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| Alcuni credono
in ciò che vedono, altri vedono ciò in cui credono. 1) Simone il pescatore è stato dal maestro soprannominato Cefa, Pietra. A sentire Matteo (16,13) si era guadagnato questo soprannome con un pizzico di adulazione o, secondo la Dottrina, interpretando con esatta spiritualità la vera essenza del Cristo: "Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: La gente chi dice che sia il figlio dell’uomo? Risposero: Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti. Disse loro: Voi chi credete che io sia? Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il figlio del Dio Vivente. E Gesù: Beato te, Simone figlio di Giona perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei Cieli. Tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo." Nessuno, nemmeno il più blasfemo tra gli ebrei, avrebbe mai osato pensare che il Dio vivente potesse avere un figlio, e che un uomo potesse essere figlio di Dio, se non nell’accezione comune del termine. Sussiste quindi la ragionevole possibilità che questo racconto sia un inserimento redazionale attribuibile ad un’epoca postapostolica, quando, l’uomo era divenuto Uomo. Una conferma la si trova in alcuni frammenti di testi cristiani copti del II-III secolo. Pietro qui è ormai librato nell’immaginifico delle nuove cristologie: "Tu sei beato, Simone Bariona, poiché non sono la carne e il sangue che ti hanno rivelato queste cose (-) Allora pose la mano sulla sua testa, tutti gli eserciti celesti dissero il trisàghion e gli eoni che erano sul monte gridarono con essi: Santo, santo, santo l’apa Pietro sommo sacerdote". Simone era stato veramente soprannominato Cefa: è con questo nomignolo infatti che lo chiama comunemente Paolo (Lettera ai Galati e I ai Corinzi,), forse con una lieve sfumatura dispregiativa. Il temine Cefas non appartiene alla lingua greca ma a qualche dialetto. Lo si trova solamente in Giovanni, che chiarisce il significato del nomignolo, e nelle lettere di Paolo; verrà poi ripreso dagli scrittori cristiani quali Tertulliano, Gerolamo e Agostino. Nativo di Betsaida, Pietro secondo la tradizione abitava a Cafarnao, in riva al lago di Tiberiade ed aveva una impresa di pesca. Era un uomo aduso alle maniere forti: secondo Giovanni (18,10) fu lui che per difendere il Maestro pose mano alle armi e ferì un servo del Sommo Sacerdote. Anche nel Vangelo non canonico di Maria (di Magdala) gode di simile fama (18,10): "Levi replicò a Pietro dicendo: Tu sei sempre irruente, Pietro! Ora vedo che ti scagli contro la donna come (contro) gli avversari. Se il Salvatore l’ha resa degna, chi sei tu che la respingi?". Malgrado ciò vediamo Pietro colto dal panico quando le cose per il Messia si mettono male. La cosa è comprensibile, in quanto al momento dell’arresto di Gesù (Matteo 26,56) "… tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono". Pietro tuttavia non abbandonò del tutto Gesù, ma mescolandosi alla gente fece del suo meglio per non farsi riconoscere, altrimenti all’indomani le croci erette sul Golgota sarebbero state quattro. In realtà il suo viso o i suoi modi di fare dovevano essere piuttosto noti e caratteristici, se nel cortile della casa di Caifa (Matteo 26,69 e seg.): "… una serva gli si avvicinò e gli disse: anche tu eri con Gesù, il Galileo! Ed egli negò davanti a tutti: Non capisco che cosa tu voglia dire". Un’altra serva lo riconosce, e poi in tutti i presenti si insinua il dubbio sulla sua identità: "Certo anche tu sei di quelli, la tua parlata ti tradisce! Allora egli incominciò a imprecare e a giurare: Non conosco quell’uomo!". Pietro si sentiva in qualche modo il guardaspalle del suo Maestro (Matteo 16,21): "Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei Sommi Sacerdoti e degli Scribi e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: Dio te ne scampi, Signore; questo non accadrà mai. Ma egli voltandosi disse a Pietro: Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo perché non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini". Che Gesù fosse conscio dei rischi della sua missione è probabile; che