VITTALFIERI
 
STORIA DELLA NUOVA COMPAGNIA TEATRALE
VITTORIO ALFIERI
DIRETTA DA NICO CASTELLO
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La Rinascita
(ovvero: dal Castello di Elsinore alla Reggia di Tebe)


Cronache della Compagnia Teatrale Vittorio Alfieri
a partire dalla sua rifondazione nel 1982




a cura di
Nico Castello








Prefazione.

Mi sembra giusto sottolineare che queste cronache – redatte con l’aiuto dei miei “Compagni d’Arte” che mi hanno ricordato fatti ed episodi utili a completare i miei personali ricordi – non hanno alcuna pretesa letteraria: vogliono semplicemente essere un contenitore degli eventi, delle occasioni, dei divertimenti, dei tentativi che ci hanno accompagnato per tanti anni della nostra esistenza, permettendoci di “tornare giovani” o, meglio, di mantenerci tali; di conoscere nuove persone; di fare esperienze originali; di aumentare la nostra cultura e, in definitiva, di arricchire la nostra vita.
Una Compagnia Teatrale è una sorta di strana famiglia in cui si progetta, si discute, si litiga, ci si offende, ci si arrabbia col “capofamiglia” (ma poi si è sempre pronti ad aiutarlo); una famiglia in cui ci si vuole molto bene e nella quale gli intimi e affettuosi rapporti si interrompono stranamente fra uno spettacolo e l’altro per immediatamente riprendere alla prima prova dello spettacolo successivo; una famiglia in cui i “nuovi” dopo due prove diventano dei vecchi amici; una famiglia in cui non esistono differenze di età, di ceto, di professione, di provenienza ma tutti sono parte di un unico organismo che ha il palcoscenico di ogni teatro come habitat naturale.
Il Teatro ci permette di vivere vite alternative, di vestire panni e agire in situazioni che non incontreremmo mai nella vita reale, quindi allarga a dismisura i nostri orizzonti e concretizza – sia pure in piccola parte – quel poliedro di attitudini e di aspetti diversi della personalità che costituiscono la vera ricchezza di ogni essere umano.
In appendice ho pensato di inserire la cronologia di tutte le rappresentazioni a partire dalla “rinascita” della Compagnia Teatrale Vittorio Alfieri – nata mezzo secolo fa sui banchi dell’omonimo Liceo e rinata nel 1982 per opera degli antichi protagonisti – e l’elenco alfabetico di tutti i nomi di attori e tecnici che compaiono, in grassetto, nei vari paragrafi di queste “Cronache”: questo perchè ciascuno possa ritrovare subito i punti dov’è citato e soddisfare così la sua irriducibile vanità, caratteristica, peraltro indispensabile, di chiunque indossi un costume e salga su un palcoscenico...
Una terza Appendice raccoglie, invece, i cosiddetti “fogli di regia”: quei fogli, cioè, in cui vengono illustrati i concetti che hanno guidato la messa in scena delle opere principali e che rappresentano un po’ la documentazione dello “stile” che la Compagnia si è data negli ormai tanti anni della sua attività. Buona lettura da

Nico Castello


Un particolare ringraziamento a Lalla Volante e a Piero Castello, vere “memorie storiche” della Compagnia, che mi hanno rammentato episodi ed eventi che avrei dimenticato.

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LA RINASCITA.

Era il 5 febbraio del 1982 quando il gruppo dei vecchi amici del Liceo Alfieri venne invitato a casa di Lalla Volante, a Pino Torinese, per una di quelle “rimpatriate” di solito tristissime, nelle quali uno vede nelle rughe e nel colore dei capelli altrui rispecchiarsi la propria età (a cui in genere cerca di non pensare). Per la precisione, erano presenti, oltre – ovviamente – alla padrona di casa, Nico e Piero Castello, Ermanno Barni, Giuliano Grammatica, Gianni Baiotti, Mario Bessone con la moglie e la figlia di Lalla, Lina Gaggero.
Tra un ricordo e l’altro vecchi episodi venivano man mano a galla, forse anche leggermente modificati dalle nebbie del tempo e dal desiderio di ricordare la giovinezza in un certo modo, idealizzandola. E non poteva quindi mancare il ricordo dell’attività teatrale della Compagnia Vittorio Alfieri – che appunto dal Liceo prendeva il nome – e che aveva visto i suddetti “ragazzi” impegnati nella “Partita a scacchi” di Giuseppe Giacosa, in “pièces” originali (e tremende!) di Nico Castello,che già da fanciullo si piccava di fare l’autore di teatro (“Il sacrificio”,“Nel nome d’Italia”, “Maddalena”) fino al “classico” Tito M. Plauto di cui era stato rappresentato il “Curculio” al Teatro S.Giuseppe per tutti i Licei Classici di Torino e a “Romanticismo” di Gerolamo Rovetta, dopo il quale Lalla Volante si era ritirata dalle scene per sposarsi giovanissima.
A livello universitario l’attività era continuata con “L’amorosa tragedia” di Sem Benelli, “I Fiordalisi d’Oro” di Gioacchino Forzano, “Esami di maturità” di Ladislao Fodor, “Ufficio oggetti smarriti” e “Ultime della sera” di Castello, “Il germoglio” di Gianfranco Menini, (Vincitore del Premio GEI 1958), “Una strana bottega” di Carla Bertola, “La locandiera” di Carlo Goldoni, fino a “La vita è sogno” di Calderòn de la Barca che aveva posto fine alle attività.
Durante quella serata del 5 febbraio venne anche riletto qualche brano della “Partita a scacchi” che, debitamente registrato, rappresenta un documento “storico” della ripresa attività.
Più che altro come battuta (siamo in campo teatrale,no?), Nico a un certo punto buttò là la proposta, un po’ folle, di rimettere in piedi la Compagnia Teatrale: con suo stupore, la “battuta” fu presa molto sul serio: in fondo sarebbe stato un bel metodo per “scaricare” le tensioni giornaliere, il lavoro, le preoccupazioni famigliari, e chi più ne ha più ne metta. Ma che cosa mettere in scena? Nico aveva da sempre un suo sogno nel cassetto: l’”Amleto” di Shakespeare, che la giovane età e il sacro timore di confronti fatali aveva impedito di tentare all’epoca del teatro liceale e poi universitario. Del resto, visto che c’erano la volontà e il coraggio di “buttarsi”, tanto valeva far sul serio e puntare subito in alto. Così, la scelta venne approvata, anche perchè Nico aveva astutamente presentato alcune alternative per dare a tutti l’illusione di una scelta “democratica”: tali alternative erano ben più difficili dell’”Amleto” per complessità di allestimento e numero di interpreti, per cui “Amleto” finì con l’esser visto come la soluzione più...semplice.
Come sempre, dopo l’entusiasmo iniziale cominciarono le difficoltà,

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rappresentate soprattutto dalle prime defezioni: il primo “fuggitivo” fu Gianni Baiotti, che telefonò a Nico qualche giorno dopo la riunione dicendo che non se la sentiva più di calcare il palcoscenico, riteneva di non averne più l’età e via dicendo. Poi fu la volta di Giuliano Grammatica, che – dopo qualche prova nei panni di Orazio – decise anch’egli di ritirarsi. Naturalmente il nucleo originale di interpreti non bastava per coprire l’intero cast, così cominciò la ricerca di altri elementi. Per il ruolo del Re Claudio, rifiutato da Ermanno (“perchè non ho tempo”, frase tipica fin dai tempi del Liceo) Nico interpellò un
altro vecchio amico del periodo alfieriano, Eugenio Cassarino , non invitato alla prima riunione perchè Lalla non lo conosceva ancora. Fortunatamente Eugenio accettò di buon grado la proposta e si unì al gruppo. Un’infermiera del Regina Margherita, ove lavorava Nico come Primario di Pneumologia, Beatrice Capoti, che aveva più volte manifestato interesse per il teatro, venne scritturata per la parte di Geltrude, mentre la morte del padre di Claudio Giacomini – un odontoiatra compagno di liceo di Lina, la figlia di Lalla – gli impedì di accettare il ruolo di Laerte, che passò ad Alfredo Visca, anch’egli medico presso il Regina Margherita e aiuto di Nico. Un altro odontoiatra compagno di Lina, Mauro Bocci , divenne Orazio, mentre il neurospichiatra Felice Colonna accettò di cimentarsi col personaggio di Polonio. Lalla sarebbe stata Ofelia, e Lina Gaggero l’Attrice, affiancata da Ermanno, che, dopo aver rifiutato anche il ruolo di Orazio e dopo aver litigato con Nico, che, avendo preso la cosa come un’offesa personale gli aveva scritto una letteraccia dopo aver prima tentato di convincerlo con una inutile telefonata dalla Sardegna (ove si trovava per lavoro), accettò – per amicizia - almeno la limitata ma interessante parte. Un altro aiuto di Nico, Dario Franchi – dalla maestosa voce da basso – sarebbe stato lo Spettro, mentre il pediatra Silvio Ferraris avrebbe interpretato Marcello ed un ennesimo medico, Piercarlo Barocelli, il giovane Osrico. Giovanni Bianco – altro “reduce” dei trionfi teatrali liceali e universitari – si accollò il ruolo di Bernardo; ma l’elenco della partecipazione “pediatrica” non finiva lì: il prof.Sebastiano Cocuzza accettò il ruolo del Becchino (per un medico non è l’ideale), Claudio Robusto diventò Rosenkrantz, affiancato dal celebre pittore Sergio Albano (che avrebbe anche collaborato con Piero Castello nella realizzazione delle scene ideate da Enzo Panizzi) , nel ruolo di Guildenstern. Un’ altra infermiera del Regina, Rosanna Emma, a capo di un gruppo di Mimi (Moreno Papi, Francesca Saglinbeni e Toni Martinotti) si sarebbe occupata della scena degli Attori; Gianna Crupi (segretaria di Lalla) e Caterina Corbascio avrebbero interpretato i ruoli delle dame, mentre Carlo Nicola sarebbe stato l’altro becchino e il medico Saluzzo (finito poi sui quotidiani per una questione legale correlata alla sua attività di dietologo..) un soldato del re. Renato Masoli, elettricista del Regina Margherita, si sarebbe occupato dell’impianto elettrico.
Per La cronaca, dobbiamo ricordare che iniziò da queste prove un’abitudine che diventerà un “classico” della Compagnia: le parole crociate compilate da Eugenio durante tutte le prove, anche per tre ore consecutive...


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AMLETO VA IN SCENA.

Dopo un anno di prove effettuate a Pino Torinese, mentre Piero Castello e Sergio Albano fabbricavano la scena in garage, soffitta o cortile della seicentesca tenuta di Sergio, e con la collaborazione di Piera Dalmazzo, moglie di Enzo, quale suggeritrice, finalmente – il 26 maggio 1983 - si andò in scena, avendo programmato due repliche: la “prima” a Torino, al Teatro S.Giuseppe, la seconda – il 28 - al bellissimo teatro Milanollo di Savigliano.
Durante una delle prove in teatro comparve in platea una signora dai lunghi capelli e dall’occhio penetrante, con un’aria vagamente inquisitoria e si piazzò in prima fila. Nico interruppe la battuta che stava provando e incrociò quello sguardo, tra l’interrogativo e il seccato: infatti non voleva estranei alle prove,specie estranei che lo fissassero come fotografandolo. L’inquietante apparizione venne chiarita nell’intervallo: si trattava di un’amica di Lalla, Giancarla Marmo, ex attrice del teatro leggero (aveva recitato con Macario), autorizzata da Lalla ad assistere alla prova. Diventerà una delle più care amiche e collaboratrici, partecipando poi – come vedremo – alle attività del gruppo.L’ultima prova fu in un Teatro di Grugliasco, dove Piero e Sergio dopo aver costruito un arco nel Museo delle Antichità a Torino, avevano portato le scene con un trattore (!) illuminandole di colpo all’arrivo degli attori, che erano scoppiati in un lugno applauso, che verrà ripetuto dal pubblico all’alzarsi del sipario alla “prima”.Nel pomeriggio della rappresentazione capitò un episodio curioso: Lalla e Beatrice si erano recate da Audello – il noto acconciatore teatrale torinese - per pettinatura e trucco e giunsero quindi in teatro in sciarpa e cappotto ma col viso perfettamente truccato da scena. Il guaio che proprio in quel pomeriggio il teatro era stato affittato ad una Associazione Laico-religiosa che si occupava della moralità della famiglia: ora, il trucco teatrale, si sa, è abbastanza pesante in funzione dell’effetto che si deve ottenere sotto i riflettori, per cui l’entrata delle due, truccate in modo “caricato” e con occhi bistrati tanto da farle parere come due...passeggiatrici, venne salutato dai partecipanti all’assemblea con sguardi tra lo stupefatto e lo scandalizzato. Insomma: erano proprio...fuori ambiente! L’episodio portò fortuna, perchè tutto sommato la “prima” filò liscia e senza incidenti di particolare rilievo, se si eccettua che Osrico-Barocelli e la relativa fidanzata si mangiarono da soli quasi tutti i panini preparati per la troupe, suscitando imprecazioni e proteste irripetibili...
Il pubblico seguì i cinque lunghi atti con molta attenzione. Un calo di tono ci fu all’ultimo atto, quando la battuta (di per sè infelice) di Osrico davanti a Laerte che cade a terra trafitto dalla spada di Amleto (“Come va,Laerte?”) venne detta dal Barocelli con un tono di tipo così discorsivo ed amabile, del tipo “Hai fatto buone vacanze?” da suscitare qualche giustificata risata in platea. La dimenticanza di Beatrice di mettersi la medaglia al collo col ritratto del re vene salvata da Nico modificando la battuta...Comunque, teatro pieno, incasso ottimo e tutti soddisfatti.
Un altro episodio curioso va attribuito a Matteo Piombo,che, nei panni

