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Questa storia comincia dove quella de “L’Alchimista” di Paulo Coelho termina. Non avete letto “L’Alchimista”? Peccato, vi sfuggirà il significato di qualche richiamo contenuto in questa fiaba. Quella dello scrittore brasiliano è una storia strana, con forte connotazione simbolica: ad un pastore viene profetizzato da misteriose creature magiche il ritrovamento di un tesoro, lontano, nei deserti, ai piedi delle piramidi. Il pastore, di nome Dom, detto però Santiago dagli amici, parte per un viaggio che simboleggia ovviamente l’esistenza, e incontra, come in tutte le esistenze, il dolore, la fatica, la saggezza, l’amore, fintantoché, ritornato a casa, trova il tesoro nascosto nei suoi stessi luoghi, a portata di mano. “L’Alchimista” dunque, dopo aver descritto il ritrovamento del tesoro nella chiesa diruta, ai piedi del sicomoro che il Pastore conosceva fina dalla sua infanzia, conclude con queste parole: Ma il vento riprese a soffiare: era il vento di Levante, il vento che veniva dall’Africa. Non portava l’odore del deserto, né la minaccia d’invasione dei Mori. Portava, invece, un profumo che egli conosceva bene e il suono di un bacio: che gli si avvicinò pian piano, pian piano fino a posarsi sulle sue labbra. Il ragazzo sorrise. Era la prima volta che la giovane gli dava un bacio. “Fatima, sto arrivando”, disse lui." Iniziamo pressapoco da quel momento. Santiago, oramai ricco e appagato, si sentiva il beneficiario dall’Anima del Mondo, o quantomeno era convinto che così fosse. In un casolare in parte cadente aveva riattato alcune stanze e, nel muro di pietrame dello scantinato, ricavato un bugigattolo nel quale aveva riposto il forziere. Ogni sera, quando il gregge oramai completamente stabulato levava a tratti qualche malinconico lamento e si apprestava al sonno della notte, correva nello scantinato e ed alla luce di un lume a petrolio contemplava il suo tesoro. Le monete spagnole antiche, le pietre, gli idoli razziati agli amerindi brillavano davanti ai suoi occhi mescendo il colore dell’oro con quello degli smalti e delle piume di fantastici uccelli. Al tremolio della fiammella del lume gli oggetti parevano grottesche figure danzanti , e la mente del pastore danzava con esse sino a stordirsi, sino a cader preda di un greve torpore. Santiago si addormentava col capo reclinato sulle braccia conserte. Talvolta, svegliandosi al primo albeggiare, credeva di avere sognato l’ombra di un palmeto, una sorgente di acqua limpida, una lieve figura di donna con la brocca sul capo, occhi profondi e malinconici, le labbra dolci di promesse ed un raggio di sole sottile come una gugliata di luce. Quando rammentava con maggiore chiarezza il sogno, tendeva l’orecchio come se gli fosse dato di udire il suono di un bacio. Ma i baci non avevano suono, così come i sogni non avevano profumo. Ed il sogno che non concede speranza è inganno. Un giorno decise di tornare a El Faiyum e portarsi via Fatima. Una promessa è una promessa e va mantenuta. Radunò le pecore e le condusse nella stalla di un amico, come aveva fatto... quando? Quanto tempo era trascorso, un mese forse, un anno... Santiago si stupiva di non potersene rammentare. Eppure era consapevole di ripetere gesti già compiuti, la stretta di mano al pastore affidatario, lo scambio della fiasca del vino, le solite raccomandazioni. Cose che tornavano alla memoria ben chiare ma senza collocazione nel tempo. Scrollò le spalle e si avviò fischiettando verso la fermata dell’autobus che lo avrebbe condotto a Tarifa. E' questa una bella città moresca con imponenti mura ed il gran palazzo dimora degli antichi signori. Le città con le mura danno una gradevole sensazione di sicurezza anche ai nostri giorni, quando in quell’angolo di Spagna non si temono più le orde dei Mori, ma quelle dei surfisti. Santiago giunse nella spianata del porto e sedette su di una delle panchine antistanti il luogo degli imbarchi per il Marocco. V’era poca gente che camminava in fretta cercando riparo nell’ombra delle case; solamente un vecchio si trascinava con passo stanco proprio in mezzo al piazzale reso rovente dal sole. Il giovane ebbe un tuffo al cuore quando credette di scorgere in lui uno dei suoi misteriosi profeti, il saggio re di Salem, ma fu disilluso non appena il poveraccio gli giunse accanto e porse la mano nel gesto del mendico. Elargì una moneta e ne ebbe in cambio un sorriso sdentato. Il vecchio si allontanò nel sole. Chissà come, si dispiacque di non avere incontrato l’antico consigliere. Ebbe come un brivido di gelo, si sentì solo, ma fu l’abbandono di un istante. “Suvvia, oramai le strade le conosciamo bene, non ci occorrono più i maestri!” Così rincuorandosi andò