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Studi sul Cristianesimo delle Origini |
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Nel quale si parla delle caratteristiche umane dell'uomo Gesù che camminò sulla terra |  |
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11 -Quale aspetto fisico?
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Che tipo di persona sarà stato il Gesù che camminò sulla terra, che visse uomo tra gli uomini? Del suo aspetto fisico non abbiamo alcuna indicazione, tutti i documenti ‘ufficiali’ tacciono in proposito, ma nei primi secoli era stranamente diffusa la convinzione che fosse brutto, forse equivocando su di un versetto di Isaia. Alla fine del II secolo Clemente Alessandrino (Pedagogo 3,1) infatti scrive “Che lo stesso Signore sia stato brutto all’aspetto, lo testimonia lo Spirito per mezzo di Isaia (53,3): e lo vedemmo e non aveva bell’aspetto né bellezza, ma il suo aspetto era senza pregio”. Giustino a sua volta rincara la dose (Dialogo con Trifone, 14,8): “... fu annunciato che apparirà senza gloria, senza bellezza e soggetto alla morte”. Anche Celso (3,VI,75) conferma che “... questo corpo di Gesù non differiva in nulla da quello di un altro, anzi, come dicono, era piccolo, brutto e volgare”. Ireneo di Lione (seconda metà del II secolo) se lo immagina addirittura“Infirmus, ingloriosus, indecorosus” |
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L'oscuro canto riportato nella nota a margine del precedente Libro, non solo ha suggerito agli antichi padri della Chiesa il fatto che Gesù fosse di mediocre aspetto fisico, ma ha fatto gridare al miracolo profetico tuttti i cristiani di ieri e di oggi, e nessuno può negare che la figura di Cristo e la redenzione tramite il suo sacrificio vi abbia un rilievo impressionante. In vero l’apparenza è strabiliante, ma se si legge attentamente tutto il libro e non solo un brano, ci si accorge che il significato è ben diverso. Non solo il servo brutto e deforme, flagellato e deriso non è un futuro Messia ma è Israele stesso, ed il vero 'salvator' del popolo eletto è tutt'altro. Il libro di Isaia da 1 a 41 è in qualche modo storico, e conclude inneggiando a Ciro come strumento del Signore. |
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12 - L'immagine di Gesù nella tradizione tarda.
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Naturalmente, in altre fonti assai tarde Gesù viene descritto ben diversamente. Nella letteratura non canonica troviamo una “Lettera di Lentulo”, un funzionario romano non altrimenti noto, che lo descrive: |
| “E’ un uomo dalla statura alta e ben proporzionata, dallo sguardo improntato a severità; quanti lo guardano lo possono amare e temere. I suoi capelli hanno il colore delle noci di Sorrento molto mature e discendono dritti fino alle orecchie; dalle orecchie in poi sono increspati con ricci alquanto più chiari e lucenti ondeggianti sulle spalle; nel mezzo ha una riga secondo il costume dei nazareni. La sua fronte è liscia e serenissima, il viso non ha né rughe né macchie ed è abbellito da un moderato rossore. Il naso e la bocca sono perfettamente regolari. Ha la barba abbondante dello steso colore dei capelli; non è lunga e sul mezzo è leggermente biforcuta. Il suo aspetto è semplice e maturo. I suoi occhi sono azzurri, vivaci e brillanti. Terribile quando rimprovera, accarezzevole e amabile quando insegna, gioviale pur conservando la gravità. Qualche volta ha pianto, ma non ha mai riso. La statura del suo corpo è alta e diritta, le mani e le braccia sono graziose alla vista. Parla poco, grave e misurato.”(nota 1) |
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Dal punto di vista figurativo non abbiamo nulla che sia databile all’epoca dei Vangeli. Nelle catacombe di Domitilla in Roma vi è un ritratto praticamente illeggibile che si dice di Cristo e risalirebbe addirittura al I secolo: qualche pittore ha tentato di ricavarne una traccia ma con risultati di poco conto. E’ comunque certo che nei primi secoli il Cristo non fu mai raffigurato (forse a causa della tradizione giudaica che vieta la rappresentazione di figure umane), ma rappresentato con i suoi simboli, il pesce, l’agnello, il pastore, il tralcio di vite o anche con la ‘cristianizzazione’ di simboli pagani, quali il carro del sole e persino l’ank egizio (Mausolei Vaticani). Una delle prime raffigurazioni si trova nel pregevole sarcofago del prefetto Giunio Basso, della metà del IV secolo. Gesù vi è ritratto in un riquadro mentre consegna i rotoli della legge a Pietro e Paolo: l’aspetto è giovanile ed il volto imberbe. Coevi sono una scultura sita nelle Grotte Vaticane che mostra il “Christus Victor”, anch’esso giovane e imberbe, che impugna la croce tra due apostoli, e un affresco nelle catacombe di santa Domitilla, che raffigura Cristo docente fra i dodici apostoli. Pare che Costantino abbia fatto erigere in Bisanzio una statua di Gesù in bronzo, distrutta poi dagli iconoclasti. Di quella statua ci è pervenuta notizia dai patriarchi orientali Giobbe d’Alessandria, Cristoforo d’Antiochia e Basilio di Gerusalemme (IV secolo) che la descrivono: |