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del soldato Francesco, doveva entrare in scena e porgere al re un biglietto,
pronunciando la battuta: ”Un messaggio del principe Amleto”: si trattava infatti
del messaggio che Amleto invia al re dalla lontana Inghilterra, dopo essere sfuggito alle insidie mortali dei due sicari Rosenkrantz e Guildenstern. Nonostante la trama della vicenda fosse stata spiegata più e più volte, Matteo continuava a entrare in scena dicendo “un messaggio per il principe Amleto”, il che rovesciava tutta la situazione. Un’ultima raccomandazione prima di entrare in palcoscenico,ma...niente da fare. Dopo aver assicurato: Ho capito, ho capito...Matteo entrò trionfalmente in scena con “un messaggio per il principe Amleto”, perdipiù buttata là con uno squisito accento meridionale che assai poco si addiceva al regno di Danimarca...
La replica di Savigliano fu esaltante: in città dal mattino, mentre Piero , Sergio Albano e Lina (a Savigliano dalla sera precedente) lavoravano da forsennati a metter su la scena al Milanollo (lavorando essenzialmente di notte, perchè di giorno il Teatro era occupato da un Concerto di Musica da camera di cui nessuno aveva preavvisato..) gli attori giravano per i portici ad ammirare i cartelli teatrali di cui era costellata la cittadina, gonfi come tacchini.
Prova generale al pomeriggio, festeggiamenti per il 28° compleanno di Silvio Ferraris e alle 21: tutti in scena! Il pubblico del Milanollo (non numerosissimo,a causa di una concomitante festa in Comune per le nozze della figlia del Sindaco) è particolare: applaude ad ogni entrata in scena e ad ogni uscita di chiunque, al punto da disturbare la continuità dell’azione. In questa replica venne opportunamente modificato il tono della famosa battuta “Come va,Laerte?”, ma in compenso si registrarono due nuovi problemi: un abbassamento di voce di Nico che si salvò con iniezioni endovenose di cortisone e un colpo di spada al capo subito dallo stesso per opera di Visca-Laerte durante il duello finale: che il giovane e ambizioso aiuto tentasse di eliminare il suo primario per prenderne il posto? Mah!
Comunque, tutto è bene quel che finisce bene e l’esordio della Nuova Compagnia Teatrale Vittorio Alfieri (così era stata ribattezzata in memoria delle sue origini) si può dire riuscito. Certo, rivedendo adesso alcuni particolari, verrebbe da criticare una scelta così pericolosa: viene in mente una critica comparsa su “Tempo Medico” in cui, pur lodando lo spettacolo, si accennava che, in quanto a dizione di alcuni, più che al Castello di Elsinore pareva di essere su quello di Moncalieri... ma l’entusiasmo evidentemente supplì alle inevitabili manchevolezze, alla inesperienza dei più giovani e alla “ruggine” accumulata dai più anziani, tanto che ci si mise subito al lavoro per trovare un testo adeguato alla prossima “mise en scène”.

NEL FRATTEMPO...
Nell’attesa della nuova impresa, la troupe si mantiene in allenamento con performances minori: ad esempio Il 22 maggio del 1984 la Compagnia organizza una conferenza di Piero Ferrero, Direttore del Centro Studi del Teatro Stabile di Torino sulla storia del teatro, con una serie di “esempi” tratti

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dagli autori più famosi, dai tragici greci a Jacopone da Todi, dalla Commedia dell'Arte a Shakespeare e Marlowe, da Molière a Goldoni, fino ai "moderni" Ibsen e Beckett. Ne erano interpreti Guglielmo Bracco (laboratorista del
Regina Margherita), Castello, Gaggero, Volante, Giacomini, con la partecipazione di due attori della Compagnia “La Mousse”, Mario Priore ed Elena Zegna.
ll 9 Giugno 1984 il Lions Club Moncalieri in collaborazione coi Lions di Aosta organizza una riunione culturale al Castello di Verrès e la Compagnia Alfieri viene “scritturata” per una lettura (accompagnata da musiche e diapositive) della celebre “Partita a scacchi ” di Giacosa, che appunto in quelle zone si sarebbe svolta. La regia è di Nico e Piero Castello, interpreti sono Lalla Volante (Jolanda), lo stesso Nico (Fernando), Eugenio Cassarino (Challant) e Alessandro de Giorgis (altro pediatra!) è Oliviero di Fombrone e Prologo. Lina Gaggero fa da Narratrice. Assai divertente – anche se faticoso –
l’allestimento, con salita a piedi verso il Castello con fari, cavi e tralicci sulle spalle...I tecnici “locali” – da buoni valdostani – all’inizio si dimostrarono piuttosto “asciutti” e scostanti, poi, una volta scoperta e apprezzata l’abilità di Piero sugli allestimenti teatrali, aprirono...il loro cuore e collaborarono con entusiasmo, finendo il lavoro con una bella bevuta di grappa nella celebre “coppa dell’amicizia” tipica della Valle. Alle 21 spettacolo, successo pieno, seguito da ricca cena in un celebre risorante situato proprio sotto la Rocca di Bard, altro luogo citato nella “Partita”.
La stessa opera viene poi replicata in un’edizione radiofonica per l’emittente “Radio Incontri” il Sabato 30 giugno, con Ermanno Barni nel ruolo di Challant e Cassarino in quello di Fombrone. Ma il 19 e il 26 Maggio la trasmissione era stata preceduta dalla messa in onda di due altre pièces: “Le tende degli arabi” di Lord Dunsany (Castello,Cassarino, Bocci,Franchi, Visca,Volante) e “Le regine di Francia” di Wilder (Volante,Gaggero, Capoti, De Giorgis).


LA TRAGEDIA “MALEDETTA”..

Affascinati da un’edizione di Macbeth interpretato da Vittorio Gassman e Anna Maria Guarnieri, Nico e Lalla (che erano un po’ i “motori trainanti” della Compagnia e se ne assumevano il peso organizzativo), riuscirono a convincere la troupe che sarebbe stata una bella impresa (e del tutto insolita per i non-professionisti) allestire il Macbeth di Shakespeare . E’ vero che il Macbeth è ritenuto la tragedia “maledetta”: durante l’allestimento capita di tutto: attori si ammalano, altri hanno incidenti d’auto, l’impianto elettrico del teatro salta e altre piacevolezze del genere. Ma perchè non sfidare la sorte, considerata la bellezza del testo e la sua prorompente teatralità?
Tutti si convinsero, e nell’autunno del 1984 ci si mise all’opera, con rinnovato entusiasmo. Lo “zoccolo duro” della Compagnia ricopriva anche


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questa volta i ruoli principali: Nico Castello curava la regia e interpretava il ruolo di Macbeth, Lalla Volante quello di Lady, Silvio Ferraris era Donalbain, mentre entrava Claudio Giacomini nel ruolo di Malcolm. Eugenio Cassarino era l’antagonista Macduff, Beatrice Capoti la regina delle streghe, Mauro Bocci Lennox, Lina Gaggero Lady Macduff, Giovanni Bianco e Claudio Robusto i due sicari, Dario Franchi Banquo, Ermanno Barni il portiere, Enzo Panizzi uno spettro, Felice Colonna il Medico e Guglielmo Bracco Ross. Ma i ruoli non erano solo questi e quindi si rese necessario l’innesto di forze nuove: Beppe Grazia e Franco Garofalo (ancora pediatri!) vennero scritturati per le parti di Siward padre e figlio; il suocero di Beppe, Elio Di Biasi per quella di Angus;la piccola Consolata Bracco per quella di Macduff figlio. Inoltre entrarono nel cast Andrea Bertone come Seyton, Marzia Luciano e Patrizia Maddaloni come streghe (sempre organizzate e istruite da Rosanna Emma), Laura Franzin, medico dell’ufficio d’Igiene, come Dama di Lady Macbeth. Piero Castello , con Sergio Albano e il gruppo dei pittori di v.Perrone si occuparono delle scene e la moglie di Piero, Franca Isaia, della parte fonica, mentre Laura Motta, amica di Lina, avrebbe fatto da suggeritrice e Maria Oliveto realizzava i costumi di Albano.
Volutamente ho lasciato per ultimo l’innesto di Giovanni Moro, chirurgo pediatra, sia perchè la sua entrata nella Compagnia ha avuto un ‘inizio del tutto particolare, sia perchè Moro diventerà da quel momento una delle “colonne portanti” dell Compagnia stessa.
Mancava un ruolo breve ma essenziale: quello di Duncan, re di Scozia e vittima prima del sanguinario protagonista. Un giorno, in ospedale, capitò a Nico di andare in sala operatoria per informarsi di una sua paziente in attesa di intervento: passando nel corridoio della sala notò un collega pronto a operare, con il capo coperto da una cuffia di un tessuto a maglia dalla quale usciva un volto accigliato, con tanto di nobile barbetta grigia ed occhio penetrante: vedere quella figura e pensare al re di Scozia fu tutt’uno: “Ho bisogno di te”- disse Nico – “In cosa posso esserti utile?” – chiese l’altro di rimando, pensando a qualche favore di natura medica. “Dovresti fare Re Duncan di Scozia nel Macbeth”. “Va bene” rispose Giovanni Moro , come fosse la richiesta più normale della giornata, e l’indomani sera – copione alla mano – si cimentava con autorità nella sua nuova veste di attore shakespeariano.
Non accaddero durante i lavori di allestimento (le prove si svolsero a Pino, poi al Teatro Valdese di c.Vittorio) episodi particolarmente gravi, ma – tanto per non smentire del tutto la fama negativa dell’opera – scoppiarono un paio di litigi con le “streghe”, che assumevano toni un po’ troppo da dive del palcoscenico. Un curioso episodio fu poi provocato proprio da una delle “streghe” (per “fair play” non la citeremo..):una sera, terminate le prove verso mezzanotte, ci si divise per tornare a casa. Ma all’una giunse a Lalla la furente telefonata di una madre che voleva sapere dove fosse finita la figlia: risposta negativa e nuova telefonata alle due del mattino, (con madre sempre più furente), che non trovò di meglio che accusare – e con un tono che non


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ammetteva repliche - la Compagnia di essere un’accolita di persone poco serie e poco raccomandabili, senza lesinare epiteti...anche meno cortesi. Si scoprì poi che la fanciulla si era semplicemente trattenuta per un’ora o due a chiacchierare (?) in macchina con uno degli attori del gruppo (per “fair play” non citeremo neanche lui...)
Accadde invece un incidente importante il giorno della I rappresentazione al Teatro Valdocco: infatti il camion che portava gli elementi scenici finì nel fosso per la strada bagnata e, a poche ore dall’inizio, si rischiò di restare senza scene! Lalla sfoderò la freddezza che aveva sempre in questi casi, in breve tempo rimediò tramite la sua ditta un altro mezzo di trasporto e le scene, sia pure in ritardo, arrivarono in tempo utile per essere montate. Durante le fasi frenetiche del montaggio un altro episodio turbò non poco Piero Castello infatti, a metà lavoro, Sergio Albano (con cui Piero si era già un po’ scontrato perchè non era arrivato il telone bianco promesso per il fondo e sostituito quindi col solito fondo nero) si ricordò che gli scadeva il pagamento delle tasse, per cui piantò lì i lavori di allestimento e uscì, con olimpica calma, per recarsi agli uffici competenti. Al povero Piero usciva il fumo dalle orecchie, ma riuscì comunque (nonostante una caduta da qualche metro mentre montava una torre) a finire tutto in tempo: alle 20,30, come previsto, si alzava il sipario sulla “tragedia maledetta”.
Fra il pubblico della “prima” c’era anche il noto attore Michele Oberto, primo maestro di Nico, e numerosi compagni di scuola di Mario, il figlio di Nico, che pensarono bene di dedicargli un applauso di sortita alla comparsa di Macbeth del I atto, un po’ come capitava – in campo lirico - a Del Monaco o alla Tebaldi: questo applauso galvanizzò la troupe (e soprattutto il protagonista..) che resero al massimo delle loro possibilità. La scena era di grande effetto, arricchito dall’uso della “macchina della nebbia” per le scene delle streghe, il che dava un tono assai professionale all’allestimento.
“Macbeth”, dopo la prima, fu replicato 2 volte nella stessa giornata, con un tour di force non indifferente per gli attori, trattandosi di un’opera in 5 atti!
La recita pomeridiana fu disturbata da una situazione particolare: infatti a fianco della sala del Valdocco c’era un cortile che – essendo di Sabato – veniva usato dai ragazzini della zona per giocare a calcio: per cui, fra una battuta shakespeariana e l’altra, capitava di udire “ Dài, passa ‘sta palla!..Ma cosa fai, cretino?...Non vedi che sei fuori gioco?..” ed altre piacevolezze condite da epiteti meno ripetibili. Ma Shakespeare è talmente grande che sopporta anche questo! Un particolare che sorprese tutta la troupe fu l’irremovibilità di Giovanni Bianco sulla decisione di andare a cenare a casa tra la fine della recita pomeridiana e l’inizio di quella serale: se si considera che Giovanni abita a Settimo Torinese, il rischio che non arrivasse in tempo per la ripresa dello spettacolo era notevole: ma l’attore, come si è detto, fu irremovibile. Lui mangiava solo a casa sua! Tutti quindi col fiato sospeso, Nico sull’orlo dell’attacco coronarico, ma Giovanni Bianco arrivò puntualissimo, anche se...trafelato, a fare la sua entrata da sicario. Un vero professionista!..


