LIBRO_SETTIMO
 
  Giovanni Moro
  STUDI SUL CRISTIANESIMO DELLE ORIGINI
LIBRO SETTIMO
Nel quale si cerca di ricostruire i fatti che accaddero dopo l'ora nona del fatidico giorno di parasceve di tanti anni fa sulla scorta di quanto è stato tramandato sino a noi.
24 - Cosa accadde dopo l'ora nona?
testo di esempio
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Dopo l’ora nona (le tre del pomeriggio – Matteo 27, 46) della vigilia 14 Nisan (corrispondente ai nostri marzo-aprile) dell’anno 30 accadde che il Crocifisso morì, venne raccolto dal patibolo da un certo Giuseppe d’Arimatea e deposto in un sepolcro. Ma da quel sepolcro, 30 ore dopo, il corpo Gesù era sparito (Matteo 28,1 e seg.; Marco 16,1 seg.; Luca 24,1 e seg.; Giovanni 20,1;). Ora di questo evento che ha improntato di sé, direttamente od indirettamente, tutta la successiva storia dell’umanità si possono dare numerose interpretazioni:
E' veramente morto in croce e risucitò dai morti il terzo giorno?
Nel Catechismo della Dottrina Cattolica leggiamo (638): "Noi vi annunziamo la Buona Novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, poiché Dio l'ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù" ( At 13,32-33 ).
La Risurrezione di Gesù è la verità culminante della nostra fede in Cristo, creduta e vissuta come verità centrale dalla prima comunità cristiana, trasmessa come fondamentale dalla Tradizione, stabilita dai documenti del Nuovo Testamento, predicata come parte essenziale del Mistero pasquale insieme con la croce.
Cristo è risuscitato dai morti.
Con la sua morte ha vinto la morte,
Ai morti ha dato la vita [Liturgia bizantina, Tropario di Pasqua].
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considerazione
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Può sembrare paradossale, ma che Gesù sia in qualche modo veramente uscito dal sepolcro dopo essere morto non ha molta importanza: l'importante è che c'è stato chi lo ha creduto. Se è stato davvero un miracolo è un fatto che riguarda solo chi ci crede, conta invece che lo si è creduto. Ai cristiani pare essere la certezza della resurrezione anche degli uomini, mentre è del tutto indifferente al resto dell'umanità.
Può essere che Gesù non sia affatto morto in croce?
Secondo questa tesi la resurrezione sarebbe stato un fatto puramente leggendario, divulgato da un gruppo di discepoli e diffuso nel mondo essenzialmente per opera di Paolo di Tarso e alcuni suoi confratelli. Per questa sua fede il predicatore rischiò più volte la vita e fu denunciato al tribunale romano da Ebrei che “avevano solo con lui alcune questioni relative la loro particolare religione e riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita”. Negli Ebrei il solo sentir parlare di morti risuscitati stimolava reazioni omicide.
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Quindi Gesù potrebbe non essere morto in croce, come si potrebbe desumere direttamente dal racconto di Marco (15,42 e seg):
- Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo - e da alcune considerazioni correlate, ovvero:
- il centurione comandante il drappello dei carnefici era un ammiratore del Crocifisso, se non un suo seguace (Matteo 27,53 - Luca 23,47);
- si affrettò a certificare la morte a Pilato per consentire la rimozione del cadavere (Marco 15,44);
- non poté evitare il colpo di lancia al torace inferto da un soldato, ma evitò il crurifragium, che per altro è segnalato solo da Giovanni, comminato invece agli altri due condannati (19,41 e seg.).