ambisse addirittura a sacrificarsi per la sua causa (come d’altronde hanno fatto innumerevoli martiri prima e dopo di lui) non è impossibile. Curioso è il fatto che Matteo (16,17) – ed il citato frammento dei testi copti - definiscono Pietro bar Jona, ossia figlio di Giona, mentre in Giovanni (1,42) Gesù dice chiaramente: "Tu sei Simone il figlio di Giovanni, ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)" e (21.16)"Simone di Giovanni, mi ami?". Pietro era figlio di Giona o figlio di Giovanni? E’ certo che il dilemma non sarà mai risolto, ma se invece di bar Jona leggessimo barjona, Pietro diventerebbe ‘Pietro il terrorista’. Nel racconto di Matteo - per quanto anch'esso redazionale e postapostolico - sono chiaramente sottintesi i timori del gruppo che si accingeva ad intraprendere un’avventura destinata a finire tragicamente, come poi in effetti è avvenuto, ed è facile immaginare l’assemblea dei seguaci intenta a valutare possibilità e rischi dell’ingresso regale in Gerusalemme. Pietro sa delle poche possibilità di poter difendere il suo maestro, ma questi ormai ha deciso di compiere il fatidico passo. D’altronde Gesù era certo di poter contare sul più potente tra tutti gli alleati, il Padre. Sappiamo da Paolo che Pietro era un ebreo tradizionalista. Proprio sul rispetto delle tradizioni Paolo e Cefa ebbero uno scontro molto duro (Galati 2,11 e seg.): "Ma quando Cefa venne ad Antiochia mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto". Ciò nonostante Cefa non è stato una figura - sempre secondo Paolo - molto limpida e, come fece nel cortile di Caifa, ogni tanto indulgeva a qualche deroga dai suoi principi: "Infatti prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo (il Giusto, fratello di Gesù, che aveva assunto la guida della comunità) egli prendeva cibo assieme ai pagani; ma dopo la loro venuta cominciò ad evitarli e a tenersi in disparte per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione al punto che anche Barnaba si lasciò attirare dalla loro ipocrisia. Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: Se tu che sei giudeo vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei? Noi che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato dalle opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; poiché dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno". Parole severe, quelle di Paolo. Pietro è tacciato di ipocrisia, Pietro soffre di timore reverenziale nei confronti di Giacomo che si dimostra intransigente per quanto concerne il rispetto delle tradizioni. 2) Sulla questione della biografia di Pietro, sulla sua presenza a Roma e sulla fondazione del papato esistono più libri di quanti una biblioteca potrebbe contenere. Qui posso solo elencare i principali punti problematici. Dopo la morte di Cristo, per 14 anni, Pietro continuò l'attività del maestro nel Vicino Oriente (Lettera I di Pietro e altri), predicando e compiendo guarigioni. Tuttavia non fu lui a guidare il gruppo degli apostoli e la nascente Chiesa gerosolimitana, il cui primato per consenso unanime fu conferito a Giacomo il Giusto. pertanto Pietro non fu il primo Vescovo e per conseguenza, il primo pontefice. Poco prima della sua drammatica fine (anno 44), Erode Agrippa fece assassinare Giacomo Maggiore e arrestare Pietro. Questi riuscì a fuggire dal carcere e, dopo essersi accomiatati dai confratelli, "...si incamminò verso un altro luogo". Perché questo "altro luogo" è stato identificato con Roma? La presenza di Pietro in Roma negli anni quaranta si basa dunque su di una traccia quanto mai esile presente nel Nuovo testamento. Ecco i punti: < Pietro, arrestato da Agrippa, fugge miracolosamente e, dopo aver salutato i confratelli, "uscì e andò in un altro luogo (Atti 12,17)" < la I lettera di Pietro indirizzata alle comunità del Vicino Oriente si conclude con questo saluto (5,13): " Vi abbraccia la comunità radunata in Babilonia e Marco, figlio mio" < nell’Apocalisse (17,3 e seg.) è descritta una donna perversa, seduta sulla groppa di una bestia mostruosa con sette teste e dieci corna, e porta sulla fronte la scritta "La grande