| “Egli fu bello di statura, alto tre cubiti, colle sopracciglia accostate sopra i begli occhi, col naso forte, capelli ricciuti, alquanto inclinato, paziente, di colorito avvenente in faccia. Ebbe baffi neri, il volto fu del colore del grano. Rassomigliava fisicamente alla Madre, colle dita allungate, colla voce sonora e col parlar soave, pieno di dolcezza, mite ed indulgente”.(nota 2 e 3) |
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| 13 – L'iconografia del Cristo |
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La prima rappresentazione del Gesù crocifisso, per quanto ci è dato sapere, la si trova in una formella lignea della porta di Santa Sabina in Roma (V-VI secolo). Cristo è raffigurato tra i ladroni nei confronti dei quali è assai più alto e preminente, e porta una barba fluente. I suppliziati presentano le braccia spalancate orizzontalmente ed hanno le mani inchiodate, ma non figurano appesi; sono collocati con i piedi sul terreno, quindi nella positura di chi viene esposto alle fiere nel circo; inoltre non vi è traccia o quasi della croce, evidentemente ritenuta ancora simbolo di ignominia, mentre è ben rappresentato come fondale un edificio a tre cuspidi triangolari con piccole finestre, di incerto significato. In un’altra formella della porta troviamo Gesù trionfante, qui con volto giovanile ed imberbe, simbolo di eternità. A tutti è noto un graffito caricaturale ora conservato nel Museo Nazionale delle Terme, che raffigura un essere dalla testa asinina appeso ad una croce, con un fedele di nome Alessameno e una rozza scritta in lingua greca che dice "ALEXAMENOS CEBE TE TEON = Alexameno adora il suo dio". E’ stato trovato nel Paedagogium di una domus sul Palatino nel secolo scorso e pare risalga al III d.C. E’ aperta la discussione se la testa d’asino significhi derisione o sia un simbolo di pazienza e sopportazione, però osservando bene il graffito, parrebbe di rilevare che il crocifisso non si riferisca a Gesù, ma ad un uomo coperto da un vello di animale ed esposto alle fiere o ai cani nel circo: il condannato sarebbe quindi l’Alexamenos che sacrifica la propria vita adorando il suo Dio. Effettivamente Tacito riferisce che molti dei Giudei cristiani condannati da Nerone furono giustiziati in questo modo. Sul muro di un locale adiacente è graffita la scritta in latino “Alexamenos fidelis”, quindi il tutto potrebbe essere stato fatto non per derisione, ma in memoria di un martire. Abbiamo ancora un altro rozzo graffito trovato da A. Maiuri nel 1959 in una taverna di Pozzuoli che rappresenta un uomo crocifisso, ma probabilmente si tratta della raffigurazione di un giustiziato nei giochi circensi e che non ha nulla a che fare con il Cristo. |
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| 14 - Quale comportamento sociale? |
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Il suo carattere viene descritto come di natura assai collerica, talvolta oltre misura come nella maledizione del fico che essendo senza frutti non soddisfa il suo appetito. Matteo scrive che (21,1 e seg.) il giorno dopo il suo ingresso trionfale in Gerusalemme: Gesù “... ebbe fame. Vedendo un fico sulla strada gli si avvicinò, ma non trovò altro che foglie e gli disse: Non nasca mai più frutto da te!. E subito quel fico si seccò”. L’evento stupì i discepoli che gli chiesero: “Come mai il fico si è seccato immediatamente?”. Gesù nel rispondere rivoltò la frittata abilmente. La sua ira viene mutata in potenza della fede: “Se avrete fede e non dubiterete non solo potrete fare ciò che è accaduto a questo fico, ma anche se direte a questo monte: Levati di lì e gettati nel mare, ciò avverrà”. Si noti che il fico oltretutto non ne aveva colpa:“Non era infatti quella la stagione dei fichi” (Marco 11,13). Contro la gente che non lo ascoltava come lui avrebbe desiderato inveisce: “(Matteo, 11,20, Luca 10,13): “...guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida. Perché se a Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza, ravvolte nel cilicio e nella cenere. Ebbene io ve lo dico: Tiro e Sidone nel giorno del giudizio avranno una sorte meno dura della vostra. E tu Cafarnao... fino agli inferi precipiterai!” e se “...qualcuno non vi [gli apostoli inviati in missione] accoglierà... uscite da quella casa o da quella città... In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sodoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di questa città (Matteo 10,14 e seg.)”; “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua. E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità (Matteo 13,56; Luca 4,24)”.
Collerico dunque e impulsivo con i suoi avversari ma, come capita spesso a simili individui, tenero con i bimbi (Matteo 19,13 e seg.; Marco 10,13 e seg.; Luca 18,15 e seg.) e indulgente con i peccatori di bassa estrazione. Perdona la peccatrice di Cafarnao (mentre era a cena da un fariseo: Luca 7,37); dialoga con la donna ‘facile’ al pozzo di Sicar, in Samaria (Giovanni 4,7); perdona alla donna adultera (Giovanni 8,3 e seg.); perdona al ladro crocifisso con lui (Luca 23,40).