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Da ricordare, infine, un paio di “salvataggi” durante lo spettacolo:
alla prima recita Nico dimenticò il pugnale con cui erano stati sgozzati Duncan e i suoi servi dietro le quinte: al momento della battuta di Lady che gli chiede il pugnale per farlo sparire, Nico si accorse con un attimo di terrore che il pugnale non c’era: non restava che inventarsi una battuta: “Il pugnale..è rimasto accanto ai cadaveri..” “Vallo a prendere..” replicò Lalla, pronta. E Nico: “non ho il coraggio di tornare là..”: Shakespeare si sarà rivoltato nella tomba per l’interpolazione, ma il pubblico non se ne accorse e tutto andò liscio. Un episodio simile accadde alla seconda recita, quando per un ritardo di Nico a
entrare in scena, Franco Garofalo, trovandosi solo e non sapendo che fare, si arrangiò esclamando a gran voce: “Non c’è nessuno,qui? Macbeth, ti attendo.. provocando così l’immediata entrata di Nico, che era pronto dietro le quinte. Per un esordiente, un sangue freddo niente male, no?
E’ anche da citare, nell’occasione, una mostra di dipinti di Albano sul tema di Macbeth e di caricature di Panizzi che prendevano spunto dalle battute più rilevanti della tragedia.


L’ INEVITABILE MESCOLANZA DI MEDICINA E TEATRO.

Con una Compagnia formata per i due terzi da personale medico
o comunque ospedaliero (nel Macbeth 17 su 26 dei ruoli, pari al 65%, erano coperti da medici o personale paramedico!) non si poteva non pensare che un bel momento la medicina sarebbe entrata di prepotenza in palcoscenico. Nacque così un curioso spettacolo ideato da Nico Castello che comprendeva una serie di brani teatrali celebri, ispirati alla medicina e alla sua storia. Così andarono in scena il “Canto dell’erbolaro”, interpretato da Giovanni Moro , un testo medievale sulle virtù curative delle erbe, il monologo di Giulietta (Lalla Volante) con la pozione “anestetica” che la mette in coma farmacologico; l’incontro fra Argante e la serva Toinette dal “Malato Immaginario” di Molière (Mirella e Eugenio Cassarino), una vera parodia della dietologia e “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello (Nico Castello e Leo Melossi), che notoriamente tratta di un caso di carcinoma del labbro.
Compaiono nel cast due nomi nuovi: quello di Mirella Cassarino e quello di Leo Melossi; il primo era nuovo per modo di dire: infatti Mirella aveva già recitato nella prima edizione della Compagnia Vittorio Alfieri, ai tempi del liceo e dell’Università, in “Amorosa tragedia”, “Esami di maturità”,”Ultime della sera”, “Il germoglio”, ”La vita è sogno” (vedi paragrafo I), per cui il suo “ripescaggio” non era altro che un ulteriore segno di continuità artistica. In quanto a Leo Melossi (fisiatra al Mauriziano), si trattava essenzialmente di un cantautore-cabarettista di ottimo livello, che aveva proposto la sua candidatura per una parte in una “ Piccola città” dell’americano Thornton Wilder in un’edizione affidata alla regia di Piero Castello (cui doveva partecipare anche Mirella Cassarino) e mai andata in scena per le continue


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ribellioni degli attori che ritenevano Piero un vero e proprio “tiranno” della scena, e il conseguente ritiro (sdegnato) di Piero stesso di fronte alla mancata collaborazione (tipica la scena del lattaio col suo cavallo, interpretato da un anestesista, Carlo Seberich, che se ne era andato dopo aver dovuto rifare la sua entrata per dieci volte senza accontentare l’esigente regista). Melossi è un soggetto assolutamente geniale, autore di bellissime canzoni e di sketch cabarettistici di grande classe, come quello sulle specialità mediche o quello sullo spermatozoo), ma assolutamente ribelle alla necessità di dover seguire con esattezza un copione: vedremo infatti cosa capitò nella prima edizione di questo “Malati e medici a teatro”, andata in scena il 20 marzo 1989, al Turin Palace, con la collaborazione del Maestro Giachino, pianista del Conservatorio di Torino, per la regia congiunta di Nico e Piero Castello.
In quella occasione il ruolo del Conferenziere che, con l’ausilio di diapositive, illustra lo sviluppo della medicina nella storia, era affidato a Orlando Orlandi, celebre pneumologo, primario all'Ospedale S.Luigi Gonzaga, uomo caratterizzato da uno spirito e da una “verve” teatrale eccezionali, nonchè dotato di una squisita umanità.
Tutti i brani filarono lisci, con divertimento del pubblico, ma il povero Nico fu costretto a funambolismi recitativi di ogni genere per star dietro al suo partner Melossi, che – rifiutando, come si è detto – la rigida obbligatorietà del copione pirandelliano, variava tutte le battute del suo personaggio, costringendo lo sventurato protagonista a un continuo adattamento: alla fine di tale esperienza Nico era ormai prontissimo per entrare in una compagnia della
Commedia dell’Arte, dove – come ben si sa – l’improvvisazione era regina....
Il “Processo”verrà poi ripreso con successo nel Marzo 1990,al Castello di Macello – bellissima costruzione medievale nei pressi di Pinerolo – con l’aggiunta di un brano sui medici da Plinio il vecchio, interpretato da Claudio Giacomini e Beatrice Capoti assai a suo agio nei panni di una moderna ragazza hippie posta a confronto col vecchio e austero filosofo. Il Canto dell’Erbolaro venne “colorato”con l’aggiunta di un mimo in veste di buffone medievale (Rosanna Emma, ovviamente); la regia fu questa volta affidata ad Alfredo Visca, con Piero Castello alle luci, Franca Isaia alle proiezioni e Gian Rosmino (primario pediatra) per la parte fonica.
Ma tra le due edizioni dello spettacolo si situa, già al Castello di Macello, una nuova importante produzione: il


PROCESSO AL MEDIOEVO.

Una rappresentazione all’aperto è sempre un’impresa rischiosa: il maltempo improvviso, un blackout elettrico...decine sono le cause che potrebbero far “saltare” lo spettacolo. Inoltre non si è mai sicuri di come il pubblico accetterà l’idea di mettersi in viaggio per raggiungere un Castello



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medievale a 40 km dalla città. Ma la Compagnia amava i rischi, e quindi anche questo tentativo venne realizzato.
Del cast facevano parte questa volta, oltre ai consueti attori che formavano ormai lo “zoccolo duro” della Compagnia Vittorio Alfieri, Augusto Blanc (vecchia conoscenza dei tempi del Liceo, dove già aveva partecipato in piccole parti a “Maddalena” e al “Curculio”), qui nei panni dell’ Usciere del tribunale, e Laura Stellino – giovane promettente ma poi scomparsa dalle
scene - nel ruolo di Ecate, mentre le sorelle Rita e Luisa Rosestolato si aggregavano alla veterana Rosanna Emma nei ruoli mimici, qui di particolare rilievo. Piero Castello,ancora con la collaborazione di Sergio Albano, dirigeva l’allestimento scenico, Giancarla Marmo e Carla Bronzino provvedevano al trucco, Gian Rosmino era il fonico. Laura Motta – ormai esperta - faceva da suggeritrice e Alfredo Visca da direttore di scena.
Colgo questa occasione per sottolineare l’importanza psicologica, oltrechè tecnica, del ruolo ingrato e sconosciuto della Suggeritrice, che deve conoscere bene ogni attore, sapere quali sono i punti deboli, accettarne le diverse modalità con cui ciascuno vuole essere seguito, e, come non bastasse,avere la capacità e la prontezza di saltare da una battuta ad un’altra in caso di dimenticanze o errori. Gli attori non saranno mai abbastanza grati a questo personaggio sepolto nel buio delle quinte ma che va considerato fra i principali responsabili del buon esito dello spettacolo.
Il lavoro di allestimento fu notevole: si trattava di far arrivare i cavi elettrici nei punti giusti per illuminare il bel cortile medioevale da varie angolature che permettessero le modificazioni di atmosfera e di luogo. Piero Castello fece un lavoro gigantesco: con Renato Masoli – il capo elettricista del Regina Margherita – dovettero trovare i cavi mancanti in un magazzino della zona e trasportarli in loco, smontare e rimontare la scena perchè alle 12 c’era un matrimonio al Castello (il tutto fra allegre mangiate nelle osterie della zona..). Fu l’ultimo grosso lavoro di Piero che, per ragioni personali si staccò con dispiacere dal gruppo,anche se una spiritosa pubblicazione di Bocci ne auspicò un glorioso ritorno. Dal canto suo Gianni Chiattone, proprietario del Castello, fece di tutto per agevolare l’organizzazione delle due recite consecutive, il 16 e il 17 settembre del 1989.
Il successo fu assai buono: i tre “legali” (Moro, Colonna e Gaggero) che processano il Medioevo usando come capi d’accusa o come elementi di difesa vari brani di teatro, recitarono con autorità. Ottimo l’esordio della giovane Stellino nel brano dal Macbeth ed efficace l’ ”Ognuno” di Bocci, ben contrastato dall’autorevole Morte di Mirella Cassarino. Lalla aveva una gran paura del personaggio di Purmelende, tratto da ”Sir Halewyn” di Ghelderode, anche se Nico sosteneva che, dopo aver ben interpretato Lady Macbeth, non era Purmelende a doverla spaventare. Utile appoggio fu Michele Oberto, che – oltre a interpretare con la consueta maestria “Tanto gentile e tanto onesta pare” di Alighieri e il prologo dalla “Partita a scacchi” di Giacosa – seppe stette accanto a Lalla rincuorandola e stimolandola: in effetti Lalla fu bravissima nel delirante monologo. Nico si divertì a passare dal tragico Giannetto della “Cena delle beffe” al fantasioso brano di Mercuzio sulla regina Mab dal “Romeo

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e Giulietta”,coadiuvato da Giacomini come Romeo e da Melossi (Benvolio), oltrechè da un’ottima performance dei “Mimi”. Ma il principale ruolo di Leo Melossi – consono alle sue caratteristiche – fu quello del Cantante, con la celebre ballata di De Andrè su Carlo Martello. La Capoti fu una sensuale Ginevra (citata su una critica l’esibizione delle ben tornite cosce..) della “Cena delle beffe” di Benelli.Un po’sacrificato, questa volta,Eugenio Cassarino che pure degnamente rivestiva i panni del Duca di Ostrelandia. Giovanni Bianco sostituì Moro nel suo tradizionale monologo dell’ “Erbolaro”, ed è proprio a suo carico che accadde l’unico incidente della prima rappresentazione: Visca, infatti, che aveva l’incarico di accendere la macchina del fumo che doveva uscire dal calderone davanti al quale l’Erbolaro faceva il suo discorso magico-erboristico, sbagliò il “dosaggio” e di colpo un’enorme quantità di acre vapore investì l’attore che per alcuni secondi perse la vista, il controllo della situazione e la battuta. Ripresosi rapidamente, iniziò il monologo e il pubblico non si rese probabilmente conto del disguido tecnico che aveva rischiato di mettere il Bianco...fuori servizio.
Come già in occasione del “Macbeth”,nelle sale del castello era stata allestita una bella mostra di bozzetti e caricature di Enzo Panizzi ,visitabile nell’intervallo dal folto pubblico che aveva raggiunto Macello da Torino con un apposito servizio di pullman organizzato da Umberto Masini, Presidente della Associazione per la Fibrosi Cistica cui era devoluto l’incasso. Il Masini, da quel giorno, entrò a far parte attiva della Compagnia Vittorio Alfieri prima come organizzatore, poi anche come attore.


NELL’ATTESA CHE ARRIVI CECHOV.

“Malati e medici a teatro” era ormai diventato un pezzo “di repertorio”, ed infatti – nell’attesa di preparare un nuovo spettacolo dedicato a Calderòn de la Barca – venne replicato al Teatro Matteotti di Moncalieri a favore delle iniziative sociali di Don Ciotti, che allora non era ancora “politicizzato” ma si interessava esclusivamente di poveri e diseredati. Orlando Orlandi fu ancora il conferenziere, mentre una variazione rispetto allo schema precedente fu l’immissione di un brano dalla “Dama delle camelie” di Dumas (dedicato ovviamente alla tubercolosi..) interpretato da Elena Zegna e Mario Priore, bravissimi attori della Compagnia “La Mousse”, per l’occasione in forza alla Vittorio Alfieri. Cominciò anche – nell’occasione – a far capolino Cechov col celebre monologo “Il tabacco fa male”, che diventerà uno dei “cavalli di battaglia” di Nico Castello, il quale lo porterà in scena oltre 30 volte. In questa edizione di “Malati e medici” comparve anche Leo Melossi, con la sua chitarra e due ballate assai spiritose (“Il Rene” e “Il globulo rosso”) che il pubblico dimostrò di apprezzare molto. Era il 20 febbraio del 1992. A settembre (il 17 per la precisione) “Malati e medici” venne riallestito all’Auditorium di Villarbasse, con Giovanni Moro a condividere la regia e con la scena Amleto-Regina dall’ ”Amleto” di Shakespeare (Castello-Volante), a


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sostituire il monologo dell’adolescente Giulietta, ruolo nel quale la Volante non si sentiva più a suo agio non certo per capacità ma per inevitabili ragioni di età. Tra i Mimi che coadiuvavano l’Erbolaro oltre a Rosanna Emma figuravano Rita Rosestolato e l’atletico Salvatore Merico.
La Compagnia Vittorio Alfieri figurò poi,il 1 aprile 1993, insieme al gruppo La Mousse, in uno spettacolo organizzato dalla Associazione Culturale “Il Borghese” al teatro Massaia, con Giovanni Moro nel “Canto del Cigno” di Cechov – affiancato da Nino Zullo (altro medico, che aveva già fatto da
conferenziere nella precedente edizione di “Malati e medici a teatro”) e nel “Tabacco fa male”. Tutto esaurito e bel successo.
Dopo una partecipazione di Nico Castello alla II Rassegna regionale teatrale della Città di Biella col solito “Tabacco fa male”, fu la volta di un nuovo spettacolo, un po’ particolare, intitolato “Fuggi, fuggi, per l’orrida via..”. Si trattava di una chiacchierata di Nico Castello su Giuseppe Verdi, con un confronto fra le frasi dei libretti, interpretate da Lalla Volante, Elena Zegna e Mario Priore e le medesime messe in musica e cantate dalle grandi voci verdiane. Gian Rosmino organizzava la parte musicale mentre Adriano Zegna, padre di Elena, si occupava della proiezione delle diapositive delle varie scene delle opere di Verdi.
Si arriva così al 26 novembre 1993, quando al teatro Massaua (l’attuale Teatro di Torino) la Compagnia Teatrale Vittorio Alfieri andrà in scena con

LA VITA E’ SOGNO.

