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Jehoshua bar Joseph: Un uomo senza volto, un volto senza nome
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Il frammento contiene un versetto del vangelo di Giovanni e risale al 125 d.C.
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Molto utile, ad integrazione delle notizie riportate in questa pagina, è l'articolo di Wikipedia sulle origini dei vangeli. Chi fosse interessato faccia click sul link sottostante.
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Wikipedia Nascita dei Vangeli

I documenti, testi, notizie, confronti raccolti nelle sedici pagine web che costituiscono i miei studi sulle origini del Cristianesimo e presentate su questo sito costituiscono un corpus ben documentato ed obiettivo. Hanno forma discorsiva e, io credo, di facile comprensione per chiunque voglia leggerli con la necessaria serenità. Per chi voglia una breve, sintetica esposizione delle "mie" conclusioni, puo clickare sul link qui indicato. Vi troverà la "mia" vita di Gesù e le "mie" considerazioni su quegli antichi accadimenti.
La mia biografia di Gesù
GIOVANNI MORO

STUDI SUL CRISTIANESIMO DELLE ORIGINI
LE FONTI LETTERARIE
Nelle pagine dedicate a personaggio Gesù ed alla sua opera seguiremo linee guida diverse dalla comune tradizione. Se, come sostengono molti moderni teologi, i vangeli sono opere dottrinali e non storiche, possiamo, ahimé, scoprire che , in rapporto a sapienziali assai più antichi, quali quelli egizi, sono opere grossolane e approssimative. Se invece li consideriamko opere storiche, essi si rivelano una eccellente fonte di notizie sul fenomeno "cristianesimo", sia antico che moderno.
 
Sulla vicenda umana e divina di Gesù detto il Cristo abbiamo varie categorie di fonti, di cui molte non posteriori al II secolo:
< il Nuovo Testamento
< la letteratura apocrifa
< i vangeli gnostici
< gli scritti patristici cattolici
< gli scritti patristici gnostici
< gli scritti non cristiani

Sfortunatamente non ci è pervenuto alcuna testimonianza scritta per così dire di prima mano, ossia di persona che avesse conosciuto personalmente Gesù. I Vangeli come noi li conosciamo, anche se, a mio avviso, contengono fatti e detti che si possono ritenere con ragionevole certezza pertinenti all'operato terreno del Cristo, oppure tracce derivanti da una qualche attendibile tradizione orale, sono frutto di due secoli di adattamenti sia alla progressiva mutazione della dottrina cristiana, si al passare del tempo e degli eventi.
A questo proposito, se le aggiunte - quali le storie della natività sicuramente non anteriori alla metà del II secolo - si possono rilevare con una discreta facilità con gli strumenti della filologia e dell'indagine comparata, nulla possiamo dire su quanto invece nei vangeli è stato tolto o modificato. Che qualcosa è stato tolto è provato, ad esempio, dalla lettera, recentemente rinvenuta e pubblicata, di Clemente di Alessandrio presentata più avanti.

Possiamo sostenere che i Vangeli, sicuramente sviluppati in ambiente non ebraico, o comunque indirizzati a gente estranea all'ebraismo, abbiano avuto cinque fonti principali:
- le lettere di Paolo;
- i racconti degli anziani e dei loro discepoli;
- le elaborazioni dottrinali dei primi teologi ceristiani (in senso esteso);
- i libri di Giuseppe Flavio (37-100), almeno per certe parti.
- alcuni ipotetici protovangeli (vangelo dei Dodici, vangelo degli Ellenisti) che sarebbero quelle fonti citate espesso contestate da Paolo.

Luca nell’introduzione al suo Vangelo afferma che "Molti hanno già cercato di mettere insieme un racconto degli avvenimenti verificatisi tra noi, così come ce li hanno trasmessi coloro che fin dall’inizio furono testimoni oculari e ministri della parola. Tuttavia anch’io, dopo aver indagato accuratamente ogni cosa fin dall’origine, mi sono deciso a scrivertene con ordine, egregio Teofilo".
Similmente Papia, vescovo di Gerapoli, autore - primi anni del II secolo - di una vasta opera in cinque libri sulle vicende terrene di Gesù, afferma di avere tratto la sua storia da testimonianze orali di discepoli degli apostoli, essenzialmente Giovanni e Andrea, avendo in spregio come fantasiosi o falsi i numerosi scritti allora circolanti. La sua opera è purtroppo andata perduta, e ne conosciamo solo alcuni passi riportati da Eusebio - inizi del III secolo - nella sua Storia Ecclesiastica.
Queste premesse atte ad autenticare il proprio scritto, erano comuni nella letteratura antica: pressoché identica è, ad esempio, la premessa di Giuseppe Flavio alla sua "Guerra Giudaica"(1,1): "La guerra dei giudei contro i romani (-) alcuni la espongono con bell’arte, ma senza aver assistito ai fatti e solo combinando insieme racconti malsicuri e disparati, mentre altri, che invece vi assistettero, ne danno una narrazione falsata o per compiacere ai romani o in odio ai giudei, sì che nelle loro opere ricorre sempre ora un giudizio di condanna, ora di esaltazione, ma non vi è mai posto per la verità storica" . Naturalmente anche per Giuseppe Flavio la "verità storica" è la "sua" verità storica.
Similmente per i Vangeli, diffusi dopo la definitiva scomparsa di Gerusalemme e con essa del Giudaismo, mostrano con evidenza il tentativo - esattamente come Giuseppe Flavio - di riversare la responsabilità della morte del Cristo sugli Ebrei e scagionare i Romani, aggiungendo o modificando i fatti della storia di Cristo.
 
 
NOTA BENE: siamo abituati ad identificare la precedenza temporale dei libri del NT con l'ordine con cui vengono presentati dal canone: è sbagliato. I testi più antichi sono alcune delle lettere di Paolo, e precisamente la Lettera ai Romani, I e II Corinzi, ai Galati e ai Tessalonicesi. tutte sicuramente anteriori al 60. I Vangeli e tutti gli altri documento sono, nella stesura che ci è pervenuta, sicuramente posteriori agli anni 70: è una delle poche certezze che possiamo mettere in campo. La differenza non è trascurabile: in quel lasso di tempo è avvenuta l'eccidio neroniano dei cristiani di Roma (64) e la distruzione del tempio di Gerusalemme, con strage degli abitanti e dispersione dei sopravvissuti. Questo ha provocato la brusca scomparsa di quanti potenzialmente potrebbero essere stati testimoni diretti o indiretti della vicenda terrena di Gesù, quindi la distruzione dell'unica fonte attendibile, la memoria. L'unica voce pertanto giunta intatta - si spera - è quella di Paolo, che però non offre una testimonianza su Gesù, ma solo su se stesso.
 
Categoria / Famiglia
Codice evangelico di Ostromir (1056 d.C.)  
Vangelo tradotto in russo antico per ordine di Ostromir, posadnik di Novgorod nel XI secolo. E' un curioso adattamento del Vangelo alla politica economica ed espansionitica del tempo.
 