Amava la compagnia e la tavola: “Gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: Perché mentre noi e i farisei digiuniamo i tuoi discepoli non digiunano?” (Matteo 9,14; Marco 2,18; Luca 5,33). A chi gli rimproverava l’indulgere a questo piacere rispose: “E’ venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto ‘Ha un demonio’. E’ venuto il figlio dell’uomo che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori” (Matteo 11,18 e seg.). Aveva anche una piccola corte di donne che lo accudivano. Matteo (27,55) scrive che mentre agonizzava sulla croce “C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo”. Luca (8,2 e seg.) nomina altre donne del seguito: “C’erano con lui i dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni”. |
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Forse indulgeva in abitudini poco tradizionali, o troppo moderne (nota 6). Nel Vangelo di Luca (7,36) in cui si narra della peccatrice che piange e gli bacia e gli unge i piedi, è scritto:
Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola.
Et ingressus domum pharisaeis discubuit
Kai eiselton eis oìkon tou farisaion kateklithe
Ora discubere significa “sdraiarsi per mettersi a tavola”, e “kate-klinein” significa coricarsi, adagiarsi a letto o a tavola, mentre in latino sedersi è detto “considere”, sedersi a tavola “mensae accumbère”; in greco “edrazein”. Ne abbiamo una conferma in Platone, (Convito 175,a): “Tu, Aristodemo, sdraiati - katheklinou - accanto a Erissimaco”, oppure (ibidem 176 a): “Quando Socrate (-) si fu sdraiato - kateklinenthos - ed ebbe cenato al pari degli altri...”
La peccatrice
“saputo che si trovava nella casa del Fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e fermatasi indietro (stans retro, stasa opiso) si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato”.
Questa scena è comprensibile solo immaginando Gesù sdraiato su di un triclinio. L’usanza è descritta anche per quanto riguarda l’ultima cena. Per non incorrere nell’accusa di blasfemìa, lascio la parola a Nodet e Taylor (Le origini del cristianesimo II,1,5) autori al di sopra di ogni sospetto: “Secondo Lc 22,12, la sala superiore (ove Gesù aveva ordinato di preparare la cena) è fornita di cuscini. Infatti tutti i racconti (Mc 14,18 e par., Gv 12,13s.) indicano che Gesù e i discepoli erano reclinati a tavola, conformemente al costume greco-romano dei cittadini liberi”. Naturalmente riesce difficile per chiunque immaginare un Gesù concesso alle mollezze delle usanze ellenistiche, ma non si tratta di cosa poi così riprovevole come potrebbe parere a prima vista. Ci viene in aiuto uno studioso di architettura cristiana, R. Krautheimer (Architettura Paleocristiana e Bizantina, 1986). Parlando dei primissimi incontri fra cristiani scrive:
“… i regolari incontri periodici per spezzare ‘circa domos panem’ (Atti 2,46) dovevano tenersi in privato presso qualcuno dei fedeli della comunità e poiché la cerimonia consisteva essenzialmente in un pasto, di norma veniva scelta una stanza da pranzo. Inoltre, per il fatto che la gran parte dei proseliti proveniva dagli strati sociali medi o più umili, certamente si trattava di case modeste e ordinarie. Case di questo tipo ci sono ben note e, se non al I-II secolo, risalgono almeno al IV-V. Nelle province orientali si trattava in genere di costruzioni unifamiliari alte fino a quattro piani: in alto c’era la stanza da pranzo, l’unico ambiente ampio della casa, che spesso si apriva su una terrazza. Questo era l’"anagaion ouperoon" l’ultimo piano spesso menzionato negli Atti degli Apostoli (Atti 1,13; 20,8), ovvero la stanza 'in alto, aperta alla luce’, di cui Tertulliano parla ancora nel 200 (Adversus Valentinianos cap. III). Il mobilio consisteva semplicemente di un tavolo contornato da tre triclini (letti da mensa a tre posti) da cui il nome greco latinizzato ‘triclinium’ per la stanza da pranzo. Il triclinio più grande, di fronte all’entrata, era presumibilmente riservato all’anziano, all’ospite, oppure alla persona che come ospite onorato avrebbe tenuto un discorso; la congregazione si ammassava nella stanza, anche sui davanzali, tanto che poteva succedere come a Triade, che un giovane, stordito dal calore delle numerose lampade e dalla lunghezza del sermone, precipitasse dal terzo piano per poi essere prontamente resuscitato da san Paolo stesso (Atti 20,5 e seg.)” .
Considerando quanto esposto dal Krautheimer è possibile che Gesù, invitato in una casa dai costumi ellenistici, cosa tutt’altro che impossibile, si sia adeguato all’ambiente, ma è altresì verosimile che il racconto evangelico si sia esso stesso adattato all’ambiente in cui fu redatto. |
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| 15 - Quali i suoi famigliari? |
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"Mia madre e i mie fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica. Luca 8,21" (nota 4)
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Oltre ai genitori, è scritto che Gesù aveva fratelli e sorelle.
Matteo 13,53 e seg.: “Terminate queste parabole Gesù partì di là e venuto nella sua patria insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi?”
Marco 3,32 e seg.: “Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano.”
Atti 1,12 e seg.: “Allora ritornarono (dopo l’Ascensione) a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato. Entrati in città salirono al piano superiore dove abitavano. C’erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelota e Giuda di Giacomo. Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui.”