Forse per un inconscio problema di “par condicio” fra la produzione inglese e quella spagnola del 5-‘600, forse perchè “La vita è sogno” era stata l’opera che aveva concluso le attività della prima Compagnia Teatrale Vittorio Alfieri, quella liceal-universitaria, fatto sta che l’opera di Calderòn de la Barca – certo il testo più importante di tutto il teatro spagnolo – non poteva mancare dagli ambiziosi (e forse un po’ presuntuosi..) progetti della Compagnia.
Così, organizzando le prove in un teatro di via Rosalino Pilo, - scovato da Giancarla Marmo - si iniziarono i lavori che dovevano portare in scena il dramma al Teatro di Torino il 26 novembre 1993.
Il testo non è facile, il linguaggio è seicentesco, la popolarità del lavoro non è molta...ciononostante l’opera di Calderòn riscosse un grande successo di pubblico. Ma prima di arrivare alla recita, vogliamo ricordare almeno un curioso episodio avvenuto alle prove. Tra le comparse c’era un certo Khalil Hmoud, un giovane medico mediorientale che era stato introdotto da Giorgia Giardullo (altra comparsa), figlia di Renata Giardullo, allora Presidente della Associazione Fibrosi Cistica del Piemonte ed entrata nella troupe come organizzatrice e direttore di scena. Il giovanotto era di religione



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islamica, ma nessuno aveva notato la minima differenza di comportamento, chè anzi Khalil era ben affiatato con il resto della troupe. Finchè un giorno, durante una prova in teatro, Castello incaricò Laura Motta di far tacere gli attori che chiacchieravano mentre gli altri erano in scena: è una cosa che disturba molto chi recita e diminuisce la necessaria tensione. Laura eseguì, redarguendo con garbo i due o tre attori che chiacchieravano seduti in platea. Da quella sera Khalil non si fece più vedere alle prove. Stupiti, gli altri chiesero a Giorgia se aveva notizie del suo collega ed amico e venne fuori che
Khalil aveva dichiarato di essersi sentito profondamente offeso non tanto per il rimprovero – che riteneva giusto – ma per essergli stato fatto da una donna! Per un islamico questo era un fatto inammissibile. Un po’ come il saluto “alla turca” inventato da Nino Zullo e disapprovato da Khalil. Chiarite le cose, riprese regolarmente le prove, assieme a Marina Biginelli (allora moglie di Mario Priore), di Laura Cadeddu e di Lauretta Mancini, un’amica di Giancarla il cui figlio, Igor Toniazzo, faceva parte dei mimi, insieme a Luisa Rosestolato e a Rita Rosestolato che dirigeva questa volta la parte coreografica. Fra gli altri partecipanti da citare Alberto Fabris, Umberto Masini e il già citato Nino Zullo .
I ruoli principali erano affidati all’ormai affiatato gruppo, con Nico Castello in regia e nella parte di Sigismondo, Cassarino nel ruolo di Basilio, mentre Bocci era Clarino (una delle sue migliori interpretazioni), Mirella era Rosaura e Lalla la principessa Stella. Giacomini ricopriva il ruolo di Astolfo, Giovanni Moro quello di Clotaldo, Bianco e Grazia erano i due cortigiani, Mario Priore e Beatrice Capoti sostenevano le parti del prologo (tratto dal “Gran teatro del mundo” sempre di Calderòn); Barni era l’Ambasciatore di Turchia e Melossi, naturalmente, il Cantore di corte. Unico nuovo elemento Alessandro Dini, informatore farmaceutico, che si era presentato a Nico in Ospedale non già per reclamizzare un prodotto, bensì per...chiedere una parte. Da quel momento entrò a far parte stabile della Compagnia, che, in quella occasione si giovava dell’apporto utilissimo della sarta Angela Boccalon, mamma di Giacomini. Gian Rosmino , come sempre, dirigeva la parte fonica in cabina di regia.
“La vita è sogno” rappresentò anche l’unica occasione di “scontro” fra Nico e Giovanni Moro, per una questione di...look. Infatti Nico, come regista, vedeva il precettore Clotaldo con una ricca parrucca bianca, affittata per l’occasione da Audello, ma alla generale Moro si specchiò e – chissà perchè – si trovò ridicolo rifiutando, spalleggiato dalla moglie Laura, provetta scenografa e realizzatrice delle scene, di indossare la parrucca. Nonostante la presa di posizione del regista, Moro la spuntò e fece un Clotaldo...a capelli corti. Interessante la lettera di giustificazione storico-letteraria che il Moro stesso inviò a Nico dopo la recita, e che – naturalmente – è stata conservata “agli atti” della Compagnia assieme ad altri curiosi documenti.
Superati anche i difficili rapporti fra Lina Gaggero – che si occupava delle luci – e l’elettricista del teatro (assai scorbutico), calmati i nervi di Nico che, alla generale, si era scontrato in malo modo appunto coi due


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datori di luce, irritato per il vociare che facevano durante la messa a punto delle ultime battute, e con alcuni dei suoi attori che, nei camerini, suonavano la chitarra a cantavano canzoni “da piola”, si andò finalmente in scena, con un pubblico così numeroso (oltre 1100 persone!) da costringere il buon Carlo Gaggero, marito di Lalla, ad arginare la vera e propria bolgia che si era creata alla biglietteria e a lasciar fuori un bel numero di ritardatari! Era la prima volta che la Compagnia aveva avuto bisogno di un...buttafuori!



TORNANO “I MEDICI A TEATRO” E ARRIVA CECHOV.

L’8 Febbraio 1994, al Turin Palace, su incarico del Rotary Club, tornò in scena “Malati e medici a teatro”, con Tino Pozzi, ordinario di Pneumologia dell’Università, nel ruolo del Conferenziere (per malattia di Orlandi) e Piero Castello nel breve ruolo di Parpaliod in un brano dal “Trionfo della medicina” di Romain Rolland, in cui Nico Castello interpretava Knok. Moro, oltre all’Erbolaro, sostituiva Eugenio Cassarino nel solito brano dal “Malato Immaginario” con Mirella, mentre Leo Melossi concludeva con le sue ballate mediche.
Ma l’evento teatrale importante del 1994 fu l’inizio di una serie di rappresentazioni dal titolo “La follia del vivere”, ideato da Giovanni Moro e dall’esperta in letteratura russa Mirella Cassarino su atti unici di Anton Cechov. Con un carattere “sperimentale” lo spettacolo – per la regia di Giovanni Moro – andò in scena la prima volta all’Auditorium di Vinovo, con Giacomini e Capoti come presentatori, Moro e Giovanni Bianco rispettivamente come Svetlovidov e Nikita nel “Canto del Cigno”, Nico Castello, Lalla Volante, Leonello Leone (chimico del Regina Margherita ed esordiente in teatro) e Umberto Masini nella “Notte prima del processo”, ancora Giovanni Moro, Mirella Cassarino, Mauro Bocci ne “L’Orso”. Castello concludeva con il già sperimentato “Tabacco fa male”. Scene di Laura Moro, Luci di Lina Gaggero , Direttore di scena Renata Giardullo , Suggeritrice Laura Motta .
Giovanni Moro e Mirella Cassarino avevano avuto buon “naso” a proporre questo spettacolo cechoviano, che verrà infatti richiesto, e quindi ripetuto, per numerose volte: nello stesso anno 1994 andò in scena , sia pure in forma ridotta, con i soli “Orso” e “Tabacco fa male” all’Alfieri di Torino, in uno spettacolo in collaborazione col Centro Danza Royal diretto da Marilena Goria, il Balletto di Susanna Egri e la nota étoile Grazia Galante (nel Bolero di Ravel). Nello stesso anno andò in scena all’aperto, a Monforte d’Alba, senza “Canto del Cigno ” e sempre per la regia di Giovanni Moro, con Giancarla Marmo aiuto-regista e Renata Giardullo direttore di scena. Giacomini ne era il presentatore. Lo spettacolo ebbe molto successo (doveva




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esserci fra gli ospiti l’attore indiano Kabir Bedi, noto per il suo Sandokan televisivo, fermato però da un piccolo incidente d’auto) e per la prima volta una spettatrice, a fine spettacolo, salì sul palco per chiedere a Nico Castello un’autografo!
Bisogna dire che non si divertì soltanto il pubblico, ma anche la troupe: i “camerini” erano in realtà un’antica chiesa sconsacrata, a fianco della quale era stato eretto il palco, con tanto di confessionale dentro il quale si era subito cacciato Nello Leone che pretendeva...di confessare le attrici nella
speranza di raccogliere qualche pruriginoso peccatuccio segreto (Non fu accontentato).
Dopo lo spettacolo il Sindaco offrì una cena agli attori e ai tecnici, cena che si svolse sull’aia di una vicina cascina, su di un tavolone lunghissimo, a base di carni alla griglia, salsiccie, salumi e abbondante vino della zona: insomma, la classica cornice in cui erano accolti in genere i “guitti” medievali o i Comici della Commedia dell’Arte.Unico “neo”: il rimborso spese, garantito da un noto chirurgo torinese organizzatore dello spettacolo,nonostante i numerosi solleciti, non arrivò mai...
Ricordiamo ancora che il 1994 terminò con una performance di Nico Castello e Lalla Volante all’Auditorium del Lingotto, in uno spettacolo organizzato da Melossi in occasione del Congresso Nazionale dei Medici Riabilitatori e in cui venne presentata una novità assoluta dello stesso Castello:”Arriva l’Uomo del Graal”,con la collaborazione di Piero Castello per le musiche di Wagner. Il testo verrà poi ripreso con successo da Eugenio Cassarino a Savigliano e al nuovo e bel Teatro Giacosa di Nichelino.


FINALMENTE IL CARIGNANO!

Al di là di qualche comparsa di Nico Castello con il “suo” “Tabacco fa male” e di sporadiche esibizioni personali di alcuni fra gli attori in occasioni al di fuori dell’attività ufficiale della Compagnia, il 1995 non vide grosse novità da parte della Compagnia stessa. E’ tutt’al più da citare la prima assoluta de “Il sonno entrò dalla finestra” di Leo Melossi, interpretato al Teatro Erba il 13 marzo da Nico Castello, dallo stesso Melossi e dalla graziosa Lilly Pala, fisioterapista del Mauriziano e brava cantante jazz.
Ma sopratutto è da citare l’inizio delle prove del “Malato Immaginario” di Molière che andrà in scena nell’anno successivo e che rappresenterà forse il massimo risultato ottenuto dalla Compagnia: l’anno 1996 vide infatti il vero “salto di qualità” della Compagnia Vittorio Alfieri, che si presentò finalmente al Teatro Carignano, il teatro di prosa più prestigioso di Torino, le cui scene erano state calcate da attori del calibro di Ruggeri, la Gramatica, Benassi, Ninchi, Santuccio, Govi...per non citarne che alcuni. A parte alcune prove svoltesi ancora a Pino nel garage di Lalla, la cui larghezza era pressochè sovrapponibile a quella del palco del Carignano, il “Malato” venne provato nel

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Teatro di via Rosalino Pilo. Sarà per la “paura” del Carignano, sarà perchè il lavoro divertiva tutti, raramente si ebbe un’impegno così costante dei vari componenti la Compagnia, toccando il record negativo delle assenze alle prove, croce di Nico Castello fin dagli inizi delle attività.
Al capolavoro di Molière parteciparono Nico Castellonei panni di Argante, Mario Priore in quelli di Beraldo, Lalla Volante in quelli di Beline, Mirella Cassarino come Toinette, Giovanni Moro ed Eugenio Cassarino quali Purgone e Diafoirus, Mauro Bocci come Tommaso; Claudio Giacomini e Beatrice Capoti erano la coppia “giovane” del lavoro, cioè Cleante e Angelica, mentre Leonello Leone era il notaio Bonafè (e nell’intervallo fotografava le attrici più o meno svestite...) e Giovanni Bianco il farmacista Fleurant. Dini, Grazia, Masini e Zullo interpretavano le doppie parti di gentiluomini e di Docenti di medicina, e Zullo faceva inoltre la parte di Pulcinella: infatti la regia di Castello prevedeva il ripristino di tutte le scene originali della commedia, in genere “tagliate”, cosi’ come il gran finale in latino maccheronico della laurea ad honorem conferita per burla ad Argante. Si era quindi voluto allestire il “Malato” esattamente come veniva allestito ai tempi di Molière, con le musiche d’epoca, gli intermezzi con le pastorelle etc. e dunque reinserendo anche l’orignale ruolo di Pulcinella, maschera in Francia notissima, per il quale era stato in un primo tempo contattato Michele Naddeo, medico, attore e sassofonista, ma la sua irregolarità alle prove aveva portato alla sua sostituzione per l’appunto con il versatile Nino Zullo. Unica rinuncia rispetto all’originale di Molière l’intermezzo detto “Il Ballo delle scimmie ”, troppo complesso da organizzare. Dunque, le pastorelle: oltre a Rosanna Emma e a
Rita Rosestolato, che curavano anche la coreografia, e a Lina Gaggero, entravano nella troupe per i ruoli mancanti Gilda Berto , amministrativa del Regina Margherita e Silvia Battistella, amministrativa del S.Anna. L’ambiente ospedaliero continuava quindi ad imperare nella compagnia...Le voci del Preside e la voce esterna finale che annunciava la morte di Molière – avvenuta proprio alla fine di un “Malato immaginario” da lui stesso interpretato – erano di Ermanno Barni e di Elena Zegna. Infine, da citare l’entrata di una nuova giovane, Elisa Bianco, figlia del cardiochirurgo del Regina Margherita, per il ruolo di Luigina. Renata Giardullo si occupava dell’organizzazione generale e Lauretta Mancini della direzione di palcoscenico. Laura Motta suggeriva e Panizzi aveva fabbricato i grotteschi oggetti scenici per la scena della laurea maccheronica. Giancarla Marmo era l’aiuto-regista, la Biginelli stava alle luci. Costumi, come sempre, di Roberto Devalle.
Il 16 e il 17 maggio il sipario del Carignano si aprì sulla bella scena di Laura Moro: Nico Castello rammenta ancora adesso il brivido di emozione provato all’alzarsi di quel sipario e nel vedere finalmente realizzato il risultato del lavoro di mesi e mesi: un lavoro che aveva dovuto mettere insieme e amalgamare Attori, Mimi, le Ballerine dirette magistralmente da Marilena Goria per la parti ballettistiche, Tecnici, Scenografi...E davanti, i palchi dorati dello storico Carignano. Un grande momento.