 
Paradossalmente è proprio lo sforzo dichiarato degli autori di discriminare il vero dal falso che inficia di molto l’attendibilità ‘storica’ delle opere. Nessuno può ignorare la soggettività di chi rende testimonianza e chi tali testimonianze raccoglie e ne ricava una ‘storia’. Questo vale anche per i nostri tempi, quando tutto viene documentato in scritti, in audio e video, eppure i misteri sono ancora tanti. Figuriamoci duemila anni fa, in un’epoca in cui il bisogno di spiritualità, di soprannaturale, non era certo inferiore a quello odierno, ma tutto era basato sul "si dice che..."
Paolo di Tarso, unico autore ‘certificato’ nel tempo e nei luoghi ove operò e visse, non solo ignora le opere circolanti nel suo tempo, che sicuramente già esistevano, ma addirittura scrive a proposito di altri insegnamenti (Lettera ai Galati): "Mi sorprende che così presto vi siate distaccati da Cristo, che vi aveva chiamati per la sua grazia, aderendo ad un altro vangelo: non ne esiste un altro! Ma ci sono alcuni che mettono lo scompiglio tra di voi e vogliono stravolgere il vangelo di Cristo. Ma se noi o un angelo disceso dal cielo annunciasse a voi un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia votato alla maledizione divina!": ecco il primo pontefice cattolico che lancia l'anatema contro i deviazionisti! E ancora (Lettera ai Filippesi): "Non ho nessuno che abbia gli stessi suoi sentimenti - il riferimento è al fido Timoteo - che realmente si preoccupi della vostra situazione. Tutti infatti badano ai propri interessi e non a quelli di Gesù Cristo".
Non v’è quindi alcun dubbio che già negli anni 50 del I secolo le cristologie erano molteplici ed il sodalizio cristiano già affetto dai mali di sempre.
 
Il cristianesimo nel mondo ellenico ha messo le sue radici mediante la predicazione itinerante di Paolo e dei suoi discepoli, ma anche di predicatori di altre correnti di pensiero: lo si comprende chiaramente dalle lettere di Paolo - che sono delle omelie più che non dei testi dottrinali - ed i numerosi suoi viaggi.
Modi e tecniche di apostolato proprio di tipo paolino sono descritte nella Didachè, opera da collocarsi agli inizi del II secolo, che pone in guardia le comunità di fedeli da imbroglioni e profittatori(11,3 e seg.): "Quanto agli apostoli e profeti, secondo l’insegnamento del vangelo, fate così. Ogni apostolo che venga a voi sia accolto come il Signore. Ma non si fermerà se non una giornata; se ce ne fosse bisogno, anche un’altra; ma se si ferma tre giorni è un falso profeta. Partendo l’apostolo non prenda nulla se non del pane fino al successivo pernottamento; se chiede denaro è un falso profeta.
E nessun profeta, mentre sta parlando in modo ispirato, sarà messo alla prova o sottoposto a giudizio da voi; infatti ogni peccato sarà rimesso, ma questo peccato non verrà rimesso. Tuttavia non chiunque parli in modo ispirato è profeta, ma se ha i comportamenti del Signore. Dai comportamenti dunque si riconosce il falso profeta e il vero profeta.
E ogni profeta che dietro ispirazione organizza una mensa, non trarrà da essa il proprio sostentamento, se no, è un falso profeta. Ogni profeta che insegna la verità, se non mette in pratica quello che insegna è un falso profeta(-).
Ogni domenica del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete grazie, dopo aver confessato a vicenda le vostre trasgressioni, così che il vostro sacrificio sia puro.(-)
Eleggetevi dunque episcopi e diaconi degni del Signore, uomini miti, non amanti del denaro, veritieri e provati; anch’essi infatti svolgono per voi il servizio dei profeti e maestri. Pertanto non disprezzateli, essi infatti assieme ai profeti e maestri, sono i vostri dignitari".

Al di là della francescana umiltà di questo insegnamento, è interessante notare come in pochi decenni i predicatori - falsi o veri che fossero - fossero spuntati come la gramigna, e le gerarchie ecclesiatiche con la velocità di un palazzo abusivo.
 
D’altronde, dopo cinquant’anni di diffusione del nuovo credo, era inevitabile che accanto agli autentici credenti - esattamente come scrisse Paolo - fiorissero i devianti dalla retta via. Intendendo naturalmente per retta via quella da lui stesso tracciata. E' chiaro che le correnti scaturite dalle vicende di Gesù erano molte e seguivano intendimenti assai diversi.
Gli Ebrei ortodossi, Giacomo il Giusto e Pietro, come attesta lo stesso Paolo, seguivano la linea originaria del Cristo, ossia la vittoria di Israele e l'avvento del Regno di Israele, il Regno dei circoncisi.
Paolo non ne faceva una questione etnica, nel Regno sarebbero entrati tutti i buoni, i redenti dai suoi (di Paolo) precetti stante la promessa di Cristo. Gli Ebrei no, salvo improbabili pentimenti.

Torniamo ai Testi che compongono il Nuovo Testamento. E’ ragionevole porre la loro datazione - nelle loro linee essenziali - dopo gli anni settanta per i sinottici, alla fine del secolo o poco dopo per Giovanni.
 
Una proposta di studio che faccio a me stesso ed a tutti quanti gli interessati è la seguente: poiché i vangeli sono posteriori alle lettere di Paolo, quanto queste possono aver influito sulla loro stesura? Che vi sia un conflitto è evidente: quanto invece hanno in comune?
 
Ha un senso questa datazione? Si e no. Se io vedo una bella enciclopedia far mostra di sé nella libreria e chiedo: "Quando è stata scritta la Treccani?", mi si può rispondere: "nel 1925". Ed è vero, ma che corrispondenza ha l'ultima redazione con la prima? Molto e molto poco. Così è per i vangeli.

Le fonti documentarie antiche riferibili alle vicende del Cristo sono - come tutti sanno:
il corpus degli scritti canonici noto come Nuovo Testamento. Si tratta di 27 libri: quattro Vangeli, gli Atti degli apostoli, quattordici lettere di Paolo, una di Giacomo, due di Pietro, tre di Giovanni, una di Giuda, l’Apocalisse di Giovanni. Per due millenni i credenti sottostarono all’obbligo sacrosanto di non tanto di istruirsi con il loro contenuto, ma di uniformarsi all’insegnamento che da essi veniva tratto. Dal Concilio Vaticano II (1962-65) venne concessa una maggiore apertura agli studi filologici e storici, col risultato di riportare alla luce una lunga serie di problemi, sempre più difficili da risolvere. Al punto che alcuni suggeriscono di cancellare la storia (o le storie?) narrata nei nostri documenti e ridurre questi ultimi - in particolare i Vangeli - a puri messaggi teologici e didattici. Io, per contro, ritengo che non vi sia alcuna ragione per dubitare che i Vangeli contengano consistenti tracce di autentica storia, e quando non proprio di storia, almeno di veridicità. Questa opere sono fondamentalmente degli assemblaggi redatti in forma di racconto biografico di appunti, di detti e fatti, memorie orali e racconti fantasiosi, diffusi ad uso dei predicatori e delle comunità di fedeli. Oggi riteniamo sacri e non dubitabili i quattro testi attribuiti a Matteo, Marco, Luca e Giovanni, ma in antico essi erano vangeli come tanti altri, molti dei quaqli, fortunatamente, sono tornati di recente alla luce.
 