ad un botteghino sul molo ed acquistò un biglietto d’imbarco per Tangeri. “Pasaporte!” Rimase sorpreso. Questo non gli era stato chiesto la volta precedente. Rimase a fissare l’agente che lo ricambiò di mala grazia, probabilmente chiedendosi se il passeggero fosse ubriaco o matto. Santiago si riebbe appena in tempo per non essere fermato ed accompagnato al posto di guardia. “Scusate” - disse sorridendo esageratamente - “è il sole, e poi io non sono tanto pratico”. L’agente diede una rapida occhiata ai documenti e lo congedò con un cenno infastidito del capo. Sul molo d’attracco ebbe un’altra sorpresa. Anziché una feluca araba dalla grande vela triangolare era ormeggiato un immenso traghetto bianco che stava ingoiando frotte di veicoli di ogni genere, dalle sfumacchianti automobili degli emigrati agli autocarri con targhe straniere, e frotte di motociclette multicolori con i loro conducenti vestiti di attillate tute in pelle. Fu risucchiato dalla folla sulla passerella d’imbarco. Giunto sul ponte riuscì a trovare un angolo non stipato di gente. Lo sguardo poteva spaziare sul mare e scorgere oltre il velario azzurrino dei vapori la costa di Ceuta, lembo di terra spagnola in Africa distante solamente poche miglia, e la scogliera a perdita d’occhio della costa marocchina. La nave partì a notte inoltrata, quando tutti ormai dormivano per la stanchezza ed il cattivo cibo. Si mosse senza il minimo scossone, senza rollio, come se non appartenesse al mare, né il mare appartenesse a lei. Giunsero a Tangeri all’alba. Allontanandosi dal porto si sentì rinfrancato. Le rassicuranti mura della Medina erano lì come sempre. Le costeggiò a passo svelto. Aveva fretta di trovarsi nella grande piazza del Socco, teatro delle sue prime avventure. Lì era stato garbatamente derubato dei suoi averi dal ragazzo arabo che gli aveva promesso di condurlo alle piramidi in due giorni, lì era stato rifocillato dal venditore di dolci, lì aveva consultato la sorte per mezzo delle pietre magiche Urim e Tumim. In quella piazza aveva iniziato a vivere la sua Leggenda Personale. Sorrise nel ricordo di tutto questo. Acqua passata. L’atmosfera della piazza non era cambiata. Sui mille banchetti multicolori si vendeva ciarpame di ogni genere per turisti, dolci, bevande; ovunque sbraitavano giocolieri, guide improvvisate, imbroglioni di tutte le sorte, mendicanti dilettanti e di professione ed il solito inesauribile, incontenibile sciame di mosche e di ragazzini. Santiago sapeva come difendersi da quegli assalti e scantonò rapidamente per una viuzza secondaria che ben conosceva. Giunse all’inizio dell’erta che conduceva alla bottega del venditore di cristalli. Anche in quel luogo nulla era cambiato. Le case abbacinanti nel biancore degli intonaci erano rimaste le stesse, con le piccole finestre rigorosamente serrate e le altane con qualche fiore. La bottega del vetraio presso il quale aveva lavorato a lungo per guadagnarsi il denaro occorrente per il viaggio e che per merito suo era rifiorita, stava ancora al suo posto, ma irriconoscibile. Nessun vaso faceva mostra di sé nella vetrina che aveva costruito con le sue mani, niente the verde fumante nelle tazze di cristallo. Ora campeggiava l’insegna di una agenzia turistica che offriva a basso costo viaggi favolosi agli stranieri assetati di avventure . “Poco male” - pensò l’ex commesso - “si vede che il mio padrone ha fatto fortuna e magari è partito per il suo viaggio alla Mecca. Buon per lui!” Un’agenzia di viaggi era in ogni caso proprio quello che faceva al caso suo. Entrò accompagnato dallo squillo di una campanella. Una bella ragazza dai grandi occhi scuri, vestita all’occidentale e con il capo scoperto l’accolse con un sorriso. “Bonjour monsieur!” Santiago rispose in arabo, con grande meraviglia dell’interlocutrice. “Mi chiamo Alina, in che posso servirti?” chiese sorridendo. “Puoi trovarmi una carovaniera che possa portarmi fino all’oasi di El Faiyum, in Egitto?” La ragazza credette di aver udito male, e rimase a bocca aperta. “El Faiyum, in Egitto, dove ci sono le piramidi?” replicò incredula, certa di aver capito male. "Esattamente" A poco a poco Alina si riprese dalla sorpresa. “Ma, effendi, certamente tu vuoi scherzare! Sono secoli che le carovaniere non attraversano più il deserto!” “Secoli?” “Certo, effendi, è impossibile oggi attraversare il Tassili o il deserto libico! Nessuno ne uscirebbe vivo!” “Eppure...” Santiago tacque. L’espressione di sconcerto della ragazza non ammetteva repliche. “Scherzavo... sia lode ad Allah! come posso andare a El Faiyum?” Alina trasse un respiro di sollievo. Non si trovava di fronte un matto e nemmeno uno di quegli eccentrici americani che chiedono l’impossibile in cambio dei loro