Babilonia, la madre delle meretrici e delle abominazioni della terra" Si vuole pertanto vedere nella Babilonia la stessa Roma (le sette teste rappresenterebbero i sette colli, le dieci corna le nazioni soggette), quindi Pietro avrebbe inviato la sua lettera da Roma. Perché mai Roma avrebbe dovuto essere la madre delle abominazioni della terra? L’Urbe in quel tempo era ancora una austera città, non perseguitava nessuno che fosse rispettoso della legge, le sue truppe avevano in più occasioni protetto gli Ebrei cristiani dalla loro stessa gente (in Giudea, a Cipro, Corinto ed Efeso (cfr Atti e Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche XX,199 e seg.). A rigor di logica, per contro, possiamo considerare l’ipotesi che Pietro si sia recato veramente a Babilonia, ove era fiorente una comunità ebraica residuata fin dal tempo della cattività babilonese, in quanto solo una parte di Israele fece ritorno in patria: oltretutto quel 'comunità radunata" suggerisce bene l'idea di un nucleo di correligionari arroccati ai margini di una città ormai in rovina. Che poi la città mesopotamica fosse considerata un covo di nequizie è detto con dovizia in tutta la Bibbia. Un esempio per tutti, il Salmo 136(137): "Figlia di Babilonia, votata alla distruzione, beato chi ti ricambierà quanto hai fatto a noi! Beato chi prenderà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la roccia!". Senza contare quanto fu detto da Isaia e Geremia. L'esilio babilonese di Pietro fu comunque di breve durata. Morto Agrippa nel 44, ogni causa di timore venne a cessare. Che sia fuggito a Babilonia oppure a Roma-Babilonia, Pietro rimase lontano dalla Palestina per ben poco tempo, in quanto nel 47-48 avvenne l'incontro con Paolo in Gerusalemme (Galati 1,18), e nulla nel testo paolino suggerisce l'idea che Pietro si sia assentato per molto. E’ certo che a Roma si era costituita in tempi assai precoci una comunità giudaico-cristiana, ma nelle Lettere di Paolo e negli Atti non è fatto alcun cenno alla presenza nella capitale del primo degli apostoli, il che è piuttosto strano. La lettera ai Romani (1,11) si compiace della loro fede: "Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi ed io"; mentre agli Ebrei (di Cesarea? - 2,1) rimprovera una scarsa ortodossia: "Proprio per questo bisogna che ci applichiamo con maggior impegno a quelle cose che abbiamo udito, per non andare fuori strada". Se a Roma avesse predicato Pietro, Paolo non avrebbe potuto esprimersi in termini simili. La deduzione possibile è che nell’Urbe la Chiesa sia stata fondata da un predicatore per il quale Paolo nutriva una grande stima, difficilmente identificabile con Pietro visti i precedente scontri ideologici (Galati 2,11). Paolo conosceva assai bene Pietro, ma non dimostrava alcuna simpatia nei suoi confronti. Strano il destino che accomuna i due nel calendario ecclesiastico: la loro festa, il 29 giugno, era nella Roma classica la festa di Romolo e Remo, e l’accostamento, che a prima vista può apparire quanto meno curioso, è in realtà finalizzato ad un recupero di immagine dei due dissenzienti. Proprio come i gemelli della lupa. Torniamo all'ipotesi di un breve soggiorno di Pietro nell’Urbe intorno all’anno 44. tanto breve da consentirgli diessere con certezza a Gerusalemme (Erode Agrippa era morto nel 44 e quindi il pericolo era cessato) nel 48 (Galati 1,18), in un incontro al quale è presente solo Giacomo il Giusto, e poi nel 58 (Galati 2,1) ove è presente anche Giovanni. Secondo gli atti non canonici, nel 62 sarebbe ritornato a Roma, subendovi il martirio nel volgere di qualche anno. Le domande che ci assillano sono pertanto le seguenti: sarà vero che Pietro si recò a Roma nel 43-44? Nella comunità cristiana, che sappiamo da Paolo e poi dal tragico progrom di Nerone essere una consistente realtà, anche volendo ammettere la Tradizione, chi resse la Chiesa per un ventennio, chi fu il suo vescovo? E se la Chiesa di Roma fu fondata veramente da Pietro, com’é possibile che Paolo non solo non ne faccia cenno, ma ritenga i Romani bisognevoli della sua parole e li metta in guardia (16,17) da insegnamenti fuorvianti? E ancora: se Pietro fu a Roma dopo il 62, perché Paolo, pur assolto nell'appello a Cesare ma scoraggiato e deluso dall'ambiente, si lamenta per essere stato tradito e abbandonato da tutti (II Timoteo 4,16), quindi anche da Pietro? 