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Le due recite erano state precedute – il 3 maggio - da una “anteprima” a carattere di prova generale col pubblico (peraltro scarsissimo...), all’Auditorium di Vinovo, con solo alcuni “pezzi” dei costumi, a carattere simbolico.
Le critiche furono favorevoli (oltre agli articoli comparsi su varie riviste mediche o culturali, anche la Repubblica e La Stampa diedero rilievo all’avvenimento): ottime le prestazioni delle varie interpreti femminili, tra cui è da sottolineare quella di Mirella Cassarino nel ruolo di Toinette, vero motore dell’azione scenica. Nico Castello fu assai lodato per l’interpretazione di Argante, nonostante egli stesso si fosse sempre dimostrato poco convinto di avere capacità comiche e avesse sempre prediletto i personaggi drammatici o
tragici. Un po’ più in ombra – non per mancanza di bravura, ma per le caratteristiche intrinseche dei ruoli – Moro e Cassarino , - mentre Mauro Bocci era a suo agio nei panni del tontissimo e simpatico Diafoirus figlio e si imponeva, per stile scenico e dizione impeccabile – Mario Priore. Buono anche l’esordio della giovane Elisa Bianco e da lodare in modo particolare Giovanni Bianco come Fleurant e Nino Zullo, irresistibile Pulcinella. Comunque, bene tutti; piacquero molto, ad esempio, lo scontro “gallinesco” fra le brave Lalla e Beatrice e il finale, col ricordo della morte di Molière in scena.
Per serietà di cronaca, però, bisogna anche segnalare che cominciò – sia pur vagamente – a serpeggiare un sottile disagio da parte di alcuni attori per la presenza – pur autorevole – di Mario Priore, libero in quel momento da impegni con “La Mousse”, quasi la sua partecipazione desse un po’ d’ombra a chi aveva sempre lavorato nella compagnia: nulla di grave e poi, si sa, nell’ambiente teatrale piccole gelosie fanno parte della naturale atmosfera e spesso stimolano ad ottenere risultati migliori.
Il 1996 terminò con un’ulteriore edizione di “Malati e medici a teatro” , organizzata a cura della Società Piemontese di Pediatria per lo scadere della presidenza Castello, nell’aula magna della Clinica Universitaria, con la solita scena da Plinio (Giacomini-Capoti), il Monologo di Giulietta (interpretato questa volta da Elisa Bianco), la scena Argante-Toinette (Mirella e Eugenio Cassarino), il consueto “Tabacco fa male” (Nico Castello, con Gilda Berto nella breve apparizione della sig.ra Njuchin) e le Ballate di Melossi. Da segnalare la presenza di Nello Leone in un personaggio aggiunto alla scena da Plinio (Catone, per l’esattezza), quella di Beppe Grazia come presentatore e l’esordio di Lalla Volante nel monologo dell’aborto dal testo di Oriana Fallaci, che l’attrice presenterà con bravura in altre occasioni. Giancarla Marmo era l’aiuto-regista, Gian Rosmino il fonico. Buono il successo, anche perchè il pubblico, composto interamente da pediatri (fra cui tutti i “big” della pediatria piemontese, era abituato ad assistere - alla conclusione dell’anno di lavoro - a più o meno noiose conferenze scientifiche...





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UNA LUNGA SERIE DI RECITE DI REPERTORIO
IN ATTESA DELLE “COMARI”

Gli anni 1997 e ‘98 furono caratterizzati dalle numerose repliche degli spettacoli “di repertorio”: la Compagnia Teatrale Vittorio Alfieri si era creata ormai una solida fama in città e numerose associazioni perlopiù di volontariato ma anche con fini puramente culturali (come il prestigioso Centro Pannunzio) chiedevano sempre più frequentemente allestimenti.
Così, a Maggio del ‘97 si andò in scena ad Avigliana, al Cinema-teatro Corso, per gli “Amici di Chernobyl” con “La follia del vivere” di Cechov (Regia di Giovanni Moro, con Castello, Volante, Eugenio e Mirella Cassarino, Bocci, Masini, Moro, Mancini, Giacomini e Priore); A Giugno spettacolo alla Mandria (teatro all’aperto) ,sempre con la “Follia” (Regia di Castello e Moro, con i medesimi più Gilda Berto a far da presentatrice. Organizzazione: Giardullo, Fonico: Rosmino, Aiuto-regista: Marmo), replicato poi a Torino per i Lions; quarta replica a Dicembre, nell’ambito delle manifestazioni teatrali per Telethon (stesso cast dei precedenti), presso il Salone della Banca Nazionale del Lavoro.
Anche il 1998 iniziò con rappresentazioni di repertorio, come “Fuggi fuggi, per l’orrida via...” al Centro CPG di Torino, (Castello, Volante,
Priore, Zegna e Rosmino alle musiche verdiane) e subito dopo – sempre in Febbraio – presso il Lions Club Torino Crimea, con l’aggiunta del “coro” formato da Battistella, Berto, Elisa Bianco, Capponi, Gallo e Masini. Due nomi nuovi, come si sarà notato (Capponi e Gallo) che ritroveremo nelle “Allegre comari di Windsor”, precedute ancora, in Aprile, da un’edizione del “Tabacco fa male” (Castello). Poi, finalmente, si può andare in scena con “Le Comari” di Shakespeare, provato quasi sempre in un grazioso teatro di religiose nei pressi di S.Rita. Il cast comprendeva i soliti (Priore e Cassarino come Falstaff, Castello Ford, Lalla Volante, Mirella Cassarino, Elisa Bianco e Beatrice Capoti nei ruoli delle comari, mentre Bocci era Slender, Giovanni Bianco Shallow, Zullo l’Oste della Giarrettiera, Giacomini Cajus, Dini Pistola, Garofalo Bardolfo; Gilda Berto era Simplicia, Silvia Battistella e Lina Gaggero rispettivamente Giovanna e Roberta. Gli altri ruoli erano interpretati da attori aggiunti alla Compagnia per questa occasione, come Andrea Capponi (Fenton) Luciano Gallo (Nym), e con la partecipazione di Mario Piazza, responsabile di informazione farmaceutica e con una grossa esperienza teatrale alle spalle (aveva recitato con Anna Bolens poi aveva messo su una Compagnia sua che aveva allestito, tra l’altro, una bella rappresentazione del “Re muore” di Jonesco). Sara Piazza – sua figlia – sostituì Lina Gaggero al suo ritiro per i troppi impegni di lavoro e famiglia e Filippo Bianco (fratello di Elisa) era il paggio Robin; il figlio di Mauro, Edoardo Bocci: un folletto. Rosanna Emma, Rita Rosestolato, Rossana Bellezza, si aggiungevano a Gilda, Silvia e Sara come “donne-diavolo” per l’ultima e famosa scena della Quercia di Herne, oltre a fare utilmente da mimi - servi di scena, con un ruolo faticoso ed ingrato, ed oltretutto oscuro, ma certo

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essenziale nei cambiamenti di scena dei vari quadri.La bella scenografia era
di Laura Moro , con la collaborazione di Piero Castello come “esterno”. Mancava, ed il lettore l’avrà certo notato, il “fedelissimo” Giovanni Moro , impegnato in attività politico-amministrative presso il suo comune di residenza.
Il fonico era Gian Rosmino, il datore di luce un professionista del settore, Gianni Nazzaro, l’organizzazione generale era di Renata Giardullo e di Enrica Gioda, che sostituiva anche Laura Motta, ritiratasi dal ruolo di suggeritrice dopo averlo coperto egregiamente per alcuni anni. Lauretta Mancini e Graziella Gotro fungevano da direttori di scena. La scenografia sfruttava, per i numerosi cambiamenti di ambiente, retroproiezioni delle diapositive realizzate da Piero Castello da originali del Galliari. Le musiche erano tratte dai “Carmina Burana” di Orff ed accompagnavano i balletti eccellentemente diretti da Marilena Goria. Aiuto Regista, ovviamente, Giancarla Marmo.
Ma a parte questi doverosi dati di cronaca, le “Comari” si portano con sè molte cose da raccontare. Anzitutto il duplice ruolo di Falsfaff, sdoppiato tra Mario Priore ed Eugenio Cassarino. Quest’ultimo avrebbe dovuto – nel programma originale - rivestire i panni di Page, ma un bel giorno si presentò a Nico Castello rendendogli il copione perchè “il ruolo non lo soddisfaceva”. In effetti Eugenio era rimasto comprensibilmente deluso dal fatto di non essere stato scelto per il ruolo protagonistico di Falstaff, cui certamente teneva molto. Come soddisfare tutti senza alterare lo schema? L’unico modo – poichè erano previste numerose repliche – era quello di alternare Priore e Cassarino nel ruolo di Falstaff, scritturando Guido Volante ( fratello di Lalla ed altra vecchia conoscenza del periodo teatrale liceale, con esperienze registiche interessanti allo Stabile) per il ruolo di Page. Del resto la fedeltà di Eugenio alla Compagnia e la sua adattabilità a tutti i ruoli che gli erano stati finora proposti meritavano senz’ombra di dubbio questa giusta soddisfazione.
Inoltre l’esperimento fu stimolante, perchè costrinse a provare di più e a confrontare due modi diversi di “vedere” Falstaff: più cialtrone e furfantesco quello di Cassarino, più melanconico e amaro quello di Priore. Entrambi ebbero pieno successo, così come le quattro brillanti “comari”.
Però non tutto andò liscio: Nico Castello aveva in mente una regia molto veloce, con una recitazione tumultuosa, accompagnata da continui movimenti scenici, salti, corsette, passi di danza etc. Una recitazione che si avvicinasse a quella che le storie del teatro suppongono fosse tipica dell’epoca shakespeariana. Molti attori, invece, e le attrici soprattutto – avvezze ad altro repertorio – tendevano a recitare piuttosto alla maniera “romantica”, senza quella grinta e quella “cialtroneria” necessarie per dare alla commedia il giusto ritmo. Così una sera Nico perse la pazienza e apostrofò molto duramente Lalla e Mirella che, invitate più volte a correre fin sul proscenio, si limitavano a fare alcuni cauti passi, con un incedere molto da “signore-bene”. Castello fece loro presente – per la verità in modo piuttosto scortese – che due attrici che dopo anni di teatro non capivano dov’era o, peggio, che cos’era il proscenio, potevano anche stare a casa. Risultato: musi lunghi, offese, reazioni


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che andavano dallo stizzito al “quasi-lacrime” e interruzione della prova. Un
altro passaggio che fece impazzire il povero regista era un’uscita dei tre sgherri di Falstaff (Dini, Garofalo e Gallo) che doveva essere eseguita a tempo di musica, cantando su tre toni diversi un lungo “a-a-amen”: ma pareva proprio impossibile ottenere un minimo di sincronismo!
Alla fine Castello si rese conto che l’errore di fondo era stato suo, nello scegliere un testo affascinante, sì, ma che non era, tutto sommato, nei ritmi dei suoi attori e pertanto - non riuscendo a far “venir fuori” quello che aveva chiaro in testa - rinunciò alla regia e passò a Mauro Bocci il compito di portare a termine l’impresa quando mancavano solo più poche settimane all’andata in scena. Bocci con molto altruismo accettò e la recita andò in porto, per la verità con piena soddisfazione del pubblico che riempì il Teatro Juvarra in tutte le 5 repliche, tanto che varie persone furono, purtroppo, lasciate fuori. Per la cronaca, un giudizio non del tutto positivo sull’impostazione venne invece da Moro, in quel caso critico-spettatore.
Non tutti i guai finirono con le rappresentazioni del Novembre 1998: uno strano malcontento serpeggiava infatti nella Compagnia, non chiaramente espresso ma leggibile “fra le righe”.Questa atmosfera già si era evidenziata con un particolare solo apparentemente trascurabile: la perdita della importante abitudine di trovarsi a mangiare una pizza dopo la prova, per scambiare impressioni, rinsaldare i legami di amicizia, esaminare, magari fra due risate, l’elenco degli errori fatti...Cominciarono a “scappare” a casa dopo la prova alcuni fra i più abituali frequentatori di questi simpatici incontri, quali Giacomini e Bocci, seguiti poi anche da Beatrice, da Elisa e dallo stesso Zullo, animatore di queste serate. Nico “captò” il segnale d’allarme, e decise di mettere alla prova la Compagnia con una lettera in cui annunciava di dimettersi volentieri da “capo” e invitando tutti gli scontenti a farsi avanti e a prendere le redini del gruppo. Le risposte fioccarono (sono tutte conservate negli archivi della Compagnia e disponibili per chiunque ne fosse interessato), ma nessuno si assunse l’incarico di sostituire Nico, che riunì tutti al teatro delle prove e lesse pubblicamente tutte le risposte, aprendo la discussione.
Ce n’era per tutti i gusti: chi sosteneva assoluta fedeltà al capocomico e alle sue scelte, chi pretendeva che le scelte fossero “collettive”, chi voleva che i ruoli principali fossero “ruotati” fra tutti gli attori, indipendentemente dalla anzianità nella troupe o dalla personale disposizione...
Ma soprattutto serpeggiava una sorta di spirito “rivoluzionario”, una specie di fastidio nei riguardi di una direzione della Compagnia che, in effetti, non lasciava molto margine a scelte diverse o a criteri di allestimento differenti. Nessuno si era reso conto che Nico aveva sempre scelto testi che offrissero ruoli per tutti, proprio per non scontentare nessuno dei “disponibili”. Ciononostante era assolutamente disposto a cedere il timone e ad adeguarsi alla “volontà popolare”, purchè, se si avanzavano pretese di leadership comunitaria, ci si assumesse anche – comunitariamente - tutte le incombenze organizzative che stanno alla base di una Compagnia ormai affermata e con ambizioni di professionalità pur nella sua amatorietà.
Nico soleva infatti ripetere:”siamo degli amatori, non dei dilettanti..”