Le varie considerazioni esposte hanno indotto molti a pensare che la morte in croce di Gesù sia stata apparente. Forse Giuseppe d’Arimatea - che aspettava anche lui il regno di Dio (Marco 15,43) - riuscì a far deporre il Cristo prima della morte oppure, dopo aver collocato la presunta salma nel sepolcro, potrebbe aver notato un residuo segno di vita e, portato il morente in un luogo sicuro, poté adeguatamente curarlo, dando ordine di sigillare il sepolcro per evitare indagini inopportune. Che il corpo del Crocifisso non abbia mai raggiunto il sepolcro lo si può sospettare dal fatto che, contrariamente alla tradizione, forse non fu nemmeno avvolto nei lini funebri che erano stati preparati per lui nel sepolcro. Giovanni scrive che le ‘bende’ erano “per terra”, ed il sudario, un telo destinato ad avvolgere il capo, “piegato in luogo a parte”. Nella versione latina del vangelo è scritto che Pietro, avvisato da Maria Maddalena circa la sparizione del corpo del maestro, accorse al sepolcro e “cum se inclinasset, vidit ‘posita’ linteamina, non tamen introivit”. In greco il verbo è keìmena. In latino il verbo 'ponere' ha in sé il concetto di ‘disporre con ordine’, mentre in greco 'keìmin' ha analogo significato, ma può voler dire anche disposto a terra.

La morte di un crocifisso non era poi così scontata come potremmo credere. Ce ne dà notizia C. Cohn, con implicazioni di diritto civile e ... matrimoniale. Questa inattesa informazione è suffragata dai testi ebraici (Yevamot e Misnah) dai quali apprendiamo che “Se una donna già sposata voleva risposarsi, doveva innanzitutto provare che suo marito era morto; il fatto che lo si fosse visto pendere in croce non valeva di per sé come prova della sua morte. La ragione di questa regola è espressa così: una donna ricca potrebbe essere passata di là e averlo riscattato. (-) Possiamo a ragione concludere che le benestanti fra ‘le donne in vista in Gerusalemme’, le quali - leggiamo - presenziavano alle crocifissioni e riuscivano con frequenza a corrompere i soldati o gli ufficiali romani, per far tirar giù dalla croce le vittime che erano ancora in vita”. Questo perchè i crocifissi non erano dei criminali, ma dei patrioti, dei ribelli.
Gesù un seguito di donne l’aveva per davvero (Matteo 27,55): “C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano: esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo”. Al denaro potrebbe aver provveduto Giuseppe.

Una testimonianza importante sulla possibilità di sopravvivere alla crocifissione viene da Giuseppe Flavio nella sua autobiografia (IV,75) ove narra che, ormai passato al nemico, in un giro di ricognizione “vidi molti prigionieri crocifissi e in tre di loro riconobbi dei miei compagni di un tempo. Dentro di me ero molto triste e con le lacrime agli occhi mi recai da Tito e gli parlai di loro. Questi diede dunque subito l’ordine di deporli dalla croce e di trattarli con la massima cura in modo che potessero ristabilirsi. Due di loro morirono comunque tra le mani del medico, mentre il terzo si riprese”.

Di un certo interesse è il seguente brano del vangelo di Pietro (8,29 e seg.): gli scribi e i farisei vanno da Pilato e chiedono una sorveglianza armata alla tomba di Gesù “... per paura che i suoi discepoli non vengano a rapirlo e che il popolo, credendolo risuscitato dai morti, non ci faccia del male”. Pilato concede la guardia ma “... nella notte in cui ebbe inizio la domenica, mentre i soldati montavano la guardia due a due a turno (...) videro il cielo aperto e ne discendevano due uomini, splendenti di luce e si avvicinavano alla tomba. Ora la pietra che avevano appoggiato alla porta ruotando su se stessa si spostò di lato. Il sepolcro si aprì e i due giovani vi entrarono. A questa vista i soldati svegliarono il centurione e gli anziani, che erano anch’essi là a fare la guardia. Mentre stavano raccontando quello che avevano veduto, videro nuovamente tre uomini uscire dalla tomba: i due giovani sostenevano l’altro e una croce li seguiva”.
Faccio notare che il vangelo di Pietro fu uno dei testi più seguiti nelle Chiese orientali. Melitone di Sardi verso la fine del II secolo ebbe occasione di leggerlo e lo trovò ortodosso. Poi gli fu fatta notare una piccola frase. Cristo è condotto al patibolo: “Condussero due malfattori e crocefissero il Signore in mezzo a loro. Ma lui taceva quasi che non sentisse alcun dolore”. Il Signore non aveva un corpo totalmente umano, quindi non soffrì, mentre il presupposto cattolico della salvazione è proprio la sofferenza patita da Cristo sulla croce. Questa è la base dell’eresia docetica, ed il vangelo fu eliminato dal canone.