dollari. “Semplicissimo... un volo diretto Tangeri-Il Cairo, poi due ore di autobus ed eccoti arrivato all’Oasi. E’ una meta turistica molto ricercata, sai il Birket Qarum, i coccodrilli... Anzi, se ti interessa, parte proprio questa sera un charter di turisti giapponesi che hanno scelto quella meta. Ci sono ancora un paio di posti, se vuoi ti faccio il biglietto dell’ultima ora, volo, pernottamento e guida turistica per sei giorni milleduecento dollari, 40% di sconto”. Santiago uscì dall’agenzia con il carnet di viaggio stretto nella mano. Niente carovana, cammellieri filosofi, guerrieri avvolti nel barracano blu. Solo un gelido mostro di metallo divorante lo spazio ed il tempo. “L’oasi di El Faiyum si estende per circa.... residenza dei faraoni del Medio Regno…” Santiago capiva a stento l’inglese, quindi si disinteressò presto ai discorsi della guida. Dal finestrino dell’autobus vedeva scorrere le pietraie delle propaggini del deserto libico. “Il terzo Amanemhet… luogo di piacere… si faceva condurre in barca sul lago, con ai remi ragazze nude…” Era la terra infuocata che aveva percorso con l’Alchimista tempo prima (quanto? Un anno? Un secolo?), ma alla velocità per quanto modesta del veicolo e nella frescura dell’abitacolo non poteva percepire alcuna voce. Si aspettava che il deserto, il sole e il vento con cui aveva parlato a lungo quando la sua vita era in gioco si levassero a salutarlo come un vecchio amico, invece tutto intorno a lui era spento, come nelle fotografie dei manifesti pubblicitari. “Medinet el Faiyum ha circa duecentomila abitanti...” Impossibile! Come potevano essere ospitati duecentomila abitanti in poche decine di casupole in mattoni di fango, come potevano attingere tutti quanti ad un solo pozzo? “L’hotel che ci attende... quattro stelle... aria condizionata... raccomando di non bere acqua o bevande che non siano sigillate in lattina... malattie...” Ma quali malattie! Aveva bevuto dalla brocca di Fatima e nessuna acqua al mondo gli era parsa tanto buona e fresca. Fatima! Dove trovare la ragazza con gli occhi neri e le dolci labbra? Avrebbe chiesto all’Alchimista. Lui sapeva tutto. Lui sapeva dove la Mano aveva nascosto l’Amore che gli era destinato. Maktub?! Sbrigate le formalità della sistemazione alberghiera Santiago abbandonò i suoi piccoli ed occhialuti compagni di viaggio, impazienti di fotografare templi e sepolcri di gente perduta nel tempo, e prese a girovagare per la città, senza alcuna meta. Il caldo era infastidente. Entrò in una bottega di stoffe e comperò una galabia ed una borsa. Sotto gli occhi del venditore che oramai non si stupiva più di nulla, svestì gli abiti occidentali che stipò nella borsa appena acquistata e indossò la lunga veste di cotone giallino, ed uscì nuovamente nel sole, con la borsa a tracolla. Con sua grande meraviglia provò un immediato disagio. Quella veste che aveva indossato così a lungo come una seconda pelle, ora la percepiva estranea, addirittura infastidente. Il passo breve e frettoloso a cui era costretto impacciava il suo andare, le gambe libere dai panni occidentali lo facevano sentire ignudo. Ne fu spaventato. Da quando il calore del deserto appariva infastidente a lui che aveva imparato il linguaggio del sole e del simun, il terribile dio del vento? da quando la veste degli uomini del deserto gli era divenuta estranea? L’alchimista! Si ricordò all’improvviso del maestro che lo aveva condotto sulla tracce del tesoro. Si avviò a sud, alla ricerca del cavaliere nero col falco sulla spalla ed il grande destriero dal bianco mantello, ma nessuna indicazione era percepibile nell’aria, nelle fronde immote delle palme e nel traffico commisto di uomini, animali e automezzi. Santiago aveva scordato il linguaggio del deserto, e dal deserto non provenivano né voci né profumi. Camminò a lungo. Le strade si facevano deserte, anche il chiasso dei fanciulli era pressoché scomparso. Un cartello in arabo e in inglese indicava la direzione di El-Lahun, dove sorge la piramide di Amenemhet III. Il superbo monumento è in rovina, e quasi nulla rimane dell’immenso tempio funerario, composto da millecinquecento ambienti. Erodoto, che probabilmente vi si perse, lo chiamò ‘labirinto’, così che il ricordo di tanta magnificenza è giunto fino a noi almeno per merito di questo nome. Un vecchio sedeva davanti all’uscio della sua casa. A Santiago parve straordinariamente somigliante al mendicante di Tarifa, poi si disse che tutti i vecchi edentuli e con l’aria assente si rassomigliano. Come i neonati. “Aas salam alaikum” disse al vecchio, che rispose biascicando qualche parola incomprensibile. “Conosci una ragazza di nome Fatima?” Il vecchio si mise a ridere di gusto. “Fatima… eh! Fatima… Fatima…” e così