3) Pietro si recò veramente a Roma agli inizi degli anni sessanta, e vi subì il martirio? Le testimonianze sono sconsolatamente poche ed incerte. Dopo l’inspiegabile silenzio di Paolo e degli Atti, per avere una prima testimonianza dobbiamo attendere la fine del I secolo. Clemente Romano, terzo vescovo di Roma, in una sua celebre lettera rimprovera ai Corinzi la “gelosia e l’invidia” a causa delle quali “furono perseguitate le più grandi e le più giuste colonne della chiesa” e “Pietro che per l’ingiusta invidia soffrì non uno, ma numerosi tormenti e così col martirio raggiunse il posto della gloria”. Questa lettera che viene comunemente ritenuta la 'prova del nove' della venuta di Pietro a Roma e del suo martirio, solleva assai più dubbi di quanti non ne cancelli. Per invidia di chi Pietro soffrì e fu ucciso? La gelosia e l'invidia sono sentimenti che si sviluppano nello stesso ambito, non tra i nemici. Per quali motivi Paolo scrisse, quarant'anni prima (Tito 1,5 e seg.): "Per questo ti ho lasciato a Creta perchè ragolassi ciò che rimane da fare e stabilissi presbiteri in ogni città... vi sono infatti soprattutto fra quelli che provengono dalla circoncisione molti spiriti insubordinati chiacchieroni e ingannatori della gente. A questi tali bisogna chiudere la bocca, perchè mettono in scompiglio intere famiglie, insegnando pper amore di un guadagno disonesto cose che non si debbono insegnare". Non basta. A Timoteo (I Tim. 1,3 e seg.) scrive: "Partendo per la macedonia ti raccomandai di rimanere ad Efeso perchè tu invitassi alcuni a non insegnare dottrine diverse e a non badare più a favole e a genealogie interminabili che servono più a vane discussioni che al disegno manifestato nella fede". Che dire? che pensare? Possiamo accettare l'ipotesi che Pietro sia stato coinvolto nella strage neroniana, non avendosi notizia di altre uccisioni per motivi religiosi in Roma in quegli anni. Ma se così fosse stato, anche questo soggiorno di Pietro sarebbe stato brevissimo. Eusebio di Cesarea nella sua Storia Ecclesiastica (però siamo già nel 312) riferisce la mirabolante disputa di Pietro con Simon Mago (II,14), e del martirio dell’apostolo si limita ad un “si riferisce che… Pietro… sia stato crocifisso”. Poco dopo (III,1) scrive che “Pietro sembra abbia predicato ai giudei della Diaspora nel Ponto, nella Galazia, i Bitinia, in Cappadocia e in Asia ed, essendo arrivato finalmente a Roma, fu crocifisso a testa in giù”. Sappiamo che molti condannati da Nerone furono crocifissi. Quanto all'area della predicazione essa coincide con quanto è scritto nella I lettera di Pietro. In ogni caso colpisce la scarsa rilevanza che viene data alla predicazione di Pietro in Roma: il cenno più esteso lo si trova in Clemente Alessandrino che in un suo libro (Ipotiposi, 6) scrive che dalla predicazione dell'apostolo sarebbe originato il Vangelo di Marco, che però - come è facile constatare – è una versione ridotta di quello di Matteo). In nessun scritto patristico (Origene, Dionigi, Tertulliano, Ireneo, che pure suffragano la venuta di Pietro a Roma ed il suo martirio) esistono notizie su questo. Per contro nel II e III secolo fioriscono le più improbabili leggende che coinvolgono anche la moglie, martire anch’essa con gran gioia del consorte, la figlia ammalata, il celebre incontro del Quo Vadis, la ferita alla fronte riportata nel carcere Mamertino (V’è perfino una chiesa detta della “Fasciola” e quella assai più grandiosa dove di mostrano i “Vincoli” ossia le catene che imprigionarono l’Apostolo. Che dire? Cercare la verità è umano, credere è sublime. Ognuno scelga, senza condannare o irridere chi non condivide le stesse idee, come purtroppo avviene ancora ai nostri giorni. 