nella fonte da cui hanno tratto ispirazione gli scrittori statunitensi tra le due guerre (ed anche nel fantastico ventennio artistico 50/60), cioè quel "sogno americano" capace di suscitare sentimenti ed emozioni, talvolta travolgenti, dove a narrare le loro storie sono persone comuni, semplici cittadini, attori di vite molto simili alle nostre, in cui è per noi molto facile identificarsi e comprenderne le passioni.
Lo studio del teatro classico, ma anche di quello europeo della prima metà del ‘900, riservano sempre straordinarie occasioni di riflessione sulla vita e sul significato dell’esistenza ma, sovente, solo su un piano strettamente filosofico, oggettivamente più distaccato, mentre il coinvolgimento emotivo e le umanissime passioni di cui è densa la drammaturgia di Thornton Wilder, permettono al lettore-attore-spettatore di abbandonare la naturale passività che sbilancia il rapporto con la messa in scena, entrando così da protagonista nella rappresentazione teatrale della propria vita.
Giorgio Warren 8/2/2004
Torino 15 marzo 2003
Una domanda al Direttore Artistico della Compagnia Teatrale Vittorio Alfieri, Nico Castello.

Caro Direttore,
da tempo assistiamo a rappresentazioni di opere in prosa e lirica pesantemente modificate sia nel testo che nell’ambientazione: vedi le recenti "Il Malato immaginario", "Le Allegre Comari di Windsor", per non parlare di un "Macbeth" di Verdi, al Regio di Torino, ambientato negli anni cinquanta. I tuoi allestimenti, invece, hanno sempre una rigorosa attinenza con il testo e talvolta anche con le disposizioni dell’autore.
Qual è la tua opinione in proposito? Pensi che un testo o uno spartito debba trasmettere fedelmente il messaggio artistico dell’Autore, o possa essere anche un mezzo che il Regista è autorizzato a manipolare secondo i propri intendimenti?

Risposta.
La risposta alla domanda che mi è stata posta non è semplice, soprattutto dovendola contenere in uno spazio ristretto. Esistono tradizionalmente due tipi di regia: la "interpretativa" (sostenuta inizialmente da Antoine in Francia, dai Manninger in Germania, dal primo Stanislavskij in Russia e in Italia da Silvio d’Amico) e la "creativa", sostenuta soprattutto dalle avanguardie della prima metà del ‘900 ed ora adottata dalla maggior parte dei registi attuali. La prima forma di regia parte dal principio che il Regista (e tutta l’èquipe) sono al "servizio del testo", cioè a servizio dell’Autore e cerca di interpretare il pensiero dell’Autore stesso, studiandone gli scritti, le lettere, la vita, i tempi per rendere meglio i suoi concetti (o quelli che sembrano tali). La regia creativa considera invece il testo un semplice strumento, come gli attori, le musiche, le scene, gli oggetti etc., al servizio del Regista per dargli la possibilità di "creare" uno spettacolo "suo": tanto che oggi si parla della "Vita è sogno" di Ronconi, della "Tempesta" di Strelher, del "Macbeth" di Pountney etc., anziché abbinare l’opera al nome del corrispondente Autore, Calderòn della Barca o Shakespeare.
Ognuno è libero di pensarla come vuole, e in entrambi i casi si sono prodotti spettacoli-capolavoro e ignobili farse: queste ultime facilitate, ovviamente, dalla regia "creativa" che permette sotto il comodo alibi della "creazione" di alterare e straniare qualsiasi testo, di mettere in scena qualsiasi idea balzana venga in mente a sedicenti Registi.
La Compagnia Teatrale Vittorio Alfieri che ho l’onore di dirigere si è sempre basata si regie di tipo "interpretativo", per una sorta di doveroso rispetto verso chI ha scritto un’opera d’arte. Io penso che chi ha sete (giustamente) di novità… può benissimo scriversi testi nuovi, originali, magari bellissimi, senza scomodare Amleto e la Dama delle Camelie.
Del resto, è più giusto dipingere un quadro nuovo o fare i baffi alla Gioconda?
Nico Castello
EH! EH! EH!
Il luogo dove la nostra Compagnia si raduna per le prove rassomiglia sempre di più all'atrio di una stazione ferroviaria, dopo che gli altoparlanti hanno annunciato che il treno avrà due ore di ritardo.
Per lo più le facce sono simili a quella di chi si rassegna alla perdita di tempo e cerca di ovviare come può. Nessuno si interessa veramente a ciò che avviene sull'ipotetica scena. V'è chi studiacchia o legge un attraente best-seller(i più raffinati lo fanno anche quando sono in scena!), oppure parlotta con l'occasionale vicino di sedia. Uno, il serafico che non manca mai in simili conclavi, dorme con il mento sul petto, un paio d'altri, invece, tormentano nevroticamente il telefonino in attesa di un messaggio che tarda ad arrivare.
Nessuno butta gli attori in scena perchè sarebbe un delitto distoglierli dai loro pensieri. Pensieri che hanno l'aria di essere di gran lunga predominanti sull'incresciosa necessità di ascoltare le lagne di una che è morta ma non lo sa. Però poi lo capisce.
A tratti un recitante si alza pigramente e, raggiunto l'epicentro della sala, borbotta le sue battute con il medesimo entusiasmo vocale con cui viene annunciata la partenza del regionale per Fossano, poi torna alla sua nicchia.
Nel frattempo la temperatura del locale scema inesorabilmente, sincrona con quella del sedere di chi sta seduto sul parquet, ed il nervosismo serpeggia. Si consultano i cronometri, i parlottii si fanno più fitti nonostante gli sguardi severi del capoclasse. Suona la campanella e tutti sciamano fuori festosi, anelanti a più confortevoli lidi.
__________________________F.to: Pape Satan Aleppe.
IL CONTRADDITTORIO:

"Il teatro non è archeologia. Il non rimettere mani nelle opere antiche per aggiornarle e renderle adatte e nuovo spettacolo significa incuria, non già scrupolo degno di rispetto. E questo perché è legittimo? Perché l'opera d'arte in teatro non è più il lavoro di uno scrittore, che si può sempre del resto in altro modo salvaguardare, ma un atto di vita da creare, momento per momento, sulla scena col concorso del pubblico che deve bearsene"
Luigi Pirandello
da A. Cipolla in SISTEMAMUSICA, dicembre 2003
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