G. Zagrebelsky nella prefazione al libro di Cohn "Processo e morte di Gesù", parlando dell’uso che possono fare i vari studiosi, ebraici o cristiani o altri dei Vangeli, scrive che "… quanti adottano per principio l’idea dell’attendibilità storica dei racconti evangelici (corrono) il rischio dell’inclusione tra le fonti attendibili di materiale spurio". Mi si consenta di sostenere che non è esatto parlare di materiale spurio. Più correttamente ritengo che i Vangeli siano la miscela – come di due mazzi di carte mescolati assieme – di due storie diverse, la storia di Gesù prima della crocifissione, e la storia di Gesù dopo la crocifissione, la storia di un uomo e la storia di un Dio. All’ottenimento di questo risultato concorse l’inevitabile necessità, per coloro che composero i testi, di far intravedere già nell’uomo il futuro Dio, e conservare in Dio la sua pregressa natura umana.
Categoria / Famiglia
CODEX VATICANUS B  
Il Codice vaticano è il più bel libro giuntoci dall'antichità. Scritto in greco su pergamena finissima, contiene l'intera Bibbia, con modeste lacune. Si presume sia stato scritto in Egitto nella seconda metà del IV secolo. E' giunto alla biblioteca vaticana nel XV secolo, ma delle sue precedenti vicende non si sa nulla.
 
 
Nulla ci autorizza a pensare agli antichi testi come all’opera di mistificatori. Gli antichi appunti e le prime redazioni organiche certamente venivano fatti circolare tra i vari gruppi comunitari e progressivamente arricchiti con glosse
esplicative, commenti e narrazioni aggiunte per maggior convincimento dell’uditorio; i copisti addetti alle nuove pubblicazioni incorporarono le addizioni in forma coerente ed organica, a completamento dell’insegnamento orale dei vescovi, che per lungo tempo ebbe la priorità sui documenti scritti. Solo quando si riapplicò l’arte della stampa, autorizzata dal Concilio di Trento, vennero redatte le versioni destinate a rimanere invariate nel tempo, ma si giunge per questo alla fine del XIV secolo. In antico i testi venivano trascritti su ampi fogli ricavati dalle pelli degli animali, in caratteri maiuscoletti, senza punteggiatura, separazioni dei paragrafi e altri accorgimenti che ne agevolassero la lettura. il falso nei testi era una diffusa consuetudine nel medioevo, ed i copisti più addottrinati correggevano di loro iniziativa tutto ciò che pareva controverso. Si sollevarono così molte dispute: ad esempio Gerolamo accusò Rufino d'Aquileia di avere manipolato la Storia Ecclesiatica di Eusebio(!), e Rufino accusò degli scribi anonimi di aver manipolato i libri di Origene, al punto che la sua dottrina fu considerata eretica nel Concilio di Costantinopoli del 583, mentre oggi Origene è considerato un Padre della Chiesa.
Ma ciò che conta ancor più delle aggiunte - come già s'è detto - è quanto è stato omesso nella redazione definitiva dei vangeli. Abbiamo inconfutabili prove (si veda - tra l'altro - la lettera di Clemente di Alessandria che può essere richiamata dal link presente infra) che i testi sono stati aggiunti collazionando fatti, detti e dicerie come più conveniva allo scopo di chi ha scritto. Le omissioni sono la causa delle tante incongruenze dei racconti evangelici.

Dobbiamo quindi credere nei Vangeli? Sostanzialmente si. Queste opere sono paragonabili ad una antica cattedrale: su uno strato di fondamenta che si perdono nella notte dei tempi si possono leggere scavando con cura le susseguenti sovrapposizioni, sempre più ampie, sempre più distanti dall’iniziale progetto di costruzione. I Vangeli narrano contemporaneamente la storia di un uomo e quella di un uomo divenuto Uomo; sta a ciascuno di noi credere nell’una, nell’altra o in entrambe le vicende.
Individuare quali siano le parti riferibili a quanto è dell’uomo e quanto dell’Uomo, è un problema che gli studiosi contemporanei ormai da tempo cercano di affrontare con rigore scientifico.
In linea di massima si ritiene che più il testo è antico, maggiori probabilità ha di essere storicamente attendibile, ma non è detto che ciò sia vero, avendo noi perso la maggior parte degli scritti di quei tempi.
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Su questa base il vangelo di Marco sarebbe il "più storico" di tutti, seguito dal vangelo di Matteo, che lo riprende e lo amplia, poi Luca che esegue un ulteriore ampliamento; infine Giovanni, che a mio parere è attendibile particolarmente nella descrizione dei viaggi di Gesù e nella cronaca del processo, mentre non lo è nel concetto (gnostico) dell'essenza del Messia.
Paolo ci ha lasciato delle lettere di estrema importanza per comprendere come possa essersi diffuso il Cristianesimo da lui fondato e diffuso, ed a ciò concorre la seconda parte degli Atti.
Con l'andar del tempo gli scritti perdono la "storicità" e si ammantano di elementi dottrinari e favolistici.
Non possiamo sperare in un secondo colpo di fortuna come quello di Nag Hammadi, ma se il deserto ci restituisse gli scritti di Papia o di Valentino o di Basilide comprenderemmo finalmente appieno la reale origine della dottrina cristiana.
 
Poiché gli autori dei vangeli non avevano a disposizione notizie proprie e nemmeno di prima mano, come Luca afferma, con quale materiale hanno elaborato il proprio testo?
1) detti di Gesù, i loghia, di cui vi erano sicuramente delle raccolte, come i vangeli di Maria o di Tommaso;
2) notizie storico-biografiche trasmesse dalla tradizione orale, che possiamo ritenere in qualche modo veritiere;
3) frammenti dell'Antico Testamento adattati a comporre nuovi testi agiografici su Gesù, quale, ad esempio, il Magnificat.
 
L'incertezza nella quale i libri del primo cristianesimo lasciano gli storici, i filologi e gli stessi credenti ha da sempre creato sconcerto.
Le ragioni sono molto semplici.

1) La vera vicenda vissuta da Gesù non ha nulla a che vedere con quanto si dirà e si crederà (al di fuori del mondo ebraico) di Lui.

2) La trasmissione delle notizie, inizialmente essenzialmente orale (vedi Paolo più sopra), è stata una polifonia di voci discordanti;

3) i racconti non avevano alcun scopo documentaristico: per i cristiani non c'era futuro, non c'era posterità a cui trasmettere pensieri, fatti ed opere. La fine del mondo, l'avvento del Regno, la parusia era - stante le affermazioni di Gesù quando era in vita - non slo imminente, ma addirittura incombente. Oggi stesso, domani forse o dopo domani ma non più tardi. Paolo ai Tessalonicesi (I): "Vi diciamo questo nella parola del Signore, che noi i viventi, i rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo coloro che si sono addormentati, che il Signore stesso, con grido, voce di arcangelo e tromba di Dio, scenderà dal cielo e prima risorgeranno i morti in Cristo, poi noi viventi, i rimasti, verremo rapiti insiemne con loro, nelle nubi, a incontrare il Signore nell'aria e così saremo sempre con il Signore".

4) I testi erano quindi solo dei sussidi alla predicazione, che essi riportassero o no le parole che veramente Gesù aveva detto non aveva alcuna importanza, l'essenziale era che servissero a diffondere la lieta novella e a convincere la gente della imminente felicità. Benvenuto quindi la diffusione di storie, leggende, profezie, favole purché utili allo scopo.

Questo imminente vita felice non era ovviamente gradita a tutti. V'erano gli ebrei, legati alla loro fede ed alla loro storia, che sognavano un Regno essenzialmente politico, glorificato da una schiacciante vittoria sui nemici, e questa era la corrente di Pietro; v'erano i seguaci di Paolo e degli altri predicatori, che a titolo diverso promettevano un Regno (anch'esso, si badi bene, concreto, materiale e non solo spirituale) aperto a tutti, purchè purificati, morti al peccato come Gesù morì alla vita, e risorti nella purezza come Gesù risorse alla vita dopo il sepolcro.