Gesù è stato veramente crocifisso?
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Un altro potrebbe esser salito sul patibolo al posto suo, forse il cireneo Simone. Questo è scritto nel Corano (IV,157 e seg.): “… e per aver detto: ‘Abbiamo ucciso il Cristo, Gesù figlio di Maria, Messaggero di Dio’, mentre né lo uccisero né lo crocifissero, bensì qualcuno fu reso ai loro occhi simile a Lui e in verità coloro la cui opinione è divergente a questo proposito son certo in dubbio né hanno di questo scienza alcuna, bensì seguono una congettura, ché per certo essi non lo uccisero – ma Iddio lo innalzò a sé, e Dio è potente e saggio; e non c’è nessuno della Gente del Libro che non crederà in Lui, prima della sua morte, ed Egli nel dì della resurrezione sarà testimonio contro di lui”.
Questo è quanto pensava anche Basilide, insigne teologo gnostico alessandrino della prima metà del II secolo, che curò una redazione dei vangeli e ne stilò un ponderoso commento, del quale, sfortunatamente, ci sono pervenuti solo scarsi frammenti. Il Cristo, secondo molte dottrine docetiche, fu messo in croce solo apparentemente, perché in realtà fu Simone Cireneo, sotto le sembianze di Gesù, ad essere crocefisso. A sua volta il Cristo, travestito da Simone, si fece beffe dei suoi carnefici e quindi ritornò al Padre.
In effetti il "giallo" della scelta operata dalla popolazione tra Gesù e Barabba - che non può essere storicamente avvallata, potrebbe nascondere qualche evento del quale ci sono pervenute solo le tenui tracce cui si è fatto cenno.
La resurrezione è stata un'abile messinscena?
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Si legge in Matteo (27,62): “Il giorno dopo, che era parasceve , si riunirono presso Pilato i sommi sacerdoti e i farisei dicendo “Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre era vivo: Dopo tre giorni risorgerò. Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: E’ risuscitato dai morti! Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima”. Pilato disse loro: “Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete”. Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia. Che la resurrezione possa essere stata una messinscena degli apostoli è una diceria antica come l’evento stesso (Matteo 28,15): “Così questa diceria si è divulgata fra i Giudei fino a oggi”.
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Che Gesù sia stato un uomo che veramente morì sul patibolo è un fatto che non conosceremo mai con certezza.
La sua morte è stata un mistero anche in antico: la narrazione dei vangeli infatti si presenta con tutte le caratteristiche di un artificio letterario. Si pensi all'aura fantastica conferita dal brano di Matteo, che per lo più si preferisce ignorare (27,51): - come Gesù spirò - “… ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti”. Credo che si possa attribuire questo brano ad una redazione del vangelo non anteriore alla fine del II secolo.
Il racconto è un collage di citazioni dell'Antico Testamento.
. Nel Salmo 22 (21) è detto:
“Mi circondano tori numerosi
mi assediano tori di Basan.
Spalancano contro di me la loro bocca
come leone che sbrana e ruggisce.
Come acqua sono versato
sono slogate tutte le mie ossa.
Il mio cuore è come cera
si fonde in mezzo alle mie viscere.
E’ arido il mio palato
la mia lingua si è incollata alla gola
su polvere di morte mi hai deposto.
Un branco di cani mi circonda
mi assedia una banda di malvagi;
hanno forato le mie mani e i miei piedi,
posso contare tutte le mie ossa.
Essi mi guardano, mi osservano:
si dividono le mie vesti,
sul mio vestito gettano la sorte”

Questo salmo di Davide inizia con le celeberrime parole che vengono messe in bocca a Gesù in punto di morte: “Verso le tre Gesù gridò a gran voce: Elì, Elì. Lemà sabactani? Che significa: Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?" (Matteo 27,46; Marco 15,34, che riporta anche il testo aramaico). Il grido posto sulle labbra del Morente è appunto l’inizio del salmo 22 (21): “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza”. Luca invece (23,46) scrive che “Gesù gridando a gran voce disse: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. Detto questo spirò”. Anche questa frase si trova nei salmi (30,15): “Ma io confido in te o Signore, dico: Tu sei il mio Dio, nelle tue mani sono i miei giorni”. La gente presente al tragico momento crede che invochi Elia, forse fraintendendo fra ‘Eloi’ ed ‘Eli’: “Udendo questo alcuni dei presenti dicevano: Costui chiama Elia”.