4) Vediamo ora qualche documento riguardante la cattedra di Roma. * Il primo vescovo fu uno sconosciuto perito nell'eccidio neroniano. * il secondo fu Lino da Volterra (69-87) * Clemente "al terzo posto dopo gli apostoli" sulla cattedra di Roma, scrisse nel 96-98 una "opportunissima lettera" ai fratelli di Corinto in seno ai quali era sorto un dissenso (Eusebio S. Ecc. V,6,3). I fedeli di quella Chiesa si erano ribellati - per motivi a noi sconosciuti - ai loro presbiteri. Clemente (ma l’attribuzione era incerta fin dai primi tempi) li esorta all’umiltà e all’obbedienza, traendo profusamente esempi dall’Antico Testamento. Dell’età apostolica(V,3 e seg.) scrive solamente: "Prendiamo i buoni apostoli. Pietro per l'ingiusta invidia non una o due, ma molte fatiche sopportò, e così col martirio raggiunse il posto della gloria. Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell'oriente e nell'occidente, ebbe la nobile fama della fede. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell'occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza". Secondo Clemente, dunque, Paolo non subì il martirio, mentre conferma quello di Pietro. Degli altri dice (XLII, 1 e seg.): "Gli apostoli predicarono il Vangelo da parte del Signore Gesù Cristo che fu mandato da Dio. Cristo fu inviato da Dio e gli apostoli da Cristo. Ambedue le cose ordinatamente secondo la volontà di Dio. Ricevuto il mandato e pieni di certezza nella risurrezione del Signore nostro Gesù Cristo e fiduciosi nella parola di Dio con l'assicurazione dello Spirito Santo, andarono ad annunziare che il regno di Dio stava per venire. Predicavano per le campagne e le città e costituivano le primizie del loro lavoro apostolico, provandole nello spirito, nei vescovi e nei diaconi dei futuri fedeli. E questo non era nuovo; da molto tempo si era scritto intorno ai vescovi e ai diaconi. Così, infatti, dice la Scrittura: Stabilirono i loro vescovi nella giustizia e i loro diaconi nella fede". * Nell’elenco dei vescovi famosi al tempo di Vero (Eusebio IV,21) non è citato alcun romano, però pare che in questa Chiesa regnasse una rigorosa ortodossia. Nei suoi ‘Commentari’ Egesippo (ibidem 22,2) andò a Roma e si fece consegnare l’elenco dei vescovi e attesta che "nelle singole successioni dei vescovi e per le singole città, rimangono sempre le stesse cose predicate mediante la legge e i profeti e il Signore". * Ireneo (C.Er. III,3,3) elencando i vescovi di Roma scrisse che "Con questa serie e successione è arrivata sino a noi la tradizione apostolica nella Chiesa e l’annuncio di verità" * Alla fine del secondo secolo in Roma avvenne lo scisma dei Montanisti ad opera del presbitero Fiorino. Contro questa eresia insorsero i vescovi di Gerapoli, Ireneo di Lione e lo scrittore ecclesiastico Apollonio, quasi a sottolineare l’impotenza dei vescovi locali (sedeva in cattedra il greco Eleuterio). * Vittore, alla fine del II secolo, tentò di imporre la sua autorità rendendo i suoi decreti validi per tutte le Chiese (scomunica dei Quartodecimani, ossia di coloro che celebravano la pasqua il quattordicesimo giorno del mese di Nisan, come gli Ebrei, e non la domenica successiva), ma fu sconfessato da tutti. * Dionisio vescovo di Corinto scrisse alle varie Chiese molte lettere (a noi non pervenute) in difesa dell’ortodossia e della corretta dottrina; ai romani scrisse lodandoli per gli "aiuti che fin dall’inizio siete soliti trasmettere" (ibidem 23,9) * Tra i vescovi che si distinsero al tempo di Eliogabalo (Eusebio S. Ecc. (VI,21,1) vengono citati i romani Zefirino, Callisto e Urbano, ma senza particolari menzioni. * All’epoca di Gordiano, morto il vescovo Ponziano e poi Antero che resse il ministero solo per un mese, Fabiano, un contadino giunto da poco a Roma, fu insignito vescovo perché, mentre era riunito in chiesa il consesso di tutti i fratelli, una colomba si posò sul suo capo. Morirà martire sotto Decio. *Stefano avocò a sé l’autorità di giudicare due vescovi spagnoli rei di avere comperato il libellus durante la persecuzione di Decio e li assolse. Insorse Cartagine, che sconfessò Roma e condannò i rei. Poco dopo sorse la questione della validità del battesimo amministrato dagli eretici. Un concilio indetto a Cartagine accolse la tesi di Cipriano, il quale riteneva che il sacramento