Questa è a mio parere l'unica chiave di lettura degli scritti cristiani antichi che ci sono pervenuti.
La successiva letteratura patristica nasce a partire dalla fine del secondo secolo da due elementi fondamentali:

1) la delusione della mancata parusia;

2) la trasfigurazione della persono del Cristo da uomo in Dio, l'uomo che divenne Uomo, una speranza divenuta religione.
 
L'incertezza nella quale i libri del primo cristianesimo lasciano gli storici, i filologi e gli stessi credenti ha da sempre creato sconcerto.
Le ragioni sono molto semplici.

1) La vera vicenda vissuta da Gesù non ha nulla a che vedere con quanto si dirà e si crederà (al di fuori del mondo ebraico) di Lui.

2) La trasmissione delle notizie, inizialmente essenzialmente orale (vedi Paolo più sopra), è stata una polifonia di voci discordanti;

4) i racconti comunque non avevano alcun scopo documentaristico: per i cristiani non c'era futuro, non c'era posterità a cui trasmettere pensieri, fatti ed opere. La fine del mondo, l'avvento del Regno, las parusia era - stante le affermazioni di Gesù quando era in vita - men che imminente, oggi stesso, domani forse o dopo domani ma non più tardi. Paolo ai Tessalonicesi (I): "Vi diciamo questo nella parola del Signore, che noi i viventi, i rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo coloro che si sono addormentati, che il Signore stesso, con grido, voce di arcangelo e tromba di Dio, scenderà dal cielo e prima risorgeranno i morti in Cristo, poi noi viventi, i rimasti, verremo rapiti insiemne con loro, nelle nubi, a incontrare il Signore nell'aria e così saremo sempre con il Signore".

4) I testi erano quindi solo dei sussidi alla predicazione, che essi riportassero o no le parole che veramente Gesù aveva detto non aveva alcuna importanza, l'essenziale era che servissero a diffondere la lieta novella, quella dell'imminente felicità. Benvenuto quindi la diffusione di storie, leggende, profezie, favole purché utili allo scopo.

Questo imminente vita felice non era ovviamente uguale per tutti.. V'erano gli ebrei, legati alla loro fede ed alla loro storia, che sognavano un Regno essenzialmente politico, glorificato da una schiacciante vittoria sui nemici, e questa era la corrente di Pietro; v'erano i seguaci di Paolo e degli altri predicatori, che a titolo diverso promettevano un Regno (anch'esso, si badi bene, concreto, materiale e non solo spirituale) aperto a tutti, purchè purificati, morti al peccato come Gesù morì alla vita, e risorti nella purezza come Gesù risorse alla vita dopo il sepolcro.

Questa è a mio parere l'unica chiave di lettura degli scritti cristiani antichi che ci sono pervenuti.
La successiva letteratura patristica nasce a partire dalla fine del secondo secolo da due elementi fondamentali:

1) la delusione della mancata parusia;

2) la trasfigurazione della persona del Cristo da uomo - fin che si vuole straordinario, ma uomo - in Uomo sempre più metafisico, nato da vergine, nato da seme divino ed infine Dio egli stesso.
 
Da chi e quando fu stabilito il ‘canone’ del Nuovo Testamento? L’eterogeneità dottrinaria dei primi tempi fu tale da rendere necessaria una base dottrinaria uniforme e gli strumenti per raggiungere lo scopo furono il "canone della verità che abbraccia le verità fondamentali della predicazione della Chiesa; (il) canone della fede che indica le verità essenziali da credere; (il) canone della Chiesa o canone ecclesiastico, che comprende i primi due precedenti designando l’insegnamento e la vita cristiana. Nella Chiesa primitiva il canone è così la norma in base alla quale si giudica ogni cosa(-), per il cristiano dei primi secoli l’aggettivo canonico equivaleva, in pratica, a santo, divino, senza errore determinante" (L. Moraldi). Il primo elenco giunto sino a noi è il ‘Frammento del Muratori’. Risale alla fine del II secolo, è in lingua latina, ed elenca come canonici i quattro Vangeli, gli Atti, le Lettere di Paolo, l’Epistola di Giuda, le due di Giovanni, l’Apocalisse di Giovanni, e, dubitativamente, quella di Pietro. Per un canone ufficiale e indiscusso si dovette attendere ancora un secolo e mezzo, al tempo di Atanasio, grazie al quale l’elenco divenne immutabile e accettato dalle Chiese sia di oriente che di occidente. Un altro elenco di 60 opere va sotto il nome di papa Gelasio (fine V secolo) e in esso sono compresi i testi a noi noti come apocrifi.
Una annotazione: i Vangeli e la quasi totalità dei testi dei primi secoli sono scritti in greco. Un greco abbastanza corretto, fluido, di mano quindi di persone colte. Perché in greco? Perché il greco era la lingua universale del mondo di allora, assai più dell’inglese moderno, quindi compreso da tutti, mentre il latino era ancora confinato alla limitata cerchia della cultura romana, e così sarà sino alla partizione dell’impero in occidentale e orientale.
 
Leggi la lettera di Clemente di Alessandria (metà del II secolo) trovata nel 1958 in un convento nei pressi di Gerusalemme. E' di estremo interesse!
FAI CLICK QUI PER LEGGERE LA LETTERA
 
II.
Ai testi del Nuovo Testamento si affiancano i frammenti superstiti dei Vangeli perduti, quali:

· I Vangeli dei Giudei e dei Nazareni, noti in pochi frammenti dalle citazioni fatte dalla patristica (Epifanio, Eusebio di Cesarea, Ireneo) a prevalente scopo di confutazione.
· Il Vangelo degli Ebioniti (Ebraico ebyon, "poveri"), un gruppo di Giudei seguaci del Cristo che si sarebbero rifugiati nell’attuale Giordania per sfuggire alla repressione dell’imperatore Adriano nel 135, o forse prima, nel corso della guerra giudaica. Rimasti fedeli alle tradizioni dell'ebraismo farisaico, gli Ebioniti avrebbero negato il concepimento virginale di Maria e la divinità di Cristo, mantenendo l'osservanza del sabato e considerando Paolo di Tarso un apostata per avere egli dichiarato il Cristo come latore di un nuovo patto di salvezza. Ireneo (vescovo di Lione nato in Asia Minore nel 135-140 circa e morto nella città francese nel 200 circa) nel suo Adversus Haereses afferma che essi avrebbero seguito un protovangelo secondo Matteo con molte varianti, che potrebbe essere stato scritto originariamente in aramaico, ma del quale non abbiamo altra traccia.
· Frammenti di testi copti, assai tardi.
· Le memorie di Nicodemo, forse del II secolo, concernenti la passione, la discesa agli inferi e la resurrezione di Gesù.
· I testi cristiani ritrovati nel 1945 a Nag Hammadi, nell’Egitto centro-orientale. Si tratta di 52 manoscritti di età paleocristiana in lingua copta, ma con ogni probabilità tradotti nel IV secolo (come risulta da alcune iscrizioni) da originali in lingua greca molto più antichi, che costituiscono un'importante fonte di informazioni sulla dottrina gnostica, considerata eretiche già dalla Chiesa primitiva in quanto negatrice della natura umana del Cristo. Tra gli scritti particolare rilevanza hanno il Vangelo di Filippo, il Vangelo di Maria (Maddalena), il Vangelo di Verità e il Vangelo di Tommaso. Questi testi si definiscono essi stessi ‘Vangeli’ e il termine – come è noto - non va inteso nel senso per noi più usuale, ma nel senso arcaico, ossia ‘annunci’: non sono infatti racconti biografici della vita di Gesù e delle sue vicende, ma raccolte di detti, alcuni dei quali simili a quelli presenti nei canonici.
· Il Corano, nel quale si afferma che Gesù non fu veramente crocifisso: "Dunque, poiché essi (gli ebrei) hanno violato il patto e hanno rinnegato i Segni di Dio e hanno ucciso i profeti ingiustamente e hanno detto: I nostri cuori sono incirconcisi (ché anzi è Dio che vi ha stampato l’incredulità, sì che di loro non credono che pochi) – e ancora per la loro incredulità e per avere detto contro Maria calunnia orrenda - e per aver detto: Abbiamo ucciso il Cristo, Gesù figlio di Maria, messaggero di Dio, mentre non lo uccisero né lo crocifissero, bensì qualcuno fu reso ai loro occhi simile a lui (e in verità coloro la cui opinione è divergente a questo proposito son certo in dubbio né hanno di questo scienza alcuna, bensì seguono una congettura, ché per certo, essi non l’uccisero – ma Iddio lo innalzò a sé, e Dio è potente e saggio" (Sura IV, 155-158). Probabilmente non sono molti i cristiani che sanno quanto vi sia di Gesù e della Madonna nel Corano. Muhammad ha una profonda devozione (in senso islamico, naturalmente) per Gesù al punto da ritenerlo suo precursore e profeta (Sura LXI,6):
"E quando disse Gesù figlio di Maria: O figli di Israele! Io sono il messaggero di Dio a voi inviato a conferma di quella Torah che fu data prima di me, e ad annunzio lieto di un messaggero che verrà dopo di me e il cui nome è Ahmad!".