Nel Vangelo degli Ebrei è scritto (in Gerolamo, De viris illustribus, 2): “Il Signore dopo aver consegnato la sindone al servo del sacerdote si recò da Giacomo e gli apparve. Giacomo difatti aveva giurato che non avrebbe più mangiato pane dal momento in cui aveva bevuto il calice del Signore finché l’avesse visto risorgere dai dormienti. Poco dopo il signore disse: Portate una mensa e pane. Prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede a Giacomo il Giusto con le parole: Fratello mio, mangia il tuo pane, perché il figlio dell’uomo è risorto dai dormienti”.
Anche Paolo (Galati 1,19) dice di avere incontrato “Giacomo, il fratello del Signore” .
Nel Vangelo di Tomaso (12) è scritto: “I discepoli dissero a Gesù: Sappiamo che te ne andrai da noi. Chi di noi sarà il più grande? Gesù disse loro: Dal luogo ove sarete andrete da Giacomo il Giusto per il quale sono stati fatti il cielo e la terra”.
Questo versetto è particolarmente importante perché dimostra che il primato non fu affidato a Cefa (Pietro), ma a Giacomo, il quale resse in effetti la Chiesa di Gerusalemme per una ventina d’anni. Pietro, come vedremo, fu invece una figura assai contestata (si veda la pagina dedicata alla figura dell'Apostolo indicata dal sommario.
Secondo Egesippo (citato da Eusebio, Historia Ecclesiastica II,23,4) “A Giacomo, fratello del signore, fu affidata la Chiesa. Già dai tempi di Cristo fino al nostro tempo era chiamato il Giusto. Molti infatti si chiamavano con lo stesso nome; ma costui fu santo dal seno di sua madre. Non bevve mai vino né bevanda inebriante, né mangiò carne di animali. Non passò rasoio sulla sua testa, non si ungeva con olio, né mai si fece il bagno. A lui solo era lecito entrare nel santuario. Non si vestiva di lana, ma solo di lino. Era solito entrare da solo nel tempio e ivi genuflesso supplice chiedere perdono per il popolo, così che le sue ginocchia ebbero i calli come di un cammello”. Una figura quella di Giacomo diversa dal Gesù dei Vangeli e molto simile a quella del Battista, di cui probabilmente fu seguace o confratello. La sua vocazione non lo fece rientrare nel novero degli apostoli; non risulta infatti che egli abbia seguito il fratello e abbia partecipato alla sua vita terrena, ultima cena compresa, dal momento che non bevve mai vino né si nutrì di carne di animali, ma ne raccolse in qualche modo l’eredità, imponendosi con il suo carisma ascetico. Morì lapidato nel 62 (Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche XX,200): il Sommo Sacerdote Anna il Giovane, figlio del più noto Anna dei Vangeli “... convocò una sessione straordinaria del Sinedrio e vi fece comparire il fratello di Gesù detto Cristo che si chiamava Giacomo, e alcuni altri, che accusò di trasgressione alla legge e condannò alla lapidazione”. Fu una condanna dettata da odio personale e che costò ad Anna la destituzione dalla carica. All’epoca di Domiziano (siamo nel 96) esistevano ancora parenti di Gesù. Secondo Eusebio (Storia Ecclesiastica III, 19)
“Avendo lo stesso Domiziano comandato di uccidere tutti quelli che traevano origine dalla famiglia di Davide, correva una voce antica che i discendenti di quel Giuda, che era stato fratello secondo la carne del Salvatore, erano stati denunziati da certi eretici come discendenti della stirpe di David e parenti dello stesso Cristo. Egesippo (fu uno scrittore cristiano del II secolo, autore dei Commentari contro gli Gnostici) riporta queste cose nel modo seguente: In quei tempi erano ancora vivi alcuni della parentela del signore, nipoti di quel Giuda che secondo la carne era chiamato fratello di Cristo. Questi furono denunziati perché erano della stirpe di Davide. Un certo Revocato li condusse da Domiziano Cesare, che come Erode temeva per l’avvento di Cristo. Interrogati dunque se erano della stirpe di Davide, lo ammisero. Quindi Domiziano volle sapere quanti possedimenti o denaro avessero. Ed essi risposero che in due avevano solamente novemila denari, metà per ciascuno, e che non avevano queste cose in denaro, ma solo nella stima dei campi, cioè trentanove iugeri di terra, con i cui frutti pagavano i tributi e si procuravano il vitto lavorando. Nello stesso tempo mostrarono le loro mani, adducendo in testimonianza del loro lavoro la durezza del loro corpo e i calli impressi profondamente nelle loro mani per l’assiduità della fatica. Infine interrogati su Cristo e sul suo regno, come fosse, e come e dove sarebbe apparso, risposero che non era un regno di questo mondo, né terreno, ma celeste e angelico, che sarebbe stato attuato alla fine dei secoli, allorché Cristo, venendo in gloria, avrebbe giudicato i vivi e i morti, e reso a ciascuno la ricompensa delle sue opere. Udite queste cose Domiziano non li condannò per niente, ma disprezzandoli come gente semplice li lasciò andare liberi e emanato un editto frenò la persecuzione contro la Chiesa. Si narra che costoro rimandati in quel modo, fossero stati poi preposti alle Chiese, come martiri e parenti del Signore e, resa finalmente la pace, abbiano vissuto fino ai tempi di Traiano”.