non fosse valido e dovesse essere ripetuto, mentre Stefano sostenne invece la propria opinione contraria. Cipriano commentò che "Ciascuno dei capi della Chiesa è libero di comportarsi come vuole e deve rendere conto solo a Dio". * Dopo la persecuzione di Decio in Roma il presbitero Novato andò proclamando che per coloro che si mostrarono deboli di fronte alla morte non v’è salvezza. Si riunì un sinodo e Novato fu estromesso dalla Chiesa. Era vescovo di Roma Cornelio, del quale ci sono pervenute alcune lettere. * Ancora al tempo di Valeriano non viene citato alcun vescovo romano tra gli illustri. *Nel 270 i pastori delle Chiese antiochene scrissero "una lettera a Dionisio vescovo di Roma e a Massimo e a tutti i vescovi nostri comministri per il mondo, ai presbiteri e ai diaconi e a tutta la Chiesa cattolica che è sotto il cielo" per annunciare la scomunica di Paolo di Samosata e denunciare le sue malefatte (Eusebio di Cesarea, S.Ecc. VII,30,2). Nell’indirizzo si accenna ad una certa deferenza per il vescovo di Roma, ma la lettera ecumenica non gli viene commessa, come si converrebbe ad un pontefice, ma semplicemente comunicata. Gli esempi storici riportati dimostrano che, nonostante qualche tentativo da parte di un paio di personalità vigorose, i vescovi di Roma non rivestirono mai alcuna autorità ecumenica, almeno fino al tempo di Leone Magno. Non esisteva quindi alcuna supremazia né spirituale né giuridica di una Chiesa sulle altre, anche se alcune, tra cui Roma, per prestigio della sede e per disponibilità economiche potevano godere di maggiori attenzioni. Ancora qualche episodio. * Al Concilio di Nicea, indetto da Costantino il Grande, nel quale si definì una volta per tutte il credo cristiano cattolico (il Simbolo Niceno) e si confutarono le dottrine eretiche di Ario e dei suoi sostenitori, il vescovo di Roma era assente. Teodoreto di Cirro, con una punta di ironia, scrive: "Si riunirono trecentodiciotto vescovi. Ma quello di Roma per la sua avanzata vecchiaia non fu presente: mandò, tuttavia, due presbiteri con il potere di accordarsi su quanto si faceva. In quel tempo c’erano molti eccellenti per carismi apostolici e molti portavano nel loro corpo, come dice il santo apostolo, le stimmate del Signore Gesù". I presbiteri furono Vittore e Vincenzo. Il primo non viene mai altrimenti nominato e il secondo è forse da identificare con il vescovo di Capua, che nel concilio di Arles si dimostrerà debole sottoscrivendo la condanna di Atanasio, e ciò provocherà grave dolore a papa Liberio(Gallico). Il papa era Silvestro. Rendina scrive: "Il 3gennaio del 314 fu eletto vescovo di Roma un romano, Silvestro, destinato a ricoprire la carica per oltre un ventennio; un pontificato lungo, per il quale ci si aspetterebbero avvenimenti importanti e ben documentati in rapporto a quello che fu un momento storico decisivo per il futuro della Chiesa di Roma. E invece, come osservò il Caspar, questo pontificato fu ‘il più vuoto del secolo’, nel senso che Silvestro non ebbe una personalità tale da legarsi alle grandi vicende del momento". Fiorirono poi molte leggende pro e contro Silvestro, ma nessuna riuscì a risollevarne l’immagine. Non è nota la sua data di nascita, quindi non sappiamo quantificare la sua ‘vecchiaia’ nell’anno 325 (morì dieci anni dopo). * Nel travagliato concilio di Tiro, che avrebbe dovuto essere un vero processo ecclesiastico contro Atanasio, non v’è traccia della presenza del vescovo di Roma. Atanasio d'Alessandria (295 ca. - 373), detto anche "Atanasio il Grande", teologo e vescovo della diocesi di Alessandria. Fu strenuo sostenitore del credo cattolico nella forma che ancor oggi viene confessata, in conflitto anche aspro e senza esclusione di colpi contro la dottrina di Ario e dei suoi seguaci. Ricevette dapprima un'educazione classica, poi frequentò la scuola teologica alessandri-na che in quei tempi rappresentava il faro della dottrina cristiana. Nominato vescovo di Alessandria nel 328, dovette affrontare nella lotta contro l'eresia anche problemi politici, in quanto entrambi i contendenti cercavano di conquistarsi il favore dell'imperatore romano Costantino I; inoltre, la fazione filoariana era molto influente a corte. Il divino Atanasio, come lo definisce Teodoreto di Cirro, venne esiliato cinque volte, trascorrendo più di un terzo del suo episcopato fuori della sua sede. * Quando papa Liberio chiese udienza all’imperatore di fede ariana Costanzo - secondo sul trono dopo Costantino il grande di cui era figlio minore e dopo il fratello Costantino - per difendere la causa di Atanasio, l’imperatore lo apostrofò: "Quanta parte della terra tu sei, per cui da solo sostieni un uomo empio e rompi la pace della terra e del mondo intero? - Liberio: Per il fatto che io sia solo non diminuisce la causa della fede. Infatti anticamente si trovavano solo tre che si opposero all’ordine del re". Così Teodoreto di Cirro (S.Ecc. II, 13 e seg.). Sono le parole di un vescovo, non di un pontefice. I tre che si opposero al re sono i fanciulli gettati nella fornace, dal libro di Daniele, 3,12 e seg. L’avvento del papato e del primato di Roma è stato pertanto frutto di un millenario sviluppo. Per molti secoli i vescovi delle singole Chiese difesero la loro autonomia: ad esempio, quando il prestigio di Roma come meta di pellegrinaggi atti a generare indulgenze (siamo oramai nel XII secolo), il potere papale doveva limitarsi a rimettere la pena, sia in questo mondo che nell’altro, ma l’assoluzione competeva al vescovo di pertinenza. Furono le nuove acquisizioni di fedeli dall’Europa nord-orientale ad accrescere il potere del papa, al quale veniva rimesso il compito di assolvere certi peccati, quali l’incesto e l’adulterio, che colaggiù peccati non erano per antica tradizione. Poi l’indulgenza giubilare e altre consimili vennero da parte dei penitenti gradualmente confuse con l’assoluzione, con l’ausilio di più opportune confessioni fatte a prelati del tutto sconosciuti. Nel frattempo Roma poteva ancora offrire qualche vestigia della sua antica grandezza, unitamente a fantastici reperti della cristianità. Delle reliquie esibite in san Pietro, a partire dall’inizio del secondo millenio si ostendeva il telo della Veronica recante l’impronta del sudore di Cristo, con relativa indulgenza. Nello stesso tempo, nella basilica Lateranense si conservavano le teste di Pietro e di Paolo, l’Arca dell’Alleanza, le tavole di Mosé, la verga di Aronne, un’ampolla con della manna, l’abito della Madonna e il saio di pelo di cammello di Giovanni Battista, oltre al tavolo dell’ultima cena e alcuni pani e pesci del miracolo evangelico. Non mancava il solito frammento della Croce e, in un bagno conservatore, il cordone ombelicale ed il prepuzio di Gesù, quest’ultimo in concorrenza con quello conservato a Charroux. La storia ha spesso accusato le gerarchie ecclesiastiche di simonia e di circonvenzione dei creduli fedeli. In buona parte è certamente vero, ma spesso furono le circostanze ad imporre loro determinate scelte ed iniziative. Bonifacio VIII, eletto al Soglio nel 1294, fu artefice ma anche vittima della sua difesa del potere assoluto. Il Giubileo del 1300 gli venne in pratica imposto da una credenza popolare, di cui si ignorano le origini, che si diffuse in un battibaleno per tutta l’Europa, e fece affluire a Roma orde di pellegrini, che nessuno avrebbe mai potuto deludere. Roma divenne anche una straordinaria esportatrice, suo malgrado, di reliquie di martiri. I martiri romani non dovevano essere numerosi. La Depositio Martyrum del 354 (Sumption) annoverava trentadue martiri venerati dalla comunità cristiana; un elenco stilato un secolo dopo ne aggiunse altri settantadue. La traslazione delle salme avvenne nei secoli successivi, sia per il crollo di molti cunicoli catacombali, sia per le continue distruzioni conseguenti alle invasioni barbariche, anche se non mancarono tentativi di restauro, iniziati con Paolo I (757-767). I cristiani ‘parvenu’ delle lande nordiche iniziarono a pretendere la loro parte di reliquie, ed i resti dei sepolti, martiri o no che fossero, vennero esportati più o meno lecitamente. Roma in ogni caso divenne il faro della Cristianità occidentale (lo scisma greco avvenne nel 1054, al tempo di Leone IX). | |