dicendo indicava donne e bambine che passavano accanto sbirciando incuriosite il forestiero. Intendeva dire che v’era una miriade di donne di nome Fatima, e che la domanda era perlomeno sciocca. Santiago se ne rese conto. “Allah ak-bar” e volse le spalle per andarsene. Il vecchio ebbe un lampo nei suoi occhi socchiusi. “Nazar bar qadam!” disse con voce sorprendentemente chiara. Santiago si volse appena, poi continuò la sua via, mentre dalla bocca del vecchio uscivano piccole risa che parevano singulti. Girovagò per la città senza meta e senza speranza per i giorni restanti ma non trovò traccia dell’Alchimista né gli riuscì di incrociare il suo sguardo con quello di Fatima. Si mostrava nei luoghi più popolari sperando di venire riconosciuto dalla donna che gli aveva promesso il suo amore, ma l’illusione si affievolì inesorabilmente. In quell’ambiente estraneo ai suoi ricordi non poteva esservi traccia di un sogno così lontano. Si lasciò ricondurre a casa. Seduto all’ombra di un bosco di sugheraie , nel silenzio del suo gregge dormiente, si era assopita anche la disillusione e i ricordi si erano dispersi come la sabbia sollevata dal vento. Il caldo del meriggio andaluso obbligava al sonno ma non concedeva di sognare. Osservò che il vello degli animali era straordinariamente cresciuto ed era in ritardo con la tosatura. Le bestie soffrivano e rischiavano di non fare in tempo a ricoprirsi prima dei rigori dell’inverno. Decise che domani sarebbe andato dal mercante di lana. Il vello era magnifico per la sua insolita lunghezza e fu pagato molto bene. Al termine della contrattazione, proprio mentre intascava il denaro, alzò gli occhi al balcone della casa e vide la figlia del commerciante che lo fissava. Santiago fece un cenno invitando la ragazza a scendere, e lei non si fece attendere. “Ciao Pilar” “Ciao Santiago, è un pezzo che non ti si vede”. “Oh, nulla. Ho girovagato un po’ con il gregge. Nient’altro”. Guardò le mani della ragazza. Non portava anelli alle dita. “Torno domani al tramonto, Pilar” “Va bene, sarò qui ad aspettarti”. Pilar fu una buona moglie e Santiago mise in campo tutte le sue capacità per essere parimenti un buon marito. Sul loro connubio spirarono i venti tiepidi della primavera, poi venne l’estate con le sue giornate solatie e le improvvise tempeste. Quando scesero le nebbie dell’autunno Pilar e Santiago strinsero tacitamente un patto di non aggressione e badarono che i reciproci collari non fossero mai troppo stretti. Realizzarono molte cose insieme, tra cui un figlio, e riuscirono a trovare persino alcuni punti di interesse comune, anche se inevitabilmente su registri diversi. Ma fu pur sempre qualcosa di meglio del silenzio delle anime. Santiago pascolava le sue greggi con cura e dedizione, mutando sovente luogo di pastura, e questo gli dava un certo senso di libertà, a patto di non soffermarsi troppo a riflettere. Non gli mancava il tempo per i libroni che era tornato a leggere da quando aveva gettato via i colorati mensili, essendosi accorto che le auto erano in fondo tutte uguali e le donne, beh! non esageriamo con l’ampiezza del collare! Al tempo giusto procedeva alla tosatura delle pecore e vendeva la lana ai mercanti che ne apprezzavano la qualità e la puntualità nella consegna; questo assicurava alla Cooperativa di Mutuo Soccorso i mezzi per una sussistenza accettabilmente tranquilla. Pilar a sua volta viveva per il proprio lavoro, e se questo non pareva bastevole, riusciva a meraviglia a procurasene dell’altro nei modi più impensati. Ma i collari non erano troppo stretti, quindi il motto che consiglia di vivere e lasciar vivere si dimostrò discretamente efficace in più di un’occasione. Passarono tre decenni, o sei lustri: si scelga la dicitura di maggior effetto. Per tutto quel tempo il pastore aveva vagato di pascolo in pascolo girando intorno alla propria esistenza, in cerchi irrimediabilmente sempre uguali. Ritrovava ogni anno la stessa fonte, lo stesso masso su cui sedersi a sorvegliare il gregge, gli stessi pastori con cui scambiare ogni volta le stesse osservazioni, come se fossero nuove. Si parlava del tempo (incredibile, vero?), dei pascoli che non sono più nutrienti come una volta e del prezzo della lana sui mercati. Ed il plateatico! il comune non ci lascia più vivere, ed i proprietari andrebbero tutti messi al muro. Ma questo lo dicevano piano, perché dei comunisti in fondo è meglio non fidarsi. Quello che trovava tutti d’accordo era lo scambio delle fiasche del vino ed una buona fetta di jamòn serrano. Santiago un giorno, recubans - come Tìtiro – sub tegmine fagi, lasciò perigliosamente andare il suo pensiero a ritroso nel tempo. Molte persone non più giovani si dedicano a questa terribile pratica