Sempre da Eusebio (III, 11) che cita ancora Egesippo (un frammento dei suoi Commentari) conosciamo anche il nome di un cugino di Gesù, Simeone figlio di Clopà, fratello di Giuseppe che, sempre secondo Eusebio sarebbe quel Cleopa citato in Luca (24,18). Simeone subentrò nel vescovado di Gerusalemme a Giacomo il Giusto, fratello del Signore, dopo la morte di quest’ultimo. |
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| 16 - Fu uomo del suo tempo? |
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Forse Gesù non fu un uomo veramente del suo tempo, ma è certo che il suo tempo generò molti uomini simili a lui. Uomini che sognavano la rivolta, la guerra, l'indipendenza e lo stato teocratico mosaico.
Giovanni il battista e Gesù condividevano simili speranze, ma s'erano convinti che le profezie (Zaccaria e Daniele in particolare) stessero per avverarsi con l'aiuto diretto di Dio, ed entrambi offrirono la propia vita nella certezza di vedere magari all'ultimo discendere gli angeli e dar fiato alle trombe del giudizio. Ciò non avvenne ma di loro martiri se ne fece, come sempre accade, dei santi. |
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| Per chi ha pazienza e interesse, quella che segue è una succinta panoramica del mondo palestinese tra il 50 a.C. ed il 30 d.C. |
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Gesù uomo del suo tempo? Consideriamo ora il quadro storico in cui visse Gesù, l’ambiente, il pensiero. I testi neotestamentari trascurano i gravi avvenimenti che si svolsero in Medio-Oriente durante la vita del Nazareno, con l’eccezione della distruzione di Gerusalemme e del tempio, accennati però in forma profetica per superare l’anacronismo temporale. Gesù nacque sotto il regno di Erode il Grande che sedette sul trono di Davide dal 37 a.C. al 4 d.C. Erode, come già sappiamo, sviluppò una duplice personalità: quella del guerriero indomito, audace, abile stratega, tanto che Roma confidò in lui nella difesa dei confini con la Siria, perenne pericolo di invasione da parte dei Parti, e quella, in famiglia, di un sanguinario despota perennemente ossessionato - forse a torto, forse a ragione - dall’idea che i suoi figli, che effettivamente lottavano tra di loro per la successione, tramassero per detronizzarlo. Arrivò, come s’è detto, al punto di processarli e farli giustiziare. Alla sua morte la rivolta infiammò tutto il regno. A sedare la rivolta Augusto mandò P. Quintilio Varo, che la represse con non poche difficoltà e con notevole violenza. Il regno di Erode venne diviso in quattro parti, di cui tre ai figli di Erode superstiti e uno alla sorella Salome. Ad Archelao furono assegnate la Giudea, la Samaria e l’Idumea, quindi la zona costiera a ovest della valle del Giordano e del Mar Morto; ad Erode Antipa la Galilea e la Perea, a nord della zona assegnata a Archelao; a Filippo la Auranitide, la Traconitide e la Batanea, in pratica la zona a nord-est della valle del Giordano e del lago di Genezareth; infine a Salome un territorio sito a nord della Giudea. Il regno di Archelao (regno per modo di dire, in quanto egli non fu mai nominato tetrarca, re di una quarta parte, ma solo etnarca) fu di breve durata. Nel 6 venne infatti deposto e il suo territorio trasformato in provincia, la Judaea, retta da un prefetto romano alle dipendenze del legato di Siria. Come prescriveva la legge romana, l’istituzione di una nuova provincia comportava il censimento della popolazione ai fini fiscali, e il legato P. Sulpicio Quirinio lo indisse nello stesso anno. Questo censimento è storicamente documentato, mentre non lo è quello indetto da Augusto - il quale avrebbe ordinato un improbabile “censimento di tutta la terra” - citato nel Vangelo di Luca (2,1): d'altronde è impensabile che Roma osasse indire un censimento nel regno di un fedele alleato quale era Erode il Grande. Il censimento di Quirinio fu violentemente contestato dalla popolazione, al punto da suscitare una rivolta fomentata da Giuda il Galileo, forse figlio di quell'Ezechias eliminato da Erode il Grande nel 47 a. C., e che secondo Flavio Giuseppe (Guerra Giudaica 2,4) sarebbe anche stato il fondatore del movimento estremista degli Zeloti .