Elia ha più volte avuto qualcosa a che fare con Gesù stesso e con le vicende del mondo in cui visse. Luca (1,17) nell’annuncio della nascita di Giovanni Battista ci dice che l’angelo del Signore nell’annunciare a Zaccaria ed a Elisabetta la nascita di un figlio ormai non più atteso in quanto coppia sterile e anziana, dice anche : “Egli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto”. Per Matteo (17,2 e seg.) il Cristo durante la trasfigurazione fu visto conversare con Mosé ed Elia. Poi, riprese sembianze umane, “i discepoli gli domandavano: Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia? Ed egli rispose: Si verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi l’hanno trattato come hanno voluto”. Potrebbe riferirsi al Battista e alla sua uccisione.
Dunque Gesù muore nella disperazione di essere stato abbandonato da Dio. Nulla vieta di credere che un grido di morte di tenore simile sia stato veramente proferito. Si tratta di una di quelle implorazioni che nessuno dei testimoni potrà mai aver dimenticato nella sua vita, e che è stata certamente tramandata oralmente con tutta l’angoscia con cui è stata gridata. Essa ci porta indietro di qualche giorno, sul monte degli Ulivi dove Gesù implora Iddio di scamparlo dal martirio. Non ostante l’angoscia della morte che lo attanaglia Gesù ha creduto nella sua missione ma soprattutto ha creduto fino all’ultimo nella vittoria per miracolo divino.

Torniamo al crocifisso. Seneca (opera citata) ci descrive con accenti drammatici come un uomo crocifisso muoia sulla croce di morte lenta ed atroce: “C’è forse un uomo che voglia perire membro dopo membro tra i dolori e perdere la vita goccia a goccia, invece di esalarla tutta in un soffio solo? C’è un uomo che voglia essere inchiodato a quell’infelice legno del martirio per poi, ormai indebolito, deformato, tumefatto a causa delle orrende ferite sanguinanti sulle spalle e sul torace, tendersi non ostante i tormenti che questi gesti comportano per attingere un alito di vita? Avrebbe molti motivi per morire prima di salire sulla croce”.

Al tramonto, non più tardi quindi delle sei di sera visto che si era ai primi di aprile, il corpo di Gesù giace in un sepolcro, avvolto in un lenzuolo di lino. O forse no.
Non sapremo mai con certezza se Gesù sia morto e poi risorto (misterium fidei!) o se non sia veramente morto e si sia rianimato dopo la deposizione. E ovvio che una tomba in cui lentamente si fosse decomposto il cadavere del Messia avrebbe posto la parola fine alla vicenda di Gesù, mentre la scomparsa del suo corpo ha consentito la nascita della leggenda, anzi di una religione. Scrive Paolo (I Corinzi XV,14): “Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi poi risultiamo falsi testimoni di Dio perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini”. E’ qui illustrata la ‘lucida follia’ (ibidem 1,21) di Paolo e, forse, le ragioni dello scontro con gli apostoli. Da quanto traspare dai suoi scritti risulterebbe chiaro che gli apostoli conservavano una visione diversa della vicenda del loro maestro. E’ verosimile che i Dodici continuassero a vivere nella speranza dell’avvento del nuovo regno, e - questo è certo - contestavano unitamente alla loro gente l’eretica e antiebraica predicazione di Paolo. Non dimentichiamo che Paolo ha corso seriamente il rischio di essere ucciso (Atti 21,27 e seg.): “Stavano ormai per finire i sette giorni (di purificazione nel tempio, rito al quale Paolo è costretto a sottomettersi per dimostrarsi rispettoso della legge) quando i Giudei della provincia d’Asia (quelli di Antiochia, che già - 14,19 - lo presero a sassate e lo trascinarono fuori dalla città credendolo morto) vistolo nel tempio aizzarono tutta la folla e misero le mani su di lui gridando: Popolo d’Israele, aiuto! Questo è l’uomo che va insegnando a tutti contro la legge e contro questo luogo, ora ha introdotto perfino dei greci nel tempio ed ha profanato il luogo santo”. Scoppia un vero tumulto popolare e Paolo viene trascinato un’altra volta fuori dal tempio per essere linciato, quando per sua fortuna accorre in aiuto la milizia romana. Il tribuno lo arresta per sottrarlo alla folla e lo porta nella fortezza.