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e gestire organizzativamente una troupe di 30 persone fra attori e tecnici, trovare le vie giuste per ottenere teatri prestigiosi, organizzare i calendari delle prove, reperire i luoghi adatti per le stesse, provvedere alle esigenze costumistiche, scenografiche, legali, tipografiche, pubblicitarie...non è faccenda da poco: e nessuno – evidentemente – aveva una gran voglia di accollarsela. Così nessuno si fece avanti, i maggiori sostenitori di una potenziale contestazione verso alcuni aspetti direttivi scomparvero e semplicemente non si dichiararono disposti a ulteriori performances col gruppo. Tutto sembrava dunque tornato alla norma, ma qualche “coda” della situazione ricomparirà, con specifiche conseguenze, dopo l’allestimento di “Processo a Gesù”.

1999: UN ANNO DI LAVORO IN...PARALLELO.

Nel 1999 c’è da citare un evento che colpì indirettamente (ma neanche troppo) la Compagnia. Sul numero di ottobre del “Corriere di Rivoli” uscì un articolo che segnalava la nascita di una associazione detta AMA (Associaz.Medici Artisti) con scopi vari ma inizialmente priorità teatrali, con la presidenza a Nino Zullo (che era stato il più tenace oppositore alla gestione della Compagnia dopo le “Comari”).La Compagnia non fu messa ufficialmente al corrente della cosa, nonostante Moro fosse a Rivoli una personalità artistica e politica di spicco. Nico decise di interpretare ufficialmente l’evento come una semplice “distrazione”, ma nello stesso tempo sostenne il principio che “lo spettacolo deve andare avanti” e che il programmato “Processo a Gesù” sarebbe comunque andato in scena al di là di qualsiasi possibile polemica. Così il discorso venne chiuso, sia pure lasciando ad alcuni un po’ di amaro in bocca...L’unico problema “pratico” fu che da allora il pubblico confuse talora le attività dell’AMA con quelle della Vittorio Alfieri (chiamata talora popolarmente “La Compagnia dei dottori”), che restavano invece entità ben distinte.
Come tutte le Compagnie anche la Vittorio Alfieri aveva deciso di inscenare spettacoli “minori” parallelamente alle prove della prossima “pièce” , appunto il“ Processo a Gesù ”di Fabbri, testo scelto perchè Nico credeva nella sua efficacia teatrale, perchè non compariva sulle scene torinesi da decenni (dopo l’allestimento con Roldano Lupi al Carignano) e perchè aveva molte belle parti per soddisfare ogni attore Nel frattempo andò in scena 5 volte lo spettacolo su “Malati e medici”: alla Famija Turineisa, a Borgo S.Dalmazzo su invito dell’ Ente Fiera, all’Ospedale S.Luigi per i malati dell’Ospedale, al Circolo della Stampa di Torino, al Matteotti di Moncalieri. Nel 2000 “ I malati” andranno in scena al Teatro Monterosa di Torino su invito del Lycée Francais Jean Giono.A queste rappresentazioni parteciparono Mario Piazza (con il finale del “ Re muore ” di Jonesco),con Graziella Gotro e Sara Piazza, Mario Priore e il nuovo acquisto Laura Tornatore. Anche la “Follia del vivere” ebbe 3 repliche: all’Unione Sportiva Torinese, al Settembre Rostese e al Salone di S.Croce in Torino, più una replica al Teatro Carignano per l’Inner Wheel a favore del Restauro della Cappella del S.Sudario. In alcune recite venne inserito un testo di Moro tratto da Redi( “ Bacco e Arianna”) con Moro stesso


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protagonista, coadiuvato dai danzatori diretti da Marilena Goria. Tutte le repliche si svolsero con successo e senza intoppi: unico episodio “curioso” al S.Luigi, in occasione di “ Malati e medici” quando il Melossi – che doveva cantare le sue solite ballate “mediche” ed uscire dal palco con l’intervento delle Pastorelle che facevano da filo conduttore – di colpo decise che non gli andava di esibirsi in una chiesa e che quindi non se la sentiva di entrare in
scena: reazione prima disperata, poi supplicante, infine arrabbiatissima da
parte di Nico Castello e alla fine Melossi viene quasi letteralmente “buttato” in scena, dove canta una sola delle due ballate programmate. Che farci? Leo Melossi è così, come il celebre Kean di Dumas: genio e sregolatezza...


UNO SPETTACOLO OPERISTICO E IL “PROCESSO A GESU’ ”

Prima di ricordare lo spettacolo di Diego Fabbri è da citare una
performance un po’ particolare, che vide la Compagnia impegnata, con tre dei suoi attori (Castello, Volante e Giacomini) in una curiosa messa in scena al Piccolo Regio di Torino: si trattava di “Umorismo in musica”, uno spettacolo ideato da Francesco Albano, Walter Baldasso (registi lirici) e da Nico Castello su temi operistici brillanti, tratti da Rossini, Donizetti, Puccini: gli attori recitavano i testi da cui le opere liriche erano state tratte e i cantanti Sonila Hoshafi,Sherrie Grieve,Sonia Franzese,Paolo Servidei, Maurizio Spinelli,Franco Uberto e Massimiliano Fichera interpretavano i brani cantati,accompagnati al pianoforte dal. M.°Leonardo Nicassio.(Giugno 1999).
A Ottobre,finalmente,andò in scena il “Processo a Gesù ” di Fabbri, in anteprima al Teatro S.Croce,poi in due riprese (a Novembre) al Piccolo Regio, che precedettero ulteriori repliche: nel 2000 al Teatro Petrarca di Settimo per la Fondazione “Aiutiamoli a vivere”,al Carignano di Torino (per una scuola di formazione infermieristica in India, promossa dal Rotary Club), infine, su invito, al Festival del Maggio Mappanese 2001.
Il cast affidava a Moro, Mirella Cassarino ,Castello, Giovanni Bianco ed Elisa Bianco i ruoli dei giudici,mentre Lalla Volante e Valerio Dell’Anna (ottimo attore introdotto in compagnia da Bocci, che con lui aveva recitato nella Comp.del Marchesato di Saluzzo) erano due commossi Maria e Giuseppe; Mauro Bocci era Giuda (finalmente un ruolo drammatico!), Eugenio Cassarino un imponente Caifa, Giacomini un ambiguo Pilato, Alessandro Dini un sofferto Pietro. Completavano il gruppo dei personaggi evangelici Roberto Giordano (Giovanni) e Vincenzo Voi (Tommaso), mentre a Gilda Berto era affidata la parte di Maddalena. Il folto gruppo degli “spettatori” del Processo era formato a Mario (L’intellettuale), Giacomini (il prete), Beatrice Capoti (la signora bionda), Luciano Gallo (un provinciale), Rosanna Emma (un’infelice). Come Commissari di polizia si alternavano Ermanno Barni (giunto in scena senza voce per una laringite) e Felice Colonna, mentre nei panni di Lazzaro figuravano sia Paola Barale che

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Cristina Sella. Tra il pubblico Masini, Laura Tornatore, Sara Piazza e Garofalo. Il soprano Carrieri era stata assunta per il canto ebraico del I atto. Laura Moro aveva ideato (e realizzato col marito e con Bianco, autore di un
gran Crocifisso che scendeva dall’alto nel finale, di grande effetto) le scene, Giacomini aveva disegnato i costumi eseguiti poi dalla Vanotto, mentre le musiche erano del Maestro Dino Barni, che ne aveva anche curato la registrazione per organo, utilizzata dal fonico Gian Rosmino. Miranda Fico dirigeva l’ufficio pubblicità e stampa, Enrica Gioda continuava il suo lavoro di suggeritrice, mentre Annamaria Gallizio curava il trucco, coadiuvata da Maria Grazia Battaggia, moglie di Eugenio. Datore di luci Gianni Nazzaro. Infine, la parte – importantissima – della “Donna delle pulizie”, che domina tutto il finale dell’opera: originariamente Nico aveva offerto questo ruolo a Lalla Volante che non ne aveva però voluto sapere, preferendo il ruolo più breve, ma secondo lei più consono al suo stile, di Maria di Nazareth. Dopo un tentativo con un’ottima attrice, Paola Gariglio della “Mousse” consigliata da Priore ma non realizzato per trasferimento della stessa a Parigi, Graziella Gotro salvò magnificamente la situazione, accettando e svolgendo con successo la difficile parte. Le recite andarono assai bene e il testo, pur nel suo “impegno” filosofico e teologico, fu seguito con molta attenzione ed interesse, anche perchè – bisogna dire – tutti gli interpreti furono a posto nei singoli ruoli, dando il meglio di sè, anche se a Elisa Bianco – nell’occasione ottima protagonista – il testo non piaceva.
Però qualcosa di negativo serpeggiava comunque tra le righe e Nico, prima di iniziare un nuovo allestimento preferì inviare a tutti una lettera, chiedendo la disponibilità futura. Le risposte furono perlopiù positive, ma accompagnate da alcuni “ritiri” in parte previsti (Elisa Bianco, ad esempio, che decise di lasciare il gruppo senza motivarne le ragioni, probabilmente legate a scelte di repertorio considerate troppo poco “moderne” per un’attrice giovane); altri imprevisti, come quelli di Claudio Giacomini (“anno sabbatico” per motivi di lavoro) e di Mauro Bocci, che – nelle intenzioni di Nico – poteva diventare l’erede della direzione della troupe. E’ possibile che anche lui preferisse un repertorio più “brillante” o desiderasse ruoli più protagonistici, come poteva invece coprire nella Compagnia teatrale di Saluzzo, sede – fra l’altro – della sua attività lavorativa. Da allora Mauro fece molto cabaret, recitò nell’ “Assassinio nella cattedrale” e nella “ Mandragola”, e mantenne coi vecchi compagni un buon rapporto di amicizia che dura tuttora. Altro ritiro – fin dall’inizio dei lavori – era stato quello di Silvia Battistella, scontenta – a quanto lei stessa aveva scritto – dei ruoli a lei finora affidati.


UN PO’ DI RESPIRO...

Gli anni 2001- 2002 e 2003 furono anni di relativo riposo: infatti sono da segnalare soltanto, nel 2001, oltre alla già citata replica del “Processo”


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al Festival di Mappano, una rappresentazione di “Pierino e il lupo” di Prokoviev per i malati del Regina Margherita (Castello, Priore, Capoti, Emma, Garofalo, Rosmino, Voi, Rosestolato, regia di Nico Castello), e un’edizione in Ottobre al Piccolo Regio di Torino della “Follia del vivere” per la regia di Moro e Mirella Cassarino , con il consueto cast e con il passaggio di Annamaria Gallizio dal ruolo di truccatrice a quello di Contadina russa; l’anno si concluse nello stesso mese con una replica di “Fuggi fuggi per l’orrida via “.. (Guido Volante sostituì Priore, Mirella la Zegna, mentre il coro verdiano “in prosa” era formato da Dini, Masini, Nuccia Strati e Terry Gesess) all’Associazione Fidapa di Pino-Chieri di cui Lalla era Presidente. Lo stesso spettacolo venne poi replicato ulteriormente al Centro Culturale Pannunzio (due volte per accontentare tutte le richieste), con lo stesso cast, ma con Paola Mondo che sostituiva la Gesess, nel Gennaio 2002 (in realtà il pubblico fu poi scarso a causa di un temporale “coi fiocchi” scoppiato proprio all’ora della recita!). Il 2002 vide anche una nuova edizione di “Pierino e il lupo”, con Priore, Enrico Poncini, Rosanna Emma, Beatrice Capoti e attori improvvisati tra i soci del Lions Club ospitante, come Guido Cutellè, Ennio Betti, Guido Bresino, Guido Bongioannini e Adriano Zegna. Diapositive di Enzo Panizzi, realizzatore della parte musicale Gian Rosmino. Infine, nel Giugno 2002, la Compagnia replicò al Carignano, col patrocinio del comune di Torino, la solita “Follia del vivere” (Cassarino, Volante, Castello, Masini, Mirella Cassarino, Dini, Moro, Tornatore e Gallizio. Anche Giancarla Marmo calcò la scena come Contadina russa. Gioda suggeritrice, presentazione di Mirella Cassarino. .
L’anno 2003 fu dedicato alla prepazione di “ Piccola città ”, di cui parleremo a parte, e quindi ci fu spazio soltanto per due performances della Compagnia: “Donna,svelami,narra...”. dedicato alle donne delle opere di Verdi, presso la Fidapa, in Aprile (con Nico Castello , Lalla Volante,Guido Volante e Lina Gaggero per le parti in prosa, regia di Castello, fonico Rosmino) e una ulteriore replica della ”Follia del vivere” su invito del Maggio Mappanese 2003, in cui venne inserito “Il naso ”, tratto da Giovanni Moro da una celebre novella di Gogol, con Rita Rosestolato mima protagonista ed il solito cast con l’aggiunta di Elisa Poncini, Carmen Tanzi e Donatella Zullo a fianco di Gilda Berto nei ruoli delle Contadine russe. Scena di Laura Lazzari Moro, suggeritrice Gioda, Direttore di scena Franca Rubino (che già aveva collaborato con la Compagnia ai tempi della “Piccola città” non realizzata) e Giusy Musso nel ruolo di fonico in cui mancava Rosmino per ragioni di salute. Unica delusione la carenza di organizzazione del Festival di Prosa, per cui gli attori stessi dovettero allestirsi il palcoscenico nel pomeriggio (con una temperatura di 40 gradi che non invogliava certo a questo tipo di lavoro..) e poi furono costretti a vestirsi e a truccarsi all’aperto, dietro un porticato-muretto senza l’onor di un paravento, col pubblico che intanto arrivava ed occhieggiava, nella speranza di scorgere qualche sfiziosa, anche se parziale, nudità di attrice...Alla fine però, buon successo di pubblico e complimenti (non ricambiati) degli organizzatori.