Quando la misura fu colma, Publio Quintilio Varo con due legioni e truppe arabe ausiliarie mosse contro la Galilea e mise a ferro e fuoco le regioni dei confini con quella che sarà detta la Tolemaide, più o meno la zona dove abitava Gesù. Il generale romano attraversò la fedele Samaria senza arrecare gravi danni e raggiunse Gerusalemme. Le autorità locali fecero atto di sottomissione, mentre le truppe di Varo eseguivano ampie retate alla ricerca dei rivoltosi. Duemila dei più turbolenti finirono sulla croce. Siamo nel 6 d.C., Gesù a quel tempo era un adolescente, e se veramente era ivi residente non può non avere recepito il sentore di simili avvenimenti. Lo scontro non fu solo militare ma anche, o forse soprattutto ideologico tra il mondo romano e quello giudaico, scontro che culminò con la distruzione della nazione di Israele nei primi anni 70. Per i Giudei non era ammissibile che un uomo potesse essere insignito di titoli ed onori di pertinenza esclusivamente divina, era inammissibile contravvenire alle leggi sulle norme alimentari o sulla sacralità del tempio, ma non tutti sostenevano atteggiamenti così intolleranti. Le classi dominanti, i Sadducei e una piccola parte dei Farisei accettavano un certo compromesso con Roma, dal quale traevano stabilità di potere e benefici economici, mentre il pensiero farisaico ortodosso manteneva la popolazione in un permanente stato di rivolta, con grande inquietudine degli occupanti. Nel 26 giunse in veste di prefetto Ponzio Pilato, che mantenne la carica per dieci anni, sino al 36. Non sembra che durante la sua gestione siano successi avvenimenti particolari, però Flavio Giuseppe (Guerra Giudaica II,9,2 e seg.) cita un episodio nel quale il prefetto da' addirittura prova di magnanimità. Pilato voleva introdurre in Gerusalemme le insegne romane che innalzavano le ‘immagini’, i ritratti dei capi e dell’imperatore. I giudei si opposero offrendosi di morire piuttosto che subire l’affronto di vedere nella loro città delle raffigurazioni e Pilato, stupito da tanta fede, ritirò l’iniziativa. Quattro anni dopo Pilato attinse fondi dal tesoro del tempio per costruire un acquedotto, che peraltro serviva principalmente al tempio stesso, e ne nacquero tumulti duramente repressi “con l’ordine di non usare le spade, ma di picchiare i dimostranti con bastoni (-). I Giudei furono percossi e molti morirono per i colpi ricevuti, molti calpestati da loro stessi nel fuggi fuggi.” Siamo nel fatidico anno 30: che sia questo l'intervento di Gesù a colpi di bastone e al grido di ".... spelonca di ladri"?
Parrebbe quindi che la missione terrena del Nazareno si sia svolta in periodo di relativa calma, ma con la polizia romana in stato di massima allerta, e si sia sfortunatamente conclusa in coincidenza con una rivolta. Secondo Flavio Giuseppe i territori della Palestina erano a quei tempi assai rigogliosi, pioveva tanto abbondantemente da costituire ampie riserve d’acqua anche nelle località dove non vi erano sorgenti, come la città di Jotapata che sarà difesa dallo stesso Giuseppe nella guerra giudaica; le gole scoscese della Galilea erano percorse da torrenti, in particolare era fiorente la frutticoltura. Abbondava anche il legname da costruzione, di cui i Romani fecero ampio uso durante la citata guerra, e abbondante era la neve sulle colline. Deserta, brulla e improduttiva era invece la parte della Giudea attorno alla capitale, Gerusalemme. Gerusalemme primeggiava come centro di attrazione spirituale per tutti i credenti e viveva di quanto di commerciale si svolgeva attorno al grande tempio, rilucente di marmi e rivestimenti in oro e argento, nonché delle tasse (l'obolo del Tempio) che ogni Giudeo della diaspora versava annualmente. Molte città della Galilea e della Giudea erano possentemente difese da mura e roccaforti, al punto da costituire presìdi che crearono ai Romani gravi difficoltà di conquista. Gerusalemme era circondata da tre cinte murarie con torri, e aveva nel suo interno una poderosa cittadella situata presso il tempio.
L’ambiente sociale e politico del tempo si articolava in varie correnti. I Sadducei, i Farisei e gli Esseni erano – sia pure ciascuno a proprio modo – gli strenui difensori della tradizione. Per contro ampi strati della popolazione, specie i giovani, si erano ellenizzati, seguivano i costumi del mondo occidentale nel vestire, nel praticare lo sport e mal sopportavano i segni dell’ebraismo più evidenti quali la circoncisione: si dice che alcuni ricorressero ad interventi chirurgici per mascherare l’amputazione del prepuzio. Il pensiero del mondo greco-giudaico, pur non sottraendosi alla tradizione mosaica, era fortemente influenzato dalla filosofia di Platone, di cui si ritroveranno rimarchevoli tracce anche nel futuro cristianesimo. Per quanto riguarda l’azione di Gesù e del suo ‘precursore’ Giovanni è ormai accettato che il monachesimo di Qumran ebbe un ruolo di primaria importanza spirituale e rituale nell’ispirare l’opera del Battista: si ricordi che la predicazione di Giovanni si svolse a pochi chilometri dall’insediamento di Qumran, in una località sita in prossimità dello sbocco del Giordano nel Mar Morto (la tradizione individua questa località tramite i resti di una chiesetta del V secolo già in antico meta di pellegrinaggi) ma non altrettanto può dirsi per Gesù. Giovanni viveva nel deserto in una condizione ascetica assoluta. Anche Gesù provò il deserto per saggiare la propria spiritualità (Matteo 4,1; Marco 1,12; Luca 4,1). Vi resistette un po’ di tempo (i quaranta giorni indicati dagli evangelisti hanno valore indicativo, secondo l’usanza biblica) e tenne testa alle tentazioni