· Il corpus di testi noti col nome di Manoscritti del Mar Morto. In questi scritti risalenti ai due ultimi secoli dell’era precristiana e al primo secolo dopo Cristo, non si trovano attendibili riferimenti a Gesù e ai personaggi del suo tempo a noi noti, ma ci introducono in quell’ambiente teologico e politico in cui il Messia ed il Battista vissero e che non poté non influenzare la loro attività ed il loro modo di operare. Le grotte di Qumran hanno custodito per duemila anni, accanto a numerose copie dei libri dell’Antico Testamento, molti manoscritti contenenti le regole di una comunità monastica che si tende ad identificare con quella degli Esseni, o quanto meno affine ad essi. Si tratta di testi oscuri, ermetici, ricchi di riferimenti a fatti e personaggi purtroppo estremamente difficili da definire. Proprio questa ermeticità, unita ad obiettive difficoltà di ricostruzione e traduzione del linguaggio, ha condotto molti studiosi anche illustri a conclusioni che vanno forse oltre i limiti della corretta interpretazione. Molti studiosi, come K. Hanson che credette di estrapolarvi addirittura un ‘protovangelo’, si affannarono a trovare in essi le tracce del cammino terreno di Gesù, scatenando contraddittori talora espressi in toni non propriamente edificanti. Non v’è dubbio che spesso il linguaggio dei manoscritti e quello dei Vangeli abbiano assonanze che alcuni definiscono ‘inquietanti’, che molte espressioni coincidano in modo affascinante. Le similitudini più evidenti consistono nel profondo senso della vita comunitaria e nell’attesa messianica di un regno di Israele di imminente avvento.

· Un vasta letteratura apocrifa (apocrifo non significa falso o inventato, significa ‘non ispirato’, quindi non sacro, ed i fedeli non sono tenuti a credervi) nella quale si narrano per lo più in maniera romanzata episodi dell’infanzia del Salvatore, della sua vita pubblica, della morte e poi la discesa agli inferi, la risurrezione, la morte (o dormizione) di Maria e la sua ascesa, i fatti connessi al coinvolgimento di Pilato e di Traiano, che vengono per lo più scagionati addebitando ogni responsabilità della morte di Gesù agli Ebrei. Molti narrano vicende assai note anche ai nostri giorni. Ne cito alcuni per far comprendere la vastità di tale letteratura:

· Vangeli della natività e dell’infanzia:
I. Natività di Maria o proto-vangelo di Giacomo
II. Natività di Maria (versione armena)
III. Vangelo sulla nascita di Maria
IV. Dell’infanzia del Salvatore
V. Vangelo dello pseudo-Matteo
VI. Vangelo arabo sull’infanzia del Salvatore
VII. Storia di Giuseppe falegname

· Vangeli sulla vita pubblica di Gesù:
VIII. Vangelo di Maria
IX. Agrafa di Gesù
X. Vangelo di Pietro
XI. Memorie di Nicodemo
XII. Vangelo di Gamaliele
XIII. Narrazione di Giuseppe d’Arimatea
XIV. Ciclo di Pilato
XV. Vangelo di Bartolomeo
XVI. Libro della resurrezione di Gesù
XVII. Libro della resurrezione di Gesù
XVIII. Ciclo della dormizione della Madonna

· Atti degli Apostoli:
XIX. san Pietro; san Paolo; san Giovanni; san Tomaso;
XX. sant’Andrea
XXI. Atti di Andrea e Matteo nella città degli antropofagi;
XXII. atti dei santi apostoli Pietro e Andrea;
XXIII. atti e martirio dell’apostolo san Barnaba; atti armeni di Bartolomeo; atti di Filippo; atti di san Marco; martirio del santo apostolo Matteo; atti slavi di Pietro; atti di Pietro e Paolo; atti di Taddeo, uno degli apostoli
XXIV. Lettere di Lentulo; corrispondenza tra Abgar e Gesù; degli apostoli; del signore nostro Gesù Cristo; corrispondenza apocrifa di san Paolo; epistola di Tito discepolo di Paolo
XXV. Apocalissi di Pietro; di Paolo; di Esdra; di Tomaso; di Giovanni

· Il vastissimo corpus degli scrittori cristiani dei primi secoli, storici, teologi e apologeti, cui si contrappongono le scarse voci del dissenso superstiti, quali il filosofo Celso ed il neoplatonico Porfirio.

· La Storia Ecclesiastica di Pamfilo Eusebio vescovo di Cesarea, scritta nel secondo decennio del IV secolo.

· Documenti minori cristiani ed ebraici.

I tentativi di dare corpo ad una cronologia degli scritti neotestamentari riempiono interi scaffali delle biblioteche.
Alcuni documenti sono databili con discreta approssimazione. Le lettere di Paolo di Tarso, autentiche o meno che siano, si collocano attendibilmente in un decennio che va dal 55 al 65, perché vi sono narrati episodi della vita dell’apostolo e vi sono citati personaggi storici che confortano questa datazione.
Della datazione dei vangeli canonici già s’è detto. Aggiungo qui che non vi sono seri motivi per dubitare che l’evangelista noto col nome di Luca sia stato un seguace di Paolo e che lo abbia seguito sia in qualcuno dei suoi viaggi missionari, sia in quello giudiziario a Roma. Possiamo immaginare che proprio a Roma abbia raccolto tutte le notizie utili a comporre il suo vangelo, come egli stesso precisa nella premessa. Il vangelo costituisce il primo volume dell’opera che per diretta affermazione dell’autore vorrebbe essere storica, il secondo è rappresentato dagli Atti degli Apostoli. Gli Atti a loro volta sono divisi in due parti: la prima raccoglie quanto Luca poté sapere sugli avvenimenti dalla morte del Cristo sino alla fuga di Pietro da Gerusalemme, la seconda si occupa delle vicende di Paolo sino alla sua venuta a Roma per l’appello a Cesare, e qui si interrompe bruscamente. E’ ragionevole pensare che la stesura dei libri sia iniziata poco prima del 64 e sia stata interrotta in epoca neroniana a causa del noto pogrom antigiudaico-cristiano; la redazione definitiva è stata completata nell’ultimo quarto di secolo (dopo la morte di Paolo, che sicuramente non l'avrebbe approvata!), non necessariamente dallo stesso scrittore che l’aveva iniziata. Il testo infatti non pare omogeneo in tutte le sue parti sia per le caratteristiche letterarie che per uniformità di contenuti e di stile espositivo. Questa asserzione soddisfa quei filologi che riconoscono nelle due opere, Vangelo e Atti, due o più autori.
 