Interessante è il prosieguo del racconto: “Paolo disse al tribuno: Posso dirti una parola? - Conosci il greco? disse quello: allora non sei quell’egiziano che in questi ultimi tempi ha sobillato e condotto nel deserto i quattromila ribelli? Rispose Paolo: Io sono un giudeo di Tarso in Cilicia, cittadino di una città non certo senza importanza”. Non ostante il rischio corso, Paolo si rivolge ancora alla folla in lingua locale (il testo dice ‘in ebraico’ ma era certamente aramaico, che per altro è una variante dialettale dell’ebraico) e racconta la sua visione del Cristo sulla via di Damasco. Ciò irrita ancora di più la folla che chiede a gran voce la sua testa. Paolo passa veramente un brutto guaio e per sfuggire al tribunale giudaico, essendo cittadino romano, si appella a Cesare. Vedremo più come i magistrati si stupiscano di questo ricorso, dal momento che in sede istruttoria non fu trovato alcun indizio di colpa a suo carico. Forse non sapevano che per Paolo la messa in libertà significava il linciaggio.
Abbiamo appena incontrato un reperto che dovrebbe attirare la nostra attenzione. Scrive Flavio Giuseppe (Guerra Giudaica, II,13): “Ma guai ancora maggiori attirò sui giudei il falso profeta egiziano. Arrivò infatti nel paese un ciarlatano che, guadagnatasi la fama di profeta, raccolse una turba di circa trentamila individui che s’erano lasciati abbindolare da lui, li guidò nel deserto al monte detto degli ulivi e di lì si preparava a piombare in forze su Gerusalemme, a battere la guarnigione romana e a farsi signore del popolo con l’aiuto sei suoi seguaci in armi. Felice prevenne il suo attacco affrontandolo con i soldati romani e tutto il popolo collaborò alla difesa sì che avvenuto lo scontro l’egizio riuscì a scampare...” Come già detto, ritengo sempre emozionante trovare concordanze storiche in più testi coevi, e il racconto dell’arresto suona come redatto da fonti sicure (lo stesso Paolo?) dall’autore degli Atti. Questo esalta l’interesse storico delle vicende del cosiddetto tredicesimo apostolo delle sue memorie, che costituiscono il più antico e forse l’unico corpus di attendibile valore documentario del cristianesimo delle origini. E’ evidente che la gente di Gerusalemme non solo non credeva alla risurrezione di un morto, ma non voleva nemmeno sentirne parlare, ritenendola terribilmente blasfema, così come l’asserzione che Gesù era figlio di Dio e che ora sedeva alla destra del Padre.
Risalta altresì come la lotta armata contro i romani proseguisse incessantemente ad opera non solo di veri patrioti, ma anche di avventurieri esaltati, sicuramente non gratificati di alcuna simpatia da parte della popolazione, che dalle loro gesta ricavava soltanto lutti e rovine
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Gesù, si dice - e noi deobbiamo crederci - è morto e risorto e questo è il segno della sua potenza, ma non ne diede mai altro in nessuna epoca. Nulla è mutato in virtù di quanto sostenuto in questo antico racconto.
Catastrofi naturali, guerre e pestilenze continuano ad infierire sulla terra esattamente come prima: nessun segno ci è stato elargito, ad eccezione di un improbabile ed innaturale evento al quale nessuno ha assistito personalmente ed al quale bisognerebbe credere per così dire sulla parola di quattro antichi sconosciuti.
Dopo la morte incroce del Cristo, la vita sul pianeta è continuata come prima tra poche gioie, molti dolori, sofferenze e morte. Esattamente come quella del Cristo, che dalla vita ebbe poche gioie, sofferenze e morte.