demoniache, ma poi “... ebbe fame” (Luca 4,2). Chiaramente cavallette e miele selvatico non facevano per lui. Il deserto aveva allora come oggi un significato che solo gli asceti possono immaginare e vivere. Noi, gente cooptata dalle mollezze dell’inurbamento possiamo vagamente intuire come il fascino del deserto consenta di invocare tramite il silenzio e la solitudine la presenza di Dio; ma dando ascolto agli antichi libri e considerando la vita degli anacoreti, ci rendiamo conto che si tratta essenzialmente di un modo per misurare la propria capacità di vincere le tentazioni della carne, un modo per depurarsi dallo squallore della vita comoda, come capitò alle turbe di Mosè che vi vagarono per quarant’anni (anche qui quaranta non ha un significato aritmetico). Gli Esseni e Giovanni vi trovarono il loro habitat spirituale, Gesù preferì tornare fra la sua gente. |
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Questa lettera non pare anteriore al XIII – XIV secolo (L. Moraldi) e la descrizione che contiene coincide in ogni particolare con l’impronta della Sindone di Torino. Il sacro lino ci mostra infatti la traccia di un corpo maschile nudo, con barba e baffi e lunghi capelli in parte ricadenti sulle spalle e in parte raccolti sulla nuca in un codino. L’altezza è stimata tra i 175 e i 180 centimetri, il peso sugli 80 chili. L’età può oscillare tra i 30 ed i 45 anni. Il tipo fisico, rapportato a tipi più recenti, potrebbe assomigliare ad un Ebreo sifardita oppure ad un nobile arabo. In effetti la fisionomia appare più di tipo iraniano che semita. Il corpo è ben proporzionato e non si rilevano difetti apparenti. (Fonte: The authentication of the Turin Shroud: an issue in Archaeology Epistemology Current Anthropology 24,3 - 1983 – Chicago). Coeva e sovrapponibile è la descrizione che ne fa Niceforo Callisto Xantopulo (1256-1335), autore di una Storia Ecclesiastica, il quale afferma che “assomigliava perfettamente alla divina e immacolata sua madre”. |
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Le lastre originali sono conservato nel Museo della Sindone di Torino |
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L'appunto più strano sulla persona fisica di Gesù fu tuttavia scritto da Valentino, il grande teologo gnostico citato da Clemente di Alessandria (Stromata, III,59):
"(scrive) Valentino nella lettera ad Agatopode: Tutto sopportava, era padrone di sé, Gesù agiva in maniera divina, mangiava e beveva in maniera particolare perché non evacuava gli alimenti. Tale era la forza della padronanza di sé che il nutrimento dentro di lui non si corrompeva, poiché egli non tollerava la corruzione" |
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IL VOLTO SANTO DI MANOPPELLO (PE) |
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La reliquia di Manoppello è conservata nella Chiesa dei Cappuccini in un ostensorio sull’altare |
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A compiere in tempi recentissimi l’ennesimo tentativo di dare un volto a Gesù è stato il patologo di Manchester professor R. Neave con un gruppo internazionale di scienziati, per conto della BBC. Gli studiosi hanno rielaborato al computer reperti ossei palestinesi del primo secolo integrati da raffigurazioni coeve presenti in una sinagoga irachena. Ovviamente non si è ottenuto un ‘ritratto’ del Cristo, ma l’immagine di un fenotipo comune della gente della sua etnia. Avrebbe quindi avuto capelli ricci e barba portati corti, naso pronunciato, pelle olivastra, lineamenti pronunciati e grossolani: esattamente il contrario di quello che oggi viene definito un bell’uomo. Circa i capelli corti, oltre alle citate raffigurazioni, esiste anche un passo di Paolo (I Corinzi, 11,14): “Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere?”. Niente capelli ‘alla nazarena’ dunque: se Gesù avesse portato la chioma fluente, probabilmente l’apostolo non avrebbe scritto una simile affermazione. Però Paolo non ha conosciuto personalmente Gesù. |
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PREMESSA LINGUISTICA: la citazione evangelica dei "fratelli" di Gesù suscita da sempre una insanabile diatriba tra cattolici ed ortodossi da una parte e tutti coloro che non credono nella verginità di Maria dall'altra. I vangeli usano il termine "adelphoi" che vuol dire "fratelli" = "nati dalla stessa matrice" (delphos = vulva). In qualche passo della Bibbia dei settanta (Ecclesiste, Giosuè) il termine è effettivamente usato anche nel senso di "parente", ma in un contesto corale:” [14]... voi tutti invece, prodi guerrieri, passerete ben armati davanti ai vostri fratelli, e li aiuterete”; però nello stesso libro è usato anche in senso proprio: “[13]....datemi dunque un segno certo [13]che lascerete vivi mio padre, mia madre, i miei fratelli, le mie sorelle e quanto loro appartiene”. Spesso i testi, quasi a dirimere ogni dubbio, parlano di "fratello secondo la carne" (espressione però cassata dalla nuova edizione CEI).
De fide. |
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Restituzione fotografica positiva in seppia |
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Gesù avrà avuto una sessualità? Il solo porre una simile domanda sino a qualche tempo fa sarebbe costato la testa, oggi poco di meno. Naturalmente noi conosciamo quello che è scritto nei documenti e non vi troviamo alcun cenno sull’argomento, eccetto una notevole tolleranza nei confronti dei peccati della carne, controbilanciata però da un rigore "paolino" in Matteo (5,27-28) - rigore che condannerebbe all'inferno per adulterio la totalità dei maschi eterosessuali, da Adamo ai nostri giorni.
