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| OGGI SI VIVE COSI' |
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GLI EXTRACOMUNITARI ED IL TRAM.
Sui mezzi di trasporto pubblici ci deve essere apposto da qualche tempo un nuovo avviso. Non sono ancora riuscito ad individuarlo ma ci deve essere. Per forza. Il suo tenore dovrebbe essere pressappoco il seguente: "I POSTI A SEDERE SONO RISERVATI AGLI EXTRACOMUNITARI - CON PREFERENZA PER QUELLI SPROVVISTI DI DOCUMENTO DI VIAGGIO". Il documento di viaggio è, in burocratese, il biglietto. Timbrato.
Ed eccoli li, gli extracomunitari in tram, belli, policromi, ambosessi, giovani, aitanti, tutti serenamente seduti ai loro posti mentre vecchiette sderenate ballonzolano loro sui fettoni. Ma loro sono talmente buoni e disponibili che i fettoni manco li ritirano, anche se le vecchiette ci s’inciampano ad ogni scrollone del veicolo.
Purtroppo i posti a sedere non sono sufficienti per tutti, e questa è una grave pecca del servizio trasporti. Gli sfortunati allora stazionano sulle piattaforme di salita e discesa creando una barriera di dorsi muscolosi, certamente per impedire alle suddette vecchiette di ruzzolare fuori dal veicolo quando si aprono le porte. Capita talora che qualche vecchietta abbia la malaugurata intenzione di scendere e tenti di intrufolarsi tra quella muraglia umana. Gli extracomunitari sono talmente buoni e disponibili che non la prendono a cazzotti sulla dentiera. Però non si spostano. Ma che diamine, perché privare le vecchiette del piacere di strofinarsi sia pure di straforo contro un bel maschione fragrante, a ricordo dei bei tempi andati? | |
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Oggi ho assistito ad una pietosa scena, alla stazione ferroviaria. Ho visto scendere dal treno un folto gruppo di infelici di entrambi i sessi. Vestivano panni logori, brache in tela lisa e stinta, nonostante il rigore della stagione, mai della propria taglia, ma stretti all'inverosimile oppure larghi in maniera altrettanto inverosimile. Brache lunghe sino ad inciamparvi sotto le suole, sbrindellate e fangose. Alcuno si trascinavano con ai piedi pesanti scarponi residuati di qualche antico esercito, altri calzavano miserrime scarpette in tela luride e sdrucite. Sulle spalle ricurve sopportavano pesanti sacche unte e corrose, certo contenenti i loro pochi averi.
Al culmine della pena chiesi ad un agente chi fossero i poveri. Mi rispose che erano gli studenti dei licei cittafini.
Paonazzo dalla vergogna mi nascosi dietro un angolo, mi scucii l'orlo dei calzoni e mi infangai i mocassini in una pozzanghera. Di più, proprio, non ebbi il coraggio di fare. |
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