Dicono... ma Cristo si sè sacificato per redimerci. Bene... da che? Ma dal peccato originale! Ossia da qualcosa che non è mai esistito, da eventi che non sono mai avvenuti!
E' avvenuto invece che per sua involontaria causa altri lutti e sofferenze hanno aggiunto dolore a dolore . Se per lui morirono molti martiri, per contro milioni di persone furono atrocemente trucidate in suo nome. Ebrei, dissidenti, islamici, popoli lontani salirono sulla medesima croce che i suoi seguaci vollero simbolo di fede e di redenzione, ma che e invece rimasta quella che era: uno strumento di morte. Infiniti altri furono costretti a vivere una vita di umiliazioni e paure. Intere popolazioni persero la loro identità e cultura.
Quale Dio può aver gioito di tutto questo?
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Che Gesù sia veramente morto sulla croce e conseguentemente sia risorto dev’essere stata una credenza assai contestata, se Cirillo di Gerusalemme, vissuto nel IV secolo, si sentì in dovere di sostenere appassionatamente la propria fede chiamando a testimoniare i luoghi santi (Catechesi IV,10): “Egli fu veramente crocifisso… Se io lo nego, mi convince dell’errore il legno della croce che da qui è stato distribuito in frammenti in tutto il mondo” e (Catechesi XIII,38 e seg.): “La passione è reale, fu veramente crocifisso… anche se io lo negassi, me ne riproverebbe questo Golgota vicino al quale tutti ci troviamo; me ne riproverebbe il legno della croce che da qui è stato distribuito in frammenti per tutto il mondo… Cerchiamo di conoscere chiaramente anche il luogo dove fu sepolto… Non rinnegare il Crocifisso, perché se lo rinneghi ha molti contradditori. Ne è testimone il Getsemani, ove avvenne il tradimento. Non parlo ancora del monte degli ulivi in cui pregarono in quella notte i presenti al tradimento… Ti contraddice la casa di Haifa… il pretorio di Pilato che recentemente è stato distrutto dalla forza di Colui che allora fu crocifisso… Ti contraddice questo santo Golgota che si innalza e che è ancora visibile e mostra ancora come le pietre si sono spaccate a causa di Cristo; il vicino sepolcro in cui fu deposto e la pietra che fu collocata all’ingresso e che ora si trova accanto al sepolcro”.
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BARABBA: CHI SARA' MAI STATO?
  Era “Un tale chiamato Barabba” (Marco 15, 7). Barabba = Bar Abbà, ossia figlio del Padre, perché Abbà era uno dei nomi con cui gli Ebrei osavano nominare Dio (con Eloah e Adonai, essendo il tetragramma יהוה impronunciabile.
Può non sembrare vero, invece nell'editio princeps del Novum Testamentum Graece et Latine alla pagina 101 troviamo... l’espressione originale greca "Iesoun Barabban", ossia Gesù Barabba.
Non è il caso di sprecare parole su fatti che non si possono dimostrare né in un senso né nell'altro; rimane l'interogativo: CHI VERAMENTE MORI' IN CROCE?
  ECCE HOMO
  Quale sarà stato lo stato d'animo di Gesù sentendo il popolo inveire contro di lui e chiedere la sua morte?
  E SE LE COSE SI FOSSERO SVOLTE IN MODO COMPLETAMENTE DIVERSO?
Alla vigilia della Pasqua [ebraica], Yeshu fu appeso. Per quaranta giorni prima dell'esecuzione, un araldo gridava "Egli sta per essere lapidato perché ha praticato la stregoneria e ha condotto Israele verso l'apostasia. Chiunque sappia qualcosa a sua discolpa venga e difenda il suo operato". Poiché nessuna testimonianza fu mai portata in suo favore, egli fu appeso alla vigilia della Pasqua.
Questa è la citazione del passo relativo a Gesù nel Sanhedrin. Essa è tratta dal Soncino Babylonian Talmud, la traduzione in inglese del Talmud eseguita sotto la direzione del rabbi I. Epstein e pubblicata dalla Soncino Press. In questa edizione del Talmud la citazione appare in Sanhedrin, folio 43a.

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