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LA “ PICCOLA CITTA’ “ DI THORNTON WILDER.


“Piccola città”, dell’autore americano Thornton Wilder, è uno dei testi prediletti dalla Compagnia Vittorio Alfieri: già nel periodo universitario ne era stata allestita una prima edizione con M.Luisa Alesina protagonista nei panni di Emily, al Teatro Madonna delle Rose; poi – e già se ne è accennato – ne era stata programmata un’edizione diretta da Piero Castello, in cui Lalla Volante avrebbe dovuto vestire i panni di Emily, edizione non andata in porto, e del perchè si è già detto. Una nuova edizione, ora che la Compagnia era maturata come preparazione, attirava Nico Castello , che in un primo tempo aveva pensato di curarne solo la regia, lasciando a Mario Priore il ruolo del “Regista” in scena. Purtroppo Mario aveva deciso di sospendere la sua attività teatrale, si spera temporaneamente. Così si fece luce un’altra idea: Guido Volante alla regia e Nico Castello nel ruolo che già aveva rivestito tanti anni prima. Lalla e Mirella sarebbero state le due madri, Alessandro Dini Stimson, Eugenio e Giovanni Moro i due padri, Beatrice Capoti la sig.ra Soames. Gilda Berto , Rita Rosestolato (poi ritiratasi) e Carmen Tanzi il gruppo delle “defunte”, Elisa ed Enrico Poncini i due ragazzi Gibbs e Webb, Masini il lattaio Newsome, Garofalo il giornalaio Crowell. Due nuovi acquisti, Giorgio Zangirolami (reduce da molte prestazioni in varie Compagnie), la guardia Warren e Paolo Vogliotti Sam Craig. Giovanni Bianco avrebbe interpretato il prof.Willard (che non è presente in tutte le edizioni della commedia) e lo stesso Guido Volante sarebbe comparso in scena nella piccola parte del becchino Stoddard. Restava il problema principale, cioè i due giovani protagonistri, George ed Emily. Per il primo venne scritturato, dopo un’audizione soddisfaciente, il giovane Michele Puzzangara, mentre nel difficile ruolo di Emily sarebbe entrata Liliana Di Marco (più nota al pubblico come Lil’Darling, brava cantante jazz e nuora di Guido) che aveva sempre
coltivato in sè una passione anche per la prosa. Suggeriva Enrica Gioda, scene di Laura Lazzari Moro e Giusy Musso, musiche del M.° Paolo Volante, Direttore di scena Franca Rubino (Renata Giardullo aveva ormai abbandonato la Compagnia); coreografie di Rosanna Emma (che per la verità questa volta comparve poco alle prove, e se ne sentì la mancanza nel risolvere il problema delle numerose scene “senza oggetti” richieste ai vari interpreti); fonici: Gian Rosmino (che anche se in cattiva salute non volle mancare al suo ruolo,che purtroppo sarebbe stato anche l’ultimo) e Lorenzo Caresana. Luci di Michelle Marzolla (che fece ammattire i tecnici del Piccolo Regio), collaboratori alla regia: Nico Castello e Giusy Musso.
I lavori procedettero con interesse ed entusiasmo per tutto l’anno, presso la sede, affittata per l’occasione, della Scuola di Danza Royal, anche se – naturalmente – non mancarono i piccoli intoppi: Franco Garofalo divenne celebre per le sue dimenticanze nel venire alle prove; Guido si scontrò qualche volta con Alessandro Dini su problemi di calendario per lui un po’



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rigido; ci fu anche un episodio tragicomico, quando Giorgio Zangirolami e Franco Garofalo restarono chiusi nell’antibagno e si dovette abbattere la porta (e poi pagarla..) per liberarli! Nico eseguiva correttamente ogni progetto registico, ma su alcune cose non concordava col regista: ad esempio nel far mostrare in pubblico la cantante Viviana Dragani – per altro eccellente – che doveva occupare con la sua “voce” il passaggio fra il II e il III atto, nè a lasciare visibile in pubblico il pianista Paolo Volante – altrettanto eccellente - che la accompagnava: quindi, soffriva in silenzio.
Guido, per carattere, era molto rispettoso degli attori e della loro esperienza e capacità di interpretazione e questo atteggiamento – da parte di alcuni – venne interpretato come scarsità di “attenzione” per i singoli ruoli: ma Guido sosteneva che il regista non era lì per “insegnare a recitare”, cosa che dovrebbe essere acquisita da chi va in scena...alla fine chi giudica è il pubblico: ed il pubblico diede ragione a Guido Volante , decretando un notevole successo alle due repliche, effettuate al Piccolo Regio (palcoscenico peraltro infelicissimo per la prosa) e apprezzando molto l’impostazione registica, cantante inclusa, la cui bella presenza in vestito da sera nero e attillato, aumentò il piacere degli spettatori, già gratificati dalla notevole voce... Ma il vero successo della serata – oltre che di Guido - fu comunque
per Liliana Di Marco, una Emily simpaticamente ingenua nel I atto, commossa ed emozionata nel II e tragica (forse un po’ meno di quanto sia il personaggio di Wilder,ma per scelta registica di Guido che voleva evitare i toni troppo “lagrimogeni..”) nel III. Giustamente, festeggiatissima. Ma anche tutti gli altri interpreti furono a posto nei loro ruoli, in particolare Lalla Volante, Mirella Cassarino, Giovanni Moro ed Eugenio Cassarino nelle parti dei quattro genitori.
Ottimo effetto fecero i cori fuori scena, tratti dai canti originali dell’epoca, che Guido – attento e precisissimo in queste ricerche “storico-musicali” – era riuscito via internet a reperire.
Tra il pubblico fece particolarmente piacere vedere un vecchio amico della Compagnia, Beppe Sigaudo, già attore nella “Piccola scena” diretta da Michele Oberto e tra i “maestri” di Nico Castello agli esordi della sua attività. Sigaudo era giunto appositamente da Aosta ove risiede per assistere allo spettacolo e ritrovarlo fu un po’ come ritornare ai felici tempi della giovinezza....
Alle voci di plauso si contrappose il giudizio negativo di un “veterano”: Piero Castello , che, in una lettera inviata a Lalla ma indirizzata in realtà a tutta la Compagnia, esprimeva il suo dissenso dall’interpretazione attoriale, senza volutamente entrare in merito alla regia, se pur diversa da quella del suo antico progetto.
Lalla non la prese troppo bene, mentre Nico sosteneva che le critiche – anche severe – fanno parte degli elementi che fanno maturare una troupe e non ci si può aspettare di essere solo applauditi, anche se – è logico – complimenti e applausi...soddisfano ovviamente di più!



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ASPETTANDO...EDIPO.

Edipo - come Amleto – era un “pallino” da sempre di Nico Castello, che però non aveva mai osato proporlo nè alla Compagnia,nè...a se stesso. Rendendosi però conto che gli anni – ahinoi! – passano rapidamente e che ulteriori rinvii non sarebbero stati più possibili, andando sempre più...fuori età, prese il coraggio a due mani e propose agli attori la titanica impresa di affrontare la tragedia greca, genere che – tra l’altro – mancava nelle esperienze della Compagnia Vittorio Alfieri. Supponendo molte “fughe” inviò la richiesta di disponibilità anche a quegli attori esterni che avevano collaborato spesso, come Mario Priore , Elena Zegna, Valerio Dell’Anna... Gli “esterni” ricusarono tutti per impegni vari di lavoro, ma in compenso quasi tutta la troupe si dichiarò disponibile, tranne Beatrice Capoti, la suggeritrice Enrica Gioda, Franco Garofalo, che – distratto come sempre – si dimenticò di rispondere alla lettera, e Michele Puzzangara che, dopo una o due letture, sparì, fors’anche perchè gli era di scarsa soddisfazione la parte del Coreuta, rispetto al ruolo quasi protagonistico di George in “ Piccola città ”.
Il lavoro si presentava come talmente impegnativo che non ci
fu tempo di allestire altri spettacoli, sia pure di repertorio. Il solo impegno che la Compagnia avrebbe accettato era una partecipazione al Festival di Mappano, appuntamento che stava diventando abituale, ma per mancanza di fondi comunali il Festival quell’anno fu sospeso.
Unica eccezione, un allestimento delle “Regine di Francia” di Wilder, su invito del Lions Club Torino Crimea: il testo vantava già un’edizione radiofonica di molti anni prima ed era utile per “sperimentare” le capacità di Beatrice Bonino, una giovane e graziosa attrice che Castello aveva conosciuto sui banchi del DAMS di Torino, dove si era laureato nel settore teatro per migliorare la propria professionalità. (Da notare, a questo proposito, che la Compagnia V.Alfieri aveva avuto da quell’anno l’onore di essere accreditata dall’Università di Torino come sede di tirocinio per gli studenti).
La “prova” andò benissimo: a fianco della Bonino – spigliata e dalla recitazione molto elegante nei panni di Sidonie Cressaux – agivano, convincenti ed efficaci, - due “veterane”: Lalla Volante (mam.selle Pontevin) ed Elena Zegna (Madame Pugeot) oltre allo stesso Castello nei panni dell’avvocato Cahusac. Splendidi i costumi ottocenteschi di Carla Vanotto. Le musiche di Telemann erano “manovrate” da Adriano Zegna, in sostituzione dello storico fonico della troupe, Giancarlo Rosmino, che la malattia aveva portato via alla Compagnia , oltre che alla famiglia e agli amici, il 23 Gennaio 2005 e che ora – per dirla con una frase di Calderòn de la Barca suggerita da Moro – “riposa in un mondo migliore sotto un baldacchino di stelle”
Questo unico e breve “intermezzo” tra i lavori per la tragedia greca
non interruppe naturalmente l’attività di organizzazione e prove riguardante la



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messa in scena dell’ “Edipo re” di Sofocle. Ma di questo avremo spazio per parlare nel prossimo paragrafo, dedicato appunto allo sventurato eroe greco.
Ci preme invece ricordare che la Compagnia possedeva ora – grazie a Giovanni Moro – già autore di Alcuni libretti di satirica cronaca delle recite e che se ne era accollato l’onere – uno spazio su Internet, contenente aggiornamenti, biografie degli attori e dei tecnici, fotografie, commenti e critiche. Un vero e proprio “sito” web della Compagnia Teatrale V.Alfieri.*

LA FATICOSA STRADA PER ARRIVARE...A TEBE.

Mettere insieme il Coro fu il primo ostacolo da affrontare: la regia prevedeva 10 Coreuti, 5 per semicoro, per ricalcare lo schema dei cori della tragedia greca dei tempi di Sofocle, ma ritiri e difficoltà a trovare i sostituti resero impervio l’inizio della strada che doveva condurre i nostri eroi al tragico mondo dei Tebani. Alla fine si decise di ridurre i Coreuti a 8 (4+4) e i ruoli vennero affidati a Gilda Berto, Lia Luone, Umberto Masini e Paolo Vogliotti per il I semicoro, a Barbara Gariglio, Terry Gesess, Elisa Poncini e Carmen Tanzi per il II. Il resto del cast venne distribuito tenendo conto ovviamente delle capacità dei singoli, ma anche della disponibilità alle prove: così a Giovanni Bianco – impegnato in altre rappresentazioni in quel di Settimo -e a Claudio Giacomini(un felice rientro, ma condizionato dallo scarso tempo a disposizione) vennero affidati i ruoli del Sacerdote di Giove e del Nunzio, che hanno un monologo ciascuno e possono quindi ridurre la presenza a un numero minimo di prove.
Per il resto, Nico Castello era Edipo, Eugenio Cassarino Creonte, Giovanni Moro il cieco Tiresia, Alessandro Dini il Corifeo, Giorgio Zangirolami il Messo corinzio, Guido Volante il Pastore. I due rilevanti ruoli femminili erano affidati a Lalla Volante (Giocasta) e a Mirella Cassarino (Sacerdotessa di Apollo). Completavano il cast Enrico Poncini (Un auleta), che per esigenze di recita scolastica contemporanea cederà poi il ruolo a Giorgio Macor, le piccole Adele Macor (Antigone) e Giulia Menzio (Ismene) ed Ermanno Barni (Una voce).
La nuova suggeritrice era Maria Comina (che rubava spazi al suo importante ruolo di vice-direttore del Centro Pannunzio) – sempre puntuale ed efficace – mentre Guido Volante fungeva da Direttore tecnico dell’allestimento, con Rinaldo Dealbera, un professionista del settore, alle luci. Scene di Giusy Musso, costumi di Laura Lazzari realizzati da Carla Vanotto. Direttore di scena Franca Rubino.
La regia prevedeva un “prologo” con gli appestati che vagano in una densa nebbia: Nico li avrebbe voluti realisticamente nudi e insanguinati, ma in campo amatoriale ottenere il nudo era ancora un problema, nonostante si fosse nell’anno 2006, e così si ripiegò, dietro consiglio di Marilena Goria