Categoria / Famiglia
Vangelo di Maria Maddalena  
Si tratta di uno scritto gnostico che fu rinvenuto nel cosiddetto Papiro 8502 di Berlino, di cui si hanno notizie dal 1896, ma che fu pubblicato solo nel 1955. Questo vangelo scritto in copto sahidico, attribuisce una importanza fondamentale alla figura di Maria Maddalena, come discepolo che Gesù avrebbe anteposto persino ai suoi apostoli.
 
 
Come detto, si suppone l’esistenza di persone che qualche decennio dopo la scomparsa di Gesù iniziarono a mettere per iscritto le tradizioni orali e le annotazioni, le compilazioni di detti e di episodi che nel frattempo si erano diffuse un po’ ovunque, allestendo delle eterogenee misture di storia e mito sul Gesù uomo, spesso talmente ricche di eventi fantastici da sollevare molte perplessità nello stesso ambiente cristiano che le respinse con diffidenza. Imperava infatti la ‘tradizione apostolica’: qui tradizione viene dal latino tradere, consegnare, tramandare per filo diretto la dottrina. Tutto ciò che non aveva l’imprimatur dei testimoni di prima o tutt’alpiù seconda istanza era respinto, e ne furono vittime illustri scritti come la Didaché e il Pastore di Erma (vedi nel quinto Libro). Ce ne dà conto Papia, , vissuto pressoché un secolo dopo Gesù, autore di una Spiegazione delle parole del Signore in cinque libri, di cui non restano che frammenti, tuttavia non privi di importanza. Papia, vescovo di Gerapoli, afferma di essere stato discepolo dell’apostolo Giovanni insieme con il martire Policarpo, cosa possibile, sia pure con qualche dubbio cronologico. Anch’egli sostiene, come Luca, di avere raccolto le notizie con rigore ‘scientifico’ ( citazione di Eusebio III,39,4): "Io non esito ad inserire nelle mie interpretazioni, facendomi garante di verità, quanto un tempo ho appreso dai presbiteri e ho conservato nella memoria… Se si avverava da qualche parte che qualcuno avesse frequentato i presbiteri, mi informavo sulle parole dette dai presbiteri, chiedendo ciò che hanno detto Andrea, Pietro, Filippo, Tommaso, Giacomo, Giovanni, Matteo e qualche altro discepolo del Signore e ciò che dicono Aristione ed il presbitero Giovanni, discepoli del Signore. Ero infatti persuaso che i racconti tratti dai libri non potevano avere per me lo stesso valore di una voce viva e sonora". I presbiteri erano gli anziani che reggevano le prime comunità cristiane.
Questo frammento ci dà la prova dell’esistenza fin dai primi tempi di una letteratura assai ricca ma scarsamente attendibile. Nonostante la perentoria dichiarazione di metodo, pare che nemmeno il vescovo di Gerapoli sia riuscito a compilare un testo rigorosamente storico: proprio Eusebio di Cesarea che ce ne ha tramandato la memoria dice che le opere di Papia sarebbero state rovinate dall'inserimento di racconti favolosi, come la leggenda della fine orribile di Giuda.
Papia ancora scrive: "Marco fu interprete di Pietro, pose per iscritto con esattezza quantunque senza ordine ciò che si ricordava dei detti e dei fatti del Signore. Infatti non aveva udito il Signore né lo aveva seguito ma solo più tardi seguì Pietro il quale a sua volta dava le istruzioni secondo opportunità, non con l’intenzione di comporre una esposizione ordinata delle parole del Signore. Perciò non ebbe colpa Marco se pose per iscritto alcune di quelle cose come le ricordava (-) Matteo ordinò in lingua ebraica i detti del signore e ciascuno li interpretò come poté." Sulla base di queste affermazioni alcuni studiosi presuppongono l’esistenza di un protovangelo di Marco in lingua aramaica, contenente una miscellanea di "detti e fatti" narrati sporadicamente, che sarebbe stato il fondamento sul quale furono elaborati tutti i successivi testi. Ancora alcuni vorrebbero identificare Marco (nome latino e non ebraico) con Levi, il gabelliere, presumibilmente l’unico della schiera dei seguaci del Messia ad essere in grado di leggere e scrivere correttamente. In realtà è assai probabile che le redazioni di Marco e di Matteo siano state elaborate sulla base di una unica matrice risalente agli anni 50 - primi anni 60 e poi gradualmente arricchite nelle successive edizioni con aggiornamenti e adattamenti ad opera delle Chiese in cui vennero adottati come libri di testo. Si giustificano così le datazioni più disparate fatte dagli studiosi, che spaziano dal 50 al 150 a seconda degli elementi presi in considerazione. E’ inoltre verosimile che tutti i testi abbiano raggiunto la stesura definitiva addirittura nel IV secolo, quando Costantino diede ordine di ricomporre i libri sacri tragicamente dispersi all’epoca della decennale persecuzione di Diocleziano. Ulteriori assestamenti redazionali avvennero in conseguenza dei decreti degli imperatori Valentiniano II e Graziano (380 d.C.), cui si deve l’eradicazione non solo del paganesimo ma anche di tutte le eresie allora diffuse anche tramite l’accurato spurgo di quanto non ortodosso era contenuto nei libri, compresi quelli ebraici. Proprio in quel tempo Atanasio fissò, come sappiamo, il canone del Nuovo Testamento, e, per conseguenza, anche il testo definitivo delle opere che lo compongono.