Qualche pretesto a spunti irriverenti proviene dai seguenti passi:
“Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora vedendo la madre e li accanto a lei il discepolo che egli amava… (Giovanni 19,27) “
“Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù… (Giovanni 13,23)”: questa è la traduzione in italiano (e in termini antimalizia!) della Bibbia di Gerusalemme. Ma il testo greco recita: "En de anakeìmenos eis en ton mathetòn autù en to kolpo tou Jesou on agàna o Jesus""en to kolpo" vuol dire ‘sul seno’, ‘sul grembo’. La versione latina dice: "Erat ergo recumbens unus ex discipulis eius in sinu Iesu, quem diligebat Iesus". Se Gesù era solito discubere, si comprende come il discepolo potesse recumbere "in sinu".
In Marco (14,30 e seg.) troviamo narrato lo strano episodio: “Tutti allora, abbandonatolo, fuggirono. Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggi via nudo”.
Un altro episodio ugualmente sconcertante era contenuto in un passo del vangelo di Marco noto da una lettera di Clemente di Alessandria (che si trova citato nella pagina dedicata alle fonti letterarie = vedi sommario).
Nella letteratura non canonica troviamo:
Nel Vangelo di Filippo (64,1): “La Sofia, chiamata ‘sterile’ è la madre degli angeli, la compagna del figlio è Maria Maddalena. Il Signore amava Maria più di tutti i discepoli e spesso la baciava sulla bocca. Gli altri discepoli vedendolo con Maria gli domandarono: Perché l’ami più di noi tutti? Il Salvatore rispose e disse loro: Com’è che io non vi amo quanto lei?”
Nel Vangelo di Tomaso (61):“Gesù disse: Due riposano su di un letto: Uno morirà e l’altro vivrà. Salome gli domandò: Tu chi sei, uomo? Come colui che è dall’Uno sei salito sul mio lettuccio e hai mangiato alla mia mensa”. Una donna di nome Salome secondo Marco (15,40 e seg.) aveva seguito Gesù dalla Galilea ed era presente alla crocifissione.
Nel Vangelo di Maria (non Maria di Nazareth, bensì Maria di Magdala), proprio Maria è detta la compagna di Gesù (koinonòs), termine che può anche indicare un sodalizio di vario genere, ma che riferito al sesso opposto significa ‘consorte’, o quantomeno indica persona con la quale si ha una relazione intima)
Stesso termine nel Vangelo di Filippo (59,8): “Tre persone camminavano sempre con il signore: Maria sua madre, la sorella di lei e la Maddalena detta la sua compagna. Maria infatti sua madre, sua sorella e sua compagna”.
Non mi pare che ci sia altro nei testi antichi. Occorre tener presente che il Vangelo di Tomaso, quello di Maria e quello di Filippo sono testi gnostici, e nella complicata teologia gnostica il connubio ed il luogo dove avviene, la stanza nuziale, hanno un profondo senso mistico. Un versetto incompleto del Vangelo di Filippo (59) infatti recita: “... dalla bocca, poiché se il Logos viene da quel luogo, egli nutre dalla sua bocca e sarà perfetto. Il perfetto infatti concepisce e genera per mezzo di un bacio. E’ per questo che noi ci baciamo l’un l’altro. Noi siamo fecondi dalla grazia che è in ognuno di noi.” La compenetrazione tra l’elemento maschile, perfetto, e quello femminile, imperfetto ma apportatore della gnosis, la conoscenza, annulla dapprima l’elemento femminile nel maschile, quasi a ricostituire un Adamo prima della creazione di Eva, un Adamo ancora senza peccato, per trascendere poi in un essere perfetto che non sarà più né maschile né femminile. Il baciarsi l’un l’altro fu causa delle accuse di incesto e depravazione che vennero mosse ai cristiani dai loro denigratori. Ancora nel Vangelo di Tomaso (22) troviamo: “Gesù vide dei bimbi che succhiavano il latte. Disse ai suoi discepoli: Questi bimbi che prendono il latte assomigliano a coloro che entrano nel regno. Gli domandarono: Se noi saremo bambini entreremo nel Regno? Gesù rispose loro: Allorché di due farete uno, allorché farete la parte interna come l’esterna, la parte esterna come l’interna e la parte superiore come l’inferiore, allorché del maschio e della femmina farete un unico essere sicché non vi sia più né maschio né femmina, allorché farete occhi in luogo di un occhio, una mano in luogo di una mano, un piede in luogo di un piede e un’immagine in luogo di un’immagine, allora entrerete nel Regno.” Non possiamo sapere se la Maddalena, simbolo vivente della Sofia, sia stata accostata in connubio a Gesù per suffragare la dottrina gnostica, o se Maria fosse effettivamente molto vicina a Gesù e quindi la dottrina sia stata desunta da quella relazione. I discepoli ne erano gelosi, e anche qui non sappiamo la ragione, in quanto il connubio doveva avvenire tra maschile e femminile in termini che essi non potevano comprendere, perché non ancora gratificati dalla gnosi. |
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 | REPERTO SCHELETRICO DI UN CROCIFISSO |
| Il reperto | Il crocifisso, di circa 25 anni, aveva nome Yohanan Ben Hagkol. Il ritrovamento è l'unica testimonianza concreta di una crocefissione. L'ossuario contenente lo scheletro di Yohanan (il nome è nell'iscrizione dell'ossuario) è stato ritrovato in una grotta per sepolture a nord di Gerusalemme, nel quartiere Givat Ