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PICCOLA CITTA' di Thornton Wilder |
"Moliere diceva che per fare del teatro gli bastavano una pedana e un paio di passioni". A questo assioma si è attenuto anche il commediografo americano Thornton Wilder nella stesura del celebre dramma "Our town", tradotto in Italiano con il titolo - chissà perché! - di "Piccola città". L’autore, che allega al testo anche precise disposizioni concernenti la scenografia, o, meglio, la non scenografia, dirà che il suo è stato il "tentativo di trovare un valore supremo per tutti i piccoli eventi della nostra vita quotidiana. Una pretesa, una rivendicazione cui ho cercato di dare la massima assurdità possibile, mettendo la cittadina sullo sfondo delle sterminate dimensioni del tempo e dello spazio". Strana affermazione, in quanto in "Piccola città" non vi è proprio nulla di grandioso nel suo tempo e nel suo spazio. Wilder descrive il senso della vita - che si svolge monotona, immutabile, in una cittadina ‘old America’ di poco più di tremila abitanti - attraverso le cose minime della quotidianità, la bottiglia di latte del mattino, le voci dei cortile, la scuola, i matrimoni, le morti che non turbano nessuno, facendo esse parte dell’ineluttabilità dell'esistenza. Protagonista è una ragazza, Emily, della quale si narra la vicenda dalla giovinezza all’innamoramento, al matrimonio, alla morte di parto. Da morta Emily impersona la memoria e il rimpianto di ciò che è stato: per una misteriosa concessione dall’aldilà ottiene il permesso di rivivere una sua giornata terrena, ed Emily sceglie il giorno di un suo giovanile compleanno, il dodicesimo. Subito comprende il suo errore. Nel desiderio di ritornare ad assaporare la gioia della sua giovinezza, la ragazza non ha pensato "alla noia delle cose quotidiane, ai tanti gesti insignificanti d’una giornata, alle parole di cui non resta alcuna traccia ma delle quali è pur fatto il tessuto dell’esistenza (Giulio Nascimbeni)", quindi torna alla serenità del nulla ultraterreno: "…Accadeva tutto questo, tutte queste cose, e noi le vivevamo senza neanche accorgersene… Ah, riportatemi lassù… sulla collina… nella mia tomba… c’è nessuno….nessun essere umano….che sappia quello che sta vivendo mentre lo vive? Nessuno?…" Il regista (narratore) risponde: "No (pausa) I santi e i poeti forse…forse un poco…".
Tornata al cimitero sulla collina un vecchio - ovviamente anch’esso defunto - che nella vita terrena fu ubriacone più per resa alle ingiurie dell’esistenza che per vizio, le dice: "Adesso lo sai! Ecco cosa significa essere vivi. Aggirarsi in una nuvola d’ignoranza; andare attorno calpestando i sentimenti di quelli… di quelli che avete vicino… sprecare il tempo, buttarlo via come se gli anni da vivere fossero milioni… ignoranza, cecità"
Ma anche nell’aldilà i sentimenti sono altrettanto irrilevanti e vacui, e su questa vacuità si chiude il dramma.
E’ indubbiamente un’opera sconcertante. Sono ovvi i riferimenti a Pirandello, per la miscela di realtà e finzione che connota il testo e per ricorso al teatro nel teatro.
(G. Moro) |
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Thornton Niven Wilder (1897 - 1975) ha ricevuto la maggior parte della sua formazione iniziale in Cina, dove suo padre era nel servizio consolare americano. Wilder ha insegnato in università sia americane che europee, nel 1950-51 fu professore di poesia a Harvard. Drammaturgo altamente originale, impiegò tecniche teatrali non consuete, quali scambio di sequenze temporali, fraseologia minimale, personaggi che parlano direttamente al pubblico e, frequentemente, l'uso di un narratore. I suoi drammi, come i suoi romanzi, traggono il loro significato dall’esperienza ordinaria e dalle piccole cose della quotidianità.
Il primo lavoro letterario importante di Wilder fu il romanzo "Il ponte del San Luis Rey (1927) col quale vinse il suo primo Premio Pulitzer, che indaga la vita delle vittime di un disastro di un ponte nel Perù. Altri suoi romanzi sono "La Cabala" (1926); "La donna di Andros" (1930); "La mia destination in Cielo" (1934); "Le Idi di marzo" (1948); "L'ottavo giorno" (1967), un’antica saga di due famiglie, che è inoltre una storia di mistero e un'introspezione delle possibilità e del destino umano; e "Theophilus North" (1973), un racconto comico sulle esperienze in un giovane insolito che vive in Newport durante l'estate del 1929.
Anche se aveva già scritto lavori teatrali (il più noto è "Pranzo di Natale" - 1931), Wilder non aveva ottenuto riconoscimenti critico come drammaturgo fino alla produzione di "Piccola città" (1938) con la quale ottenne il secondo Premio Pulitzer. Le opere scritte successivamente sono senz’altro le più rappresentate del teatro americano: "La pelle dei nostri denti" (1942, terzo Premio Pulitzer) tratta la lotta umana senza fine per sopravvivere; "Il commerciante di Yonkers" (1938), poi divenuto "Il Matchmaker" (1954) da cui venne tratto il celeberrimo musical "Hello Dolly!" (1963). Nel 1965,Wilder ha ricevuto la prima medaglia nazionale per letteratura. |
Quando debuttò, nel 1938, "Piccola città" suscitò un grande clamore, sconcertando pubblico e critici, più per la mancanza di scenografia che per i contenuti.
Nel 1940 lo stesso autore con Harry Chandlee e Frank Craven cura la trasposizione cinematografica dell’opera; molti degli attori sono gli stessi che avevano portato in scena il dramma a Broadway, le scenografie sono di William Cameron Menzies, bellissima la colonna sonora di Aaron Copland. La trasposizione è fedele al testo, ma sono presenti ambienti e suppellettili mentre la scena del cimitero dove i morti ritornano a parlare viene mutata in sogno. E stato mantenuto, invece, il meccanismo del teatro nel teatro, anche se qui il narratore (F. Craven) parla da uno studio cinematografico.
Nel 1964 anche il grande Paul Newman si cimentò nella parte del 'regista' a Broadway.
In Italia "Piccola città" venne rappresentata nel 1942 al Teatro Nuovo di Roma a cura di Remigio Paone, con la Compagnia Elsa Merlini-Renato Cialente. Anche da noi il debutto fu movimentatissimo per il pubblico che si divise in due: da una parte applausi, dall’altra schiamazzi e urla di protesta durante e dopo la recita. Entrerà nella storia della cronaca teatrale italiana, ma fu assai poco gradita al Regime.
Nel dopoguerra compagnie grandi (Ruggeri, Gramatica, registi come Olmi e Fulchignoni) e piccole o amatoriali sono state protagoniste di infinite repliche che tuttora non conoscono declino. In TV una discreta edizione in b/n con Raul Grassilli e Giulia Lazzarini. |
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