autodistruttiva incuranti del rischio di morire avvelenati dai rimpianti, soffocati dai se avessi, dai se fossi che sono peggio delle molecole di monossido di carbonio. Dato l’alto rischio di inquinamento ambientale l’andare indietro nel proprio tempo andrebbe proscritto per legge. Il nostro eroe ebbe dunque un attimo di debolezza e cedette alla nefasta tentazione di pensare agli antichi tempi, complice forse un vinello tinto appena giunto da Jeres. E poi era uno di quei pomeriggi d’estate nei quali l’aria è greve come una coltre e ti impedisce di muoverti, di pensare e, se chiudi gli occhi, la morte potrebbe non farti paura. La prima delle memorie fu quella del venditore di cristalli. Bella bottega, già… era in Marocco. Ma che era andato a fare in Marocco? L’Anima del Mondo, la carovaniera, il deserto, le piramidi. Sobbalzò con una violenta contrattura della gola. Il tesoro! Come aveva potuto dimenticarlo per tutti quegli anni? La bella cassa piena di monete e di oggetti d’oro sarà ancora sepolta nell’anfratto della sua casa? Trascorse ore di tormento. Non poteva far rientrare il gregge anzitempo per non turbare i ritmi biologici degli animali e per non dover rispondere alle domande che inevitabilmente gli sarebbero state poste a casa. Prolungò la cena fingendo di voler bere il vino nuovo ed attese d’essere solo. Poi scese nella piccola grotta che un tempo era parte della primitiva casupola ed ora, dopo le tante ristrutturazioni, era diventata una specie di cantinetta per i vini speciali. L’intonaco del muro di fondo era integro, la tavola sulla quale aveva dormito e sognato appoggiando il capo sugli avambracci intatta e ricoperta da un rassicurante strato di polvere. Con uno strumento metallico trovato casualmente cominciò ad erodere il muro, come un prigioniero tenta di aprirsi la via della libertà. Adagio, esasperatamente adagio il muro ormai vetusto si sgretolò ed apparve l’antico forziere. Santiago aprì tremante il coperchio. Una grande luna color latte illuminava la piana di Osuna d’identico colore. Dalla casa il si potevano vedere le luci della cittadina e le macchie chiare e scure dei campi di cereali e dei boschi di sugheraie. L’aria fresca della notte era piacevole, ma il pastore sedeva sulla soglia attanagliato da una terribile angoscia. Aveva trovato il forziere pressoché vuoto. Qualche moneta, alcune piume colorate, un idolo di argilla: questo era il tesoro che la cassa di legno di cedro aveva conservato per trent’anni. Eppure ricordava bene i sacchetti di scudi scintillanti, gli idoli con le gemme e le piume colorate: proprio le piume rimaste erano la prova che i suoi non erano vaneggiamenti. Quello che aveva scavato all’ombra del sicomoro e riposto in quell’angolo segreto trent’anni prima era una ricchezza che avrebbe stordito chiunque, ed oggi non ne rimanevano che insignificanti tracce. Non il minima segno di effrazione suggeriva l’ipotesi del furto, e poi, chi avrebbe mai potuto sapere del tesoro e del nascondiglio? L’amarezza di Santiago non derivava dalla perdita dell’equivalente in denaro che se ne sarebbe potuto ricavare. Ne aveva fatto a meno per tanti anni, al punto da dimenticarsene, il guadagno prodotto dal suo lavoro era più che sufficiente per ogni necessità. No, nulla di tutto questo. Ciò che lo rimordeva nel cuore era la consapevolezza di aver perso con l’oro l’ultima chimera della sua lontana giovinezza, di quell’avventura da cui si era allontanato e che ora era inutile rimpiangere. La sua Leggenda Personale non era mai esistita. Il mattino dopo portò come sempre il gregge al pascolo, poi chiamò un garzone e gli affidò la custodia degli animali. Si recò quindi in paese, sedette al tavolino di una locanda e chiese da bere. Nella piazza c’era poca gente. Un gruppetto di manovali scavava una fossa nel selciato alla ricerca di chissà quale guasto, un giornalaio osservava i suoi clienti portarsi via il quotidiano dopo aver lasciato una moneta sulla mensolina, senza compiere il minimo gesto. Cercò di guardarsi dentro, nell’anima, ma non vide altro che una nebbia grigiastra e opaca nella quale si muovevano indefinite ombre silenti. Rise: non era forse così l’Ade immaginato dagli antichi? Un mondo senza colori in cui le anime potevano rimanere sin che durava nei viventi il ricordo di loro. Quanta parte della sua vita era dunque morta, quanta parte della sua vita stava diventando ombra evanescente perché il ricordo l’aveva abbandonata? Versò il vino nel bicchiere. “Ho sete. Mi dai un po’ del tuo vino?” Un vecchio si era seduto al suo tavolo. Senza attendere risposta costui allungò la mano, prese il bicchiere e bevve. Santiago, osservando il volto dell’importuno, ebbe come una vertigine. “Sei riuscito a leggere