Per chi volesse consultarlo, il sito è www.gio-moro.it. Cliccare su
“Teatro amatoriale” e visionare i vari sottomenu (personaggi e interpreti, notizie etc)

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(cui la Compagnia non sarai mai abbastanza grata per aver accettato il ruolo di
Coreografa e di Istruttrice del coro, elemento protagonista della tragedia greca, che presume recitazione, ritmo, movimenti di danza e di mimica) in bodies color carne “sporcati” da bende e tracce di sangue.
Fu proprio col Coro che si dovettero affrontare le maggiori difficoltà: si trattava di un gruppo praticamente all’esordio nel settore, formato da non tutti diciottenni, quindi con una logica maggiore difficoltà ad entrare nel complesso giuoco di movimenti e di gestualità, intesa come elemento di espressione a fianco della parola. Inoltre l’affiatamento globale fu difficoltato dal fatto che Carmen dovette fare buona parte delle prove in stampelle per una lesione traumatica complessa, che Gilda subì un intervento cardiaco ed ebbe gravi problemi famigliari che ne provocarono numerose assenze nella prima parte della preparazione e che a tratti si osservava una sorta di “resistenza” psicologica alle “pretese” (sacrosante) di Marilena (non era così, Carmen?), vera professionista del settore e quindi assolutamente esigente, come avesse a che fare con un gruppo di “sue” allieve; infine, il ruolo dei Coreuti era effettivamente uno dei più difficili da interpretare per chi non fosse abituato da anni a questo tipo particolare di recitazione/ritmo/gestualità. Moro – aiuto regista con riferimento particolare al Coro – filmava le prove per avere un riscontro obbiettivo e correggere gli errori: insomma, fu un’arduo cammino, e quindi un merito particolare del gruppo, oltre che delle straordinarie capacità di Marilena, quello che portò alla fine ad un risultato positivo.
Le prove si svolsero finchè possibile al Teatro di v.Ascoli, poi – col gelido inverno – si dovette trovare un teatro riscaldato, che, dopo vari tentativi di Franca Rubino, instancabile ricercatrice, venne infine identificato nel bel teatro (ma con acustica impossibile) della Chiesa di S.Secondo.
Uno dei crucci del regista – data la complessità del testo – fu il sistematico ripetersi di assenze alle prove: un tasso di assenze basso, per la verità, ma continuo, per cui non si riusciva mai a fare una prova completa con tutti gli interpreti. I motivi erano i più vari: influenze, raffreddori, Olimpiadi, settimane bianche, gite al mare, festival di S.Remo in TV, problematiche famigliari, viaggi di lavoro, un po’ di vacanze, la mania quasi ossessiva - e tipicamente italica - dei “ponti”, cause ignote...Insomma ce n’era per tutti i gusti. Su questo tema è però giusto anche segnalare la presenza costante di Paolo Vogliotti (mai persa una prova!) e l’abnegazione di Elisa Poncini che – quattordicenne! – rinunciò per le prove a una cena di classe con compagni e insegnanti!
Comunque, a forza di fare, si giunse alle fatidiche tre recite programmate al teatro Gobetti: infatti gli altri teatri della città erano inusabili a causa degli impegni olimpionici di Torino 2006. Due recite erano a favore dell’ARSPI, la terza era stata commissionata dall’Inner Wheel di Torino.
Per la cronaca, i crucci del regista non furono solo le assenze, ma anche – e soprattutto – l’impossibilità di realizzare concretamente quello che era il progetto registico che aveva in testa. Già abbiamo detto della obbligata


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rinuncia agli appestati nudi e insanguinati; inoltre la regia originale prevedeva che le corone di Giocasta ed Edipo fossero identiche - cerchi di cuoio borchiati, di stile barbarico, - ma ci si mise di mezzo l’acconciatore Audello che consigliò acconciature diverse. E, si sa, se un truccatore - perdipiù celebre - per realizzare la sua visione del personaggio convince un’attrice (anche se di solito ligia) che “starà sicuramente meglio così che con altra acconciatura..”, la partita – per il povero regista – è irrimediabilmente perduta. Partiti dall’idea – accordata con la costumista – di costumi barbarici e semplici, ci si trovò di fronte a ricche stoffe ed orli dorati, perchè questa era la disponibilità che la sarta aveva in quanto a tessuti... Insomma, il percorso realizzativo fu costellato (come quasi sempre) da continui e obbligati adattamenti rispetto alla volontà iniziale ed alla iniziale visione del lavoro: il che, per un regista, rappresenta una sconfitta del suo disegno e gli fa sorgere seri propositi di lasciare tutto. Ma questa disquisizione sullo “hiatus” che separa regia ideata e realizzazione concreta dello spettacolo e sulle sulle relative cause ci porterebbe lontano, facendoci affrontare concetti di per sè molto interessanti, ma certamente fuori luogo in questa che vuole essere una semplice cronaca di eventi e non un saggio sulla regia teatrale. Se ne troverà comunque traccia in un articolo sul sito di Moro dedicato alla Compagnia Teatrale.(nel Menu cliccare “Teatro amatoriale”, poi “Avviso”): qui ha senso ricordare che in una regia – ad esempio in quella di Edipo – nulla è “per caso”, ma ogni elemento ha una sua ragione e un suo significato: così il colore rosso dei costumi di Edipo e Giocasta richiama il sangue di cui è intrisa la sfortunata stirpe, il costume chiaro di Creonte indica che è l’unico “puro” in questa vicenda; la foggia del costume del Corifeo è simile a quella di Creonte ad indicare che anch’egli appartiene alla corte e non al popolo, ma i colori sono più scuri e non ci sono orpelli perchè non appartiene alla nobiltà; i coreuti hanno maschere e costumi neri e rossi – dominanti nei vasi greci – poichè sono il simbolo della “grecità” della tragedia, mentre i Pastori ed il Nunzio vestono stoffe più rozze e a colori opachi poichè appartengono a una classe sociale inferiore rispetto ai regnanti. Così Tiresia, che però è accompagnato da un bambino vestito di bianco, a indicare il carattere sacerdotale del personaggio. Le colonne devono essere spezzate, riferendosi alla decadenza della città di Tebe, le corone identiche e con borchie ferrigne di Edipo e Giocasta sono simboli della morsa in cui i due sono stretti dal destino: Edipo se ne libererà alla fine, perdendo la regalità ma acquistando la coscienza dell’espiazione. Giocasta – oltre alla corona borchiata (che rifiutò nonostante ogni tentativo da parte del regista..) - dovrebbe essere velata, a ricordare che esiste una verità che ella non vuole vedere. La Sacerdotessa è vestita di nero poichè rappresenta le forze oscure e il suo lungo e talora contestato strascico rappresenta il serpente. La nudità degli appestati doveva essere indice della perdita della dignità umana distrutta dallo strazio e dal disfacimento della peste. Non appaiono mai le tonalità azzurra, lilla, violetta, non usate nei vasi greci,etc
Tutto questo per sottolineare come ogni particolare di una messa in scena dovrebbe inquadrarsi in una visione unitaria e significante: distratti dal pensare a se stessi, non tutti – ahimè – lo vogliono capire...

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Ma passiamo allo spettacolo, prima di entrare nei particolari del quale, c’è ancora da annotare un piccolo malinteso fra Laura Lazzari – eccellente disegnatrice dei costumi – ed il regista. Su qualche costume, infatti, Castello aveva fatto piccole correzioni, non al disegno ma alla realizzazione da parte della sarta: aveva fatto allungare lo strascico della Sacerdotessa, aveva fatto togliere un ornamento aureo dal costume ritenuto troppo regale del Corifeo e aveva raccomandato alla sarta di sostituire la stoffa grigio-azzurra proposta dalla medesima per Creonte con una stoffa di colore adeguato al “tono” generale della messa in scena. Inoltre la sarta aveva proposto una stoffa chiara per i due protagonisti, mentre Nico e Laura erano stati d’accordo fin dall’inizio per il color rosso-sangue. Gli altri costumi erano rimasti invariati. La sarta, inoltre, aveva chiesto a Lalla Volante di ritirare ogni costume (e pagarlo) man mano che veniva finito. Così venne fatto, pensando che la costumista avesse comunque preso visione dei costumi finiti prima della consegna, il che invece non era avvenuto. Laura visse logicamente il tutto come una serie di indebite interferenze, si sentì esautorata nel suo ruolo e decise di ritirarsi. Nico riconobbe che, anche se i piccoli cambiamenti suggeriti rientravano nel quadro generale di foggia e colore concordato con la costumista, sarebbe stato più corretto da parte sua passare attraverso la medesima anzichè suggerire le modificazioni direttamente alla sarta, che peraltro lo interpellava “saltando” la costumista etc., e fece le sue scuse. Insomma ci si spiegò, come capita sempre fra persone civili, pur mantenendo ciascuno le proprie convinzioni. E’ un classico esempio di quel che capita dietro le quinte di uno spettacolo, quando molte persone sono implicate in una complessa realizzazione e non si stabiliscono troppo bene i rapporti con gli “esterni”, con i quali finiscono a volte per crearsi non volute ambiguità senza malafede da parte di nessuno. E del resto, come disse giustamente Giovanni Moro, “le incomprensioni si chiamano incomprensioni proprio perchè sono tali..”
Ma c’è un dio del teatro, e quindi – a dispetto di problemi, discussioni, incomprensioni e arrabbiature - la barca finisce per andare in porto: ed anche questa volta Edipo, dopo un’ ultima prova di un’intera giornata organizzata da Alessandro Dini al Teatro S.Anna (già sede di uno storico “Parassita”del 1954), e dopo l’immancabile “generale” ritardata di due ore, approdò felicemente al successo, con due sere esaurite ed una all’80%. Ottimo l’effetto della bella scena di Giusy Musso , professionale scenografa di classe(presente fino all’ultimo nonostante un doloroso ascesso dentario!) e ottimo il lavoro alle luci di Rinaldo Dealbera. Sulle interpretazioni ci fu unanime accordo del pubblico a lodare il buon livello raggiunto dalla Compagnia nell’affrontare uno dei testi più impegnativi e difficili della storia del teatro.Tutti furono all’altezza (parliamo di amatori, sia pure di esperienza: non facciamo confronti con le “grandi” edizioni di Edipo, s’intende). Eugenio Cassarino fu un Creonte nobile e autoritario e temprò la sua tendenza alla recitazione “alta” con momenti di malinconia e riflessione; buono anche il Tiresia di Giovanni Moro, con tratti sarcastici che ammorbidivano la presenza di un personaggio quasi venuto da un altro mondo; Giovanni Bianco fu un

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autorevole Sacerdote, Alessandro Dini un partecipe Corifeo, Guido Volante
e Giorgio Zangirolami spiccarono nelle due rilevanti parti dei Pastori. Una menzione particolare alla nobile interpretazione di Claudio Giacomini nella parte del Nunzio. Molto bene le due protagoniste femminili: Lalla Volante come Giocasta, (parte di particolare difficoltà anche per imbarazzanti silenzi e insistite presenze in scena durante i dialoghi di altri personaggi) che espresse bene l’ansia crescente della sfortunata regina (e fu protagonista di un rasentato incidente, salendo su una scala che cadde perchè non fissata, per fortuna fuori scena!), e Mirella Cassarino, ieratica e autoritaria presenza di
Sacerdotessa di Apollo,che forse in qualche momento avrebbe richiesto un po’ più di allucinazione medianica. Disinvolte Ismene e Antigone, interpretate dalle giovanissime Adele Macor e Giulia Menzio e così Giorgio Macor , auleta e accompagnatore di Tiresia.
Ultimi ma non ultimi:il Coro e Edipo. Abbiamo già segnalato in apertura di capitolo le difficoltà legate alla realizzazione del Coro greco: ebbene, occorre dire che i Coreuti, sotto la vigile e autoritaria guida di Marilena Goria, se la cavarono benissimo, risultando – come il regista aveva voluto – i veri protagonisti della rappresentazione. Da non dimenticare, naturalmente, l’efficace prestazione delle “appestate” nel prologo, essenziali per creare la cupa atmosfera della Tebe colpita dall’epidemia e dalla sventura.
Difficile, per chi scrive, parlare dell’interpretazione di Edipo, avendola affrontata in prima persona: limitiamoci a segnalare che i giudizi furono positivi, gli applausi affettuosi ed intensi e che, in definitiva, Nico Castello superò l’ardua prova di aver affrontato il personaggio certamente più difficile della sua carriera di attore. Del resto, il grande Gassman in un’intervista ebbe a dire: “un attore non è completo se nella sua vita non affronta il personaggio di Edipo”...
In chiusura, non è poi da dimenticare l’oscuro lavoro di quelli che agiscono “dietro le quinte”, dalle truccatrici Marmo (in forse fino all’ultimo per cause di salute ma eroicamente presente), Mancini e Battaggia alla suggeritrice Comina, dai direttori di scena Rubino e Giardullo alla preziosa direzione dell’ allestimento scenico di Guido Volante ed all’ insostituibile attività organizzativa di Umberto Masini e di Sandra Rocco.
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CONCLUSIONE
Abbiamo ripercorso il viaggio della Compagnia Teatrale V.Alfieri per 24 anni, partendo dal shakespeariano Castello di Elsinore per giungere, con faticoso ma entusiasmante cammino, alla tragica Reggia di Tebe. Il futuro? I componenti della troupe si augurano che riservi nuove soddisfazioni e soprattutto che si trovi chi abbia la volontà di ereditare le redini dell’impresa: un cambio generazionale è d’obbligo anche e soprattutto in teatro. Non si può non considerare un calo di afflusso di pubblico dai 1000-1200 paganti di pochi anni prima agli attuali 600: le cause di questo calo saranno da studiare a fondo per il prossimo futuro. E se futuro ci sarà, ci sarà – a documentarlo – anche un seguito a queste pagine. Quindi, amici miei....a rivederci.

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