Ci documenta l’aspetto particolare della persecuzione di Diocleziano (Notizie nei Libri Quarto e Quinto) l’Atto del martirio di san Felice, in Cartagine:
"Rivolto loro, Magniliano domandò: "Avete i libri sacri?". Apro rispose: "Si, li abbiamo". Magniliano: "Consegnateli perché siano bruciati". Apro: "Li ha con sé il nostro vescovo". Magniliano: "Dov'è?". Apro: "Non lo so". Magniliano: "Resterete sotto custodia per rendere conto al proconsole Anulino".
III. - Il giorno dopo il vescovo Felice da Cartagine fece ritorno a Tibiuca. Allora Magniliano, dopo averlo fatto condurre alla sua presenza con un atto di comparizione, gli chiese: "Sei tu il vescovo Felice?". Felice rispose: "Sono io". Magniliano: "Consegna tutti i libri e le carte in tuo possesso". Felice: "Li ho, ma non li consegnerò". Magniliano: "Consegna i libri perché siano bruciati". Felice: "E’ meglio che sia bruciato io piuttosto che le Scritture divine perché è bene obbedire a Dio che agli uomini". Magniliano: "L'ordine degli imperatori viene prima di ciò che tu dici". Felice: "I precetti del Signore vengono prima di quelli degli uomini". Magniliano: "Ti concedo tre giorni di tempo per riflettere perché, se ti rifiuterai di obbedire ai decreti emanati in questa città, dovrai presentarti davanti al proconsole, al quale ripeterai le cose che dici".
IV. - Dopo tre giorni Magniliano fece chiamare Felice e gli domandò: "Hai riflettuto?". Felice rispose: "Ripeto ora quello che ho già detto, e lo ripeterò anche davanti al proconsole". Magniliano: "Allora andrai dal proconsole e renderai conto a lui". Fu allora consegnato a Vincenzo Ceisino, decurione della città di Tibiuca.
V. - Felice partì da Tibiuca per Cartagine il 14 giugno. Giunto a Cartagine, fu consegnato al legato, che lo fece rinchiudere in prigione. Il giorno dopo, prima del sorgere del sole, fu portato alla presenza del legato. Questi gli domandò: "Perché non consegni quei libri inutili?". Felice rispose: "Li ho, ma non li consegnerò". Allora il legato ordinò che fosse gettato in una prigione più profonda. Dopo sedici giorni, di notte, verso le ore 22, fu portato in catene davanti al proconsole Anulino. Questi gli domandò: "Perché non consegni quelle Scritture inutili?". Felice rispose: "Non le consegnerò". Allora il proconsole Anulino ordinò che fosse decapitato".
Sfortunatamente l’atto del martirio di san Felice non specifica di quali libri si trattasse, mentre negli ‘Acta martyrum Scilitanorum’ processati e condannati al tempo di Commodo dal proconsole Vigellio Saturnino (180-181) in Scillium, un villaggio nei pressi di Cartagine è scritto: "Il proconsole Saturnino disse: Cosa c’è in quella cassa?. Sperato disse: I libri e le epistole di Paolo, un uomo giusto". Il prosieguo del racconto non dice se i libri furono sequestrati e distrutti.

Le storie che troviamo nei Vangeli, come in tutta la letteratura cristiana coeva, sono dovute al fatto che esse avevano un duplice compito, quello di narrare e quello di dare risposte. Le opere narrative di quei tempi – che nel nostro caso sono anche delle biografie - avevano questa caratteristica comune: "la mancanza di interesse per la verità intellettuale propria del nuovo pubblico (di cultura ellenistica) non molto istruito generò non solo una voga di raccolte di fatti ‘mirabili’, ma altresì una serie deliberata di scritti apocrifi, o, per dirla meno educatamente, di falsi deliberati, come quelli, per esempio, aventi per oggetto le lettere di uomini famosi" (Grant). Il termine ‘falsi deliberati’ potrebbe indurre noi gente del nostro tempo all’idea di un reato ideologico. Non è così. Era costume di quei tempi attribuire le opere di gente sconosciuta a personaggi illustri per avvalorarne la credibilità; in più i racconti cristiani, oltre ad elargire ammaestramenti, dovevano soddisfare le aspettative teosofiche non solo dei fedeli, ma anche di semplici curiosi ed oppositori che volevano conoscere molte cose di quel nuovo Dio che veniva proposto. E’ facile immaginare le mille voci che ponevano ogni sorte di quesiti dopo l’omelia del predicatore: perché Gesù fece così, perché disse questo e quello, cosa significa questa parabola, perché lo condannarono, chi è stato e così via: ed ogni maestro aggiungeva un pezzo di suo, esattamente come fanno tutti i cronisti del giorno d’oggi.

V.
Gli scritti anticristiani.
Pare a prima vista sorprendente che nei testi rabbinici vi siano scarsi e poco significativi riferimenti alla figura di Gesù Cristo. Una spiegazione potrebbe essere la seguente: "Per il giudaismo il cristianesimo fu in un primo tempo un fenomeno marginale tra altri; più tardi, il cristianesimo innalzato a religione di stato fu a tal punto visto come la prosecuzione di «Roma», che elementi specificamente cristiani non vennero nemmeno percepiti in quanto tali. Le affermazioni anticristiane contenute nei testi rabbinici riposano su interpolazioni e rielaborazioni posteriori, e sono quindi da considerarsi come fonti per la conoscenza dei rapporti tra giudaismo e cristianesimo non nell’antichità bensì nel primo medioevo" (Johann Maier).Io penso che la vera causa sia stata una accurata espurgazione dei testi compiuta dalle autorità cristiane del IV e V secolo, e una autocensura degli stessi Ebrei per tutelare i loro libri sacri. Sono comunque presenti passi anticristiani nella letteratura rabbinica.Il Talmud babilonese ci riporta questo racconto (tra parentesi quadre le parole contenute solo in alcuni manoscritti):"Viene tramandato: [al venerdì] alla sera della Parasceve si appese Ješu [ha-nôserî = il cristiano]. Un araldo per quaranta giorni uscì davanti a lui: «Egli [Ješu ha-nôserî] esce per essere lapidato, perché ha praticato la magia e ha sobillato e deviato Israele. Chiunque conosca qualcosa a sua discolpa, venga e l’arrechi per lui». Ma non trovarono per lui alcuna discolpa, e lo appesero [al venerdì] alla sera della Parasceve.Disse Ulla: «Credi tu che egli [Ješu ha-nôserî] sia stato uno per il quale si sarebbe potuto attendere una discolpa? Egli fu invece un istigatore all’idolatria, e il Misericordioso ha detto «Tu non devi avere misericordia e coprire la sua colpa!». Con Ješu fu diverso, perché egli stava vicino al regno" (Sanhedrin B, 43b).
 
 
Ho scelto di inserire in appendice, e quindi sotto condizione, quei passi nei quali tradizionalmente molti commentatori scorgono espliciti o impliciti riferimenti a Gesù di Nazareth e ai Cristiani. Per secoli, Ebrei e Cristiani, convinti dell’impossibilità che la tradizione rabbinica avesse tralasciato di annotare qualche testimonianza su Gesù, hanno estrapolato dagli scritti uno svariato numero di passi, e li hanno collegati al Cristianesimo nascente, sempre senza tenere sufficiente conto del contesto e della tradizione testuale. Il risultato di questa attività è la pubblicazione di numerose raccolte di detti rabbinici su Gesù e il Cristianesimo.
Che alcuni passi del Talmud e della Misnah, così come ci sono pervenuti, contengano passi ostili a Cristo e alla sua Chiesa, è indubbio; ma il problema sta nello stabilire il momento in cui tali passi furono introdotti nel testo, o furono modificati in senso anticristiano. In realtà, le prime testimonianze manoscritte complete risalgono all’alto medioevo, ed i frammenti o le citazioni più antiche ci mostrano una tradizione testuale molteplice, ampiamente uniformata in epoca altomedievale e ancor di più con l’avvento della stampa. Pare a prima vista sorprendente che nei testi rabbinici vi siano scarsi e poco significativi riferimenti alla figura di Gesù Cristo. Una spiegazione potrebbe essere la seguente: "Per il giudaismo il cristianesimo fu in un primo tempo un fenomeno marginale tra altri; più tardi, il cristianesimo innalzato a religione di stato fu a tal punto visto come la prosecuzione di «Roma», che elementi specificamente cristiani non vennero nemmeno percepiti in quanto tali. Le affermazioni anticristiane contenute nei testi rabbinici riposano su interpolazioni e rielaborazioni posteriori, e sono quindi da considerarsi come fonti per la conoscenza dei rapporti tra giudaismo e cristianesimo non nell’antichità bensì nel primo medioevo" (Johann Maier). Io penso che la vera causa sia stata una accurata espurgazione dei testi compiuta dalle autorità cristiane nel IV e V secolo, e una autocensura degli stessi Ebrei per tutelare i loro libri sacri.

Il Talmud babilonese ci riporta questo racconto (tra parentesi quadre le parole contenute solo in alcuni manoscritti):"Viene tramandato: [al venerdì] alla sera della Parasceve si appese Ješu [ha-nôserî = il cristiano]. Un araldo per quaranta giorni uscì davanti a lui: «Egli [Ješu ha-nôserî] esce per essere lapidato, perché ha praticato la magia e ha sobillato e deviato Israele. Chiunque conosca qualcosa a sua discolpa, venga e l’arrechi per lui». Ma non trovarono per lui alcuna discolpa, e lo appesero [al venerdì] alla sera della Parasceve.Disse Ulla: «Credi tu che egli [Ješu ha-nôserî] sia stato uno per il quale si sarebbe potuto attendere una discolpa? Egli fu invece un istigatore all’idolatria, e il Misericordioso ha detto «Tu non devi avere misericordia e coprire la sua colpa!». Con Ješu fu diverso, perché egli stava vicino al regno" (Sanhedrin B, 43b). Il passo si riferisce - secondo alcuni - al processo e all'esecuzione di Gesù. L’’araldo che per quaranta giorni rimanda l’esecuzione di Gesù dimostra la legalità del giudizio. Il verbo "appendere" al posto di "crocifiggere" non è un problema, perché riscontrabile anche nel Nuovo Testamento (At. 10,39; Gal. 3,13) e in Giuseppe Flavio. La divergenza tra la dichiarazione "esce per essere lapidato" e la successiva morte di croce, è forse un modo per far concordare la verità della crocifissione con l’idea di un processo interamente ebraico. Secondo altri studiosi il passo si riferirebbe ad un personaggio diverso che fu prima lapidato e poi appeso all'albero secondo la legge mosaica, il giorno della Parasceve; costui aveva cinque discepoli (di cui si parla più avanti) anch'essi uccisi per lapidazione. La frase "con Ješu fu diverso, perché egli stava vicino al regno" può significare che quest’uomo era un collaborazionista romano, ma anche che era di stirpe regale. Un’altra frase del rabbi Abbahu (Palestina, III-IV sec.) è stata vista come una condanna di Cristo:"Se qualcuno ti dice: «Io sono Dio», egli è un mentitore; «Io sono il figlio dell’uomo», alla fine dovrà pentirsene; «Io ascenderò al cielo», egli ha detto questo, ma non lo compirà" (Ta‘anit J, 2,1)Errore. La frase si adatta bene a Gesù ma anche ad altri uomini che secondo la testimonianza di Celso in Fenicia e Palestina si attribuivano tali qualità divine (Origene, Contra Celsum VII,9). Un altro passo in cui compare il nome di Gesù, è conservato nel Talmud babilonese (‘Aboda Zara 16b); ne abbiamo però altre due recensioni abbastanza dissimili. Si tratta di un racconto di rabbi Eli‘ezer ben Hyrkanos (I-II sec.): Tosefta Hullin (2,24) "Mentre una volta passeggiavo lungo la strada di Sepphoris, trovai Giacomo, un uomo di Kfar Siknin, e mi disse una parola di eresia in nome di Ješûa‘ ben Pntjrj. Midrash Qohelet Rabba (1,1.8). "Io, una volta, andavo lungo la strada di Sepphoris. Mi venne incontro un uomo e Giacomo da Kfar Siknaja era il suo nome. Egli mi disse una parola in nome di Ješû ben Pndr’ e questa parola mi ha fatto piacere. ‘Aboda Zara "Io, una volta, passeggiavo sulla strada superiore di Sepphoris, e trovai un uomo dei discepoli di Ješu ha-nôserî e Giacomo da Kfar Siknaja era il suo nome. Egli mi disse: «Sta scritto nella vostra Torà: Tu non devi portare il prezzo del meretricio e del cane nella casa del Signore Dio tuo [Deut. 23,19]. Si può dunque fare una latrina per il sommo sacerdote?» Ma io gli risposi di no. Egli mi disse: «Così mi ha insegnato Ješu ha-nôserî: Dal prezzo del meretricio è raccolto, al prezzo del meretricio deve tornare [Mic. 1,17]. Dal luogo della sporcizia sono venuti, al luogo della sporcizia devono tornare». E la cosa mi piacque, e per questo sono stato arrestato, per eresia". Per chi vi vede un passo cristiano, siamo di fronte ad un detto di Gesù riportato da una fonte rabbinica, che richiama la sua lotta all’osservanza pedissequa e letterale della legge giudaica. E la condanna del rabbi Eli‘ezer, è una condanna del pensiero cristiano. La questione dell’uso del denaro ottenuto col peccato che non può essere impiegato nel Tempio (qui chiamato "casa del Signore") richiama alla mente la questione dei trenta denari di Giuda (Mt. 27,6-7).Si è pensato che questo passo si riferisca certo a Gesù, ma che il suo logion sia stato inventato dai Giudei per screditarlo. Esistono numerose citazioni rabbiniche di un certo Ješûa‘ ben Pandera o Panteri/Pantera‘; il fatto che fonti non ebraiche (Celso) parlassero di un certo Gesù figlio di Panther fa pensare alla stessa persona (corruzione del greco parthénos, vergine, o nome di soldato romano?). Di notevole importanza un testo dello Šemônê ‘esre (le Diciotto benedizioni), che apriva la celebrazione sinagogale. Non ci è pervenuto un testo originario, ma diverse redazioni, una delle quali (quella di un frammento della Genizah del Cairo) ci conserva esplicita menzione dei cristiani (o "nazareni") all’interno della dodicesima benedizione:"Che per gli apostati non vi sia speranza; sradica prontamente ai nostri giorni il dominio dell’usurpazione, e periscano in un istante i Cristiani (nôserîm) e gli eretici (minim): siano cancellati dal libro della vita e non siano iscritti con i giusti. Benedetto sei tu, Signore, che schiacci gli arroganti". Che i Giudei maledicessero i Cristiani nella preghiera, è testimoniato anche da Giustino, Girolamo ed Epifanio; Giustino, in particolare, rinfaccia ai Giudei di maledire nelle sinagoghe coloro che si son fatti cristiani. Ma solo la redazione sopra riportata li nomina chiaramente, mentre le altre a noi pervenute sono rivolte genericamente ai minim (eretici), senza altre determinazioni. Certo è che nel termine minim si possono comprendere anche i Cristiani, ma non solo. Non è detto poi che esistesse una sola redazione della preghiera, uguale per tutti, anche se essa secondo la tradizione talmudica è originaria di Jamnia, negli anni ’80 del I secolo, sotto rabbi Gamaliele I.Le fonti cristiane sembrano riferirsi ad una maledizione esplicita contro i cristiani; d’altra parte, la ricostruzione delle varie redazioni del testo è alquanto difficile, ed è stato messo in dubbio il valore assoluto del frammento della genizah.In conclusione, se è chiaro un intento di maledizione dei Cristiani nella preghiera giudaica, non è chiaro quando e dove in essa fu inserito esplicitamente tale nome.
 
NOTA: In antico i libri, o i rotoli, editi su materiali altamente deperibili tranne che in condizioni ambientali eccezionali, venivano scitti da amanuensi e in pochissime copie. La scomparsa di un gran numero di essi, non solo religiosi ma anche filosofici e letterari, non necessariamente derivò da distruzioni o messe all'indice. Fu sufficiente che essi perdessero di interesse e non venissero più copiati. Il tempo ed i tarli fecero il resto.