quel librone?” “No. Non l’ho più” “Poco male. Era molto noioso.” Ora ogni traccia di sorpresa era scomparsa, come se quell’incontro fosse stato fissato da lungo tempo, come se la decisione di recarsi in paese quella mattina gli fosse stata ricordata da un’agenda impressa chissà dove nella memoria. “Ti ricordi di me?” “Si.” “Ti ricordi il mio nome?” “Tu sei Melchisedek, il re di Salem.” Costui ebbe un cenno di compiacimento. “Sono lieto che tu abbia ricordato il mio nome.” Bevve un sorso di vino. Con la mano sinistra rigirava continuamente due palline di vetro, senza mai fermarsi, come fanno i levantini con la corona di grani di legno. “Che hai?” “Ho perso il mio tesoro. Svanito. Dell’oro, delle pietre è rimasta solo qualche piuma colorata.” “Lo so. E’ per questo che sono venuto a trovarti.” “Vuoi darmi un altro consiglio in cambio delle mie pecore?” “No. Questa volta il consiglio te lo darò gratuitamente.” “E sarebbe?” “Ricordi? Ti dissi molto, molto tempo fa che tutti, all’inizio della gioventù, sanno qual è la propria leggenda personale. E ti dissi anche che per arrivare al tesoro dovrai seguire i segnali. Dio ha scritto nel mondo il cammino che ciascun uomo deve percorrere. Dovrai soltanto leggere quello che ha scritto per te.” “Ma io l’avevo fatto! Io sono arrivato alle piramidi, e poi al tesoro!” “No amico. Tu non l’hai fatto. O piuttosto, non l’hai fatto nel migliore dei modi.” “Quando mai!” “Tu hai trascurato due segnali che avrebbero potuto cambiare la tua esistenza.” “E quali, per amor di Dio!” “Il primo, quando Fatima ti disse: Si ama perché si ama. Non c’è altra ragione per amare.” “Ed il secondo?” “Il secondo, quando tu chiedesti all’Alchimista: Come posso immergermi nel deserto? Ed egli ti rispose: Ascolta il tuo cuore. Esso conosce tutte le cose, perché è originato dall’anima del mondo, e un giorno vi farà ritorno.” Santiago guardò in viso il vecchio. Ora appariva tutto chiaro, nitido, ogni immagine era dettagliata. Un refolo di vento gli accarezzò la guancia. Credette perfino di percepire l’antico profumo del deserto. “Ma io dovevo trovare il tesoro!” “Quale tesoro?” La domanda del re di Salem lo ammutolì. La mente prese a ribollire, il cuore si mise a battere con violenza inaudita. “Il tesoro! Tu stesso hai preteso le mie pecore per indicarmi dove si trovava il tesoro!” “E dov’era il tesoro?” “Era sepolto qui, ad Osuna, nella vecchia chiesa in rovina, ai piedi del sicomoro.” “Dunque era accanto a te, lo vedevi ogni giorno senza riconoscerlo!” “Ma il bambino del sogno mi aveva portato alle piramidi, in Egitto, ed io ho chiesto alla vecchia, e quella pretese un decimo per dirmi che l’avrei trovato..” “Ti disse anche che le cose semplici sono le più straordinarie e soltanto i saggi riescono a vederle. La vecchia non poteva sapere se il tesoro era in Egitto o altrove. Sapeva solamente che esisteva e che non era lontano da te, ovunque tu ti fossi recato.” Seguì un interminabile silenzio. Santiago era frastornato, incapace di coordinare una reazione, una risposta. Osservava il vecchio che, imperturbabile, stava centellinando il vino sino a vuotare la bottiglia. “Ma se il tesoro… Fatima… io sono tornato a cercarla…” ”Si, sei tornato a cercarla, ma quando il tuo cuore non batteva più per lei. Quello che hai creduto fosse il tuo tesoro era lontano, in Spagna, e Fatima era una donna del deserto. Il suo uomo, l’uomo di cui attendeva il ritorno, era lontano e lei ritornò a far parte della Grande Opera.” Santiago afferrò il braccio di Melchisedek. “Dimmi, re di Salem, se il tesoro che cercavo era veramente Fatima, ed io mi fossi fermato nell’oasi, che ne sarebbe stato di me? E di lei?” Il vecchio riflettè per alcuni istanti. “Tu saresti diventato Consigliere dell’Oasi. Fatima avrebbe attinto per te l’acqua e preparato il the ed i dolci di datteri. Probabilmente ti avrebbe dato molti figli. Al tramonto però, quando la furia del simun si placa, ti saresti recato ai confini dell’oasi, sulla strada per Sinnuris, cercando invano di scorgere le guglie delle piramidi. Con il cuore gonfio di tristezza saresti tornato alla tua casa ed avresti maltrattato Fatima che ti rimproverava il ritardo alla cena.” Il vecchio si alzò bruscamente, un po’ incerto sulle gambe. Il vino aveva sortito i suoi effetti. “Torna domani” disse scandendo le parole con il piglio degli ubriachi, e si allontanò cercando disperatamente di darsi un contegno. Santiago fece ritorno a casa, dove Pilar l’accolse brontolando per il ritardo alla cena. Sorrise e si astenne dal replicare. Il giorno dopo Melchisedek si materializzò accanto al tavolino, quasi contemporaneamente alla bottiglia di rosato fresco che il cameriere aveva appena servito. Santiago non era di buon umore e lo aggredì. “Che hai ancora da dirmi oltre darmi dello stupido e bere il mio vino?” “Bevo il tuo vino perché a me non è lecito comperarne.” ”E bere il mio ti è lecito?” “Vedrai, capiterà anche a te di desiderare di bere un vino che non potrai comperare.” Così dicendo sorseggiò rumorosamente dal bicchiere. Poi porse al suo interlocutore il pugno chiuso. “In questa mano ho Urim e Tumim. Loro sanno se esiste ancora per te una Leggenda Personale. Prendi.” Santiago esitò a lungo. Si sentiva improvvisamente stanco e perplesso, non era affatto certo di volersi inoltrare in una nuova Leggenda Personale. Il vecchio gli agitò il pugno davanti al viso, come a sollecitare la scelta. Il pastore inserì le sue dita tra quelle del vecchio che si dischiusero. Ne trasse Urim, il si. “Frottole. L’inglese che studiava Alchimia conosceva le pietre e mi disse che sono cristalli di rocca, nient’altro. Ne esistono a milioni sulla terra.” “Ma ti disse anche che per chi se ne intende sono Urim e Tumim. Or - la luce, e la mancanza della luce. Acceso e spento. Certo che ne esistono milioni. Non sono forse milioni e milioni anche gli uomini sulla terra?” Melchisedek si alzò bruscamente, mettendo in pericolo la stabilità del tavolino e di quanto vi era sopra. Ne fare questo mostrò sul petto un lampo di luce, il Kodesh Hakodashim dei re e dei sacerdoti (Esodo 28, 15-30). “Finisci tu il vino. Io devo andare dove non è permesso berne”. “Un attimo ancora! Perché il vecchio dell’oasi mi ha detto ‘nazar bar qadam’?” “Ti ha detto di tenere gli occhi bassi camminando. Molti veli generati dalle immagini trasmesse dai nostri occhi durante la vita quotidiana ci precludono la Visione. Buon per te che te ne sei ricordato. Tieni a mente quelle parole.” Si allontanò senza un saluto. Giunse il momento della tosatura delle pecore. I rasoi ronzavano sul dorso degli animali e montagne di bioccoli di lana sorgevano ai margini dello spiazzo. Le pecore denudate si allontanavano zampettando e rabbrividendo e riempiendo l’aria di strazianti belati. Santiago assisteva compiaciuto alla scena. “Anche quest’anno, Iddio sia ringraziato, va tutto bene” pensava in cuor suo. Quella specie di feria durò una settimana, in capo alla quale la lana venne imballata e spedita ai magazzini di raccolta, mentre gli animali se ne stavano rinchiusi negli stabulari per adattarsi allo sbalzo termico. Il pastore poté quindi fruire di alcuni giorni di riposo e meditazione. Fu in uno di questi che accadde. Era il meriggio inoltrato di una giornata tranquilla, e Santiago rifletteva sul parallelismo tra lo svolgersi di una giornata e la vita dell’uomo. Vi sono giornate burrascose e vite burrascose, giornate opache e vite opache, giornate solatie e vite sfolgoranti. “Ecco, io sono esattamente in quest’ora del meriggio della mia vita” pensò, e ne fu contento. Il sole era dorato e caldo, l’aria serena, la natura ancora vigorosa e… Si rese conto di essersi innamorato. La sindrome gli cadde addosso come l’influenza, con pochi o nessun segno premonitore. Meravigliato, incredulo provò a controllare i sintomi uno per uno e dovette concludere che non v’era margine di dubbio. Prese a passeggiare nervosamente avanti e indietro per l’aia, con le spalle curve e le mani in tasca. Percepì un piccolo oggetto rotondo. Lo cavò fuori e Urim, colpito da un raggio di sole, emise un luccichio come se ammiccasse. Fu lieto di essere chiamato per la cena. Una buona pietanza ed un buon sonno avrebbero messo le cose a posto. Le cose non andarono affatto a posto. Apparentemente non aveva comportamenti anomali o men che consueti. Continuava il suo lavoro con metodo, non perse l’appetito né prese a divorare cibo, ma nel suo cervello, nella sua pelle niente era come prima. Gli oggetti, il cielo, i prati, tutto era più vivo, più colorato, l’acqua era più fresca, il vino di miglior sapore, la fantasia frizzante come un sifone di selz. Ecco perché la gente dice che l’amore e la ricchezza non si possono nascondere e così dev’essere. Santiago aveva un garzone francese, uno di quei giramondo che vagano per i paesi incuranti delle frontiere, di quelli che si fermano in un posto, cercano lavoro e quando hanno raggranellato un po’ di soldi ripartono per chissà dove. Un giorno si accorse che il francese lo guardava con un’espressione tra il curioso e l’ironico. Fece una smorfia del viso, come a chiedergli spiegazione. « Tiens, tu es tombè amoureu ! » « Che ? » « Amoureu... innamorato ? » « Perché dici così ?» « Pourqoi oui, mon ami. Tes jeux, mon ami, tes jeux e tes mains parlent pour toi ! » « Forse. » « Et la famme, la señora est-elle jolie? » “ Come potrei rispondere!” Santiago non aveva termini per rendere quella che non era un’immagine, ma un’impressione, un’emozione, una figura fatta di ‘cose’ impalpabili quasi più dell’anima, fremiti che appena sfiorano il nevrasse, che rendono dimentichi dei guasti del tempo e delle convenienze, vaghe emozioni che cento volte fioriscono e cento volte sublimano, nel breve volgere d’una mattinata, per un sorriso, una celia, una gentilezza… rèfoli di piacere che non oserebbero… Il garzone francese si alzò, battè amichevolmente la mano sulla spalla del pastore e fischiò al cane per radunare il gregge. Era sera. Santiago si adattò alla sua situazione, sia pure a fatica. Lunghi momenti di gioia serena, di meditato piacere facevano fiorire la poesia nella sua mente e gli davano sostentamento, altre volte l’inutile rimpianto per ciò che non è stato si dimostrava difficile da discacciare. Accadevano anche cose buffe. Agitato dai molteplici conflitti, una volta fece un sogno talmente strampalato da ricordarsene al risveglio. Prese carta e penna e ne ricavò un racconto, uno di quei racconti in cui ogni riferimento a fatti e persone è puramente… causale. Nacque così la “Fiaba del Ladro Innamorato" che si trova in questo stesso sito. Il pastore continuò a condurre il suo gregge ai pascoli migliori, e ad abbeverarlo alle sorgenti più fresche. La signora ogni tanto passava per la medesima strada e talvolta si soffermava qualche istante a conversare. Accadeva che accettasse sorridendo un fiore colto sulla collina. In uno dei giorni di malinconia Santiago tornò all’osteria del paese e si sedette al solito tavolino. Si stupì che i manovali fossero sempre intenti a scavare nella loro buca e che il rivenditore di giornali paresse non essersi mosso mai dalla solita posa assonnata. Il tempo! Le lancette degli orologi si muovono, inesorabili, inarrestabili, il sole sorge e tramonta, le stelle ed i pianeti si alternano nel cielo mese dopo mese, ma il tempo scandito dalla passione… quello non v’è metronomo che ne possa stimare il ritmo. Fortunatamente. “Posso offrirti un bicchiere di vino?” Santiago guardo’ il vecchio in silenzio. Non pareva stupito di vederselo accanto, né di sentirsi offrire il vino da chi sosteneva che il vino non poteva permetterselo. I due passarono molto tempo in silenzio bevendo a piccoli sorsi da una bottiglia che non pareva avere mai termine. Il vecchio intinse il dito nel bicchiere e si mise a disegnare qualcosa sulla tovaglia di carta che ricopriva il piano del tavolino. “Sono venuto a congratularmi.” Sbottò decidendo di rompere il silenzio. “E di che?” “Per la tua sorte.” “E quale sorte, Madre de Dios?” “La tua.” “A me non è toccata alcuna sorte particolare...” “Cieco e sordo eri, cieco e sordo sei rimasto, e con l’età non potrai certo migliorare.” “Pensa alla tua età e alla tua canizie, la mia cara maestà, e lascia in pace la mia!” “Oh! Oh! Il mio suddito oggi ha la luna per traverso!” “A te non capita mai? E non ti andrebbe di lasciarmi cuocere nel mio brodo?” “Cuoci tranquillo, rosola mio buon stufato! Ti lascerò in pace.” Melchisedek tacque, e continuò a tracciare ghirigori sulla tovaglia intingendo il dito nel vino. Dopo un adeguato lasso di tempo tornò a parlare. “Tu sei proprio un uomo fortunato.” Santiago lo guardò di traverso. “E in cosa consisterebbe la mia fortuna?” “Hai trovato la Pietra Filosofale! Ti par poco?” “Senti, io ho visto quel tale, l’Alchimista, tramutare con la Pietra Filosofale il piombo in oro, ma più ci penso e più credo che fosse un imbroglione. C’è un mucchio di gente che sa illudere gli spettatori con i suoi trucchi. E poi io non ho bisogno di oro.” “Appunto.” “Sarebbe a dire?” “La tua Pietra non converte il piombo in oro, ma l’oro in qualcosa di meglio.” “Turchesi, zaffiri, diamanti?” rispose il pastore con una risata acida. “Di più, molto di più.” Poiché non ottenne risposta il vecchio continuò: “Converte quanto rimane della tua vita nella tua Leggenda Personale.” La voce stava diventando simile ad una cantilena sussurrata tra le labbra “Rammenta il pozzo nella grande oasi... tu aspetterai ogni giorno all’ombra del palmeto... Fatima verrà ogni tanto con il suo passo leggero e la brocca sulla spalla per attingere l’acqua... ogni tanto, forse, si fermerà ad ascoltare una tua canzone... e ti ricambierà con un sorriso... fin che starai nell’oasi non mancheranno le canzoni nel tuo cuore... e questo sarà il miracolo di una stagione senza età...” Santiago si svegliò di soprassalto. Si era assopito con il capo, pesante per il vino bevuto, reclinato sulle braccia conserte. Il vecchio era sparito. Si stropicciò a lungo gli occhi per riabituarli alla luce del sole. Sulla tovaglia di carta erano disegnati, nitidi, un pozzo ed una palma. Nel loro cielo, come una stella, brillava una piccola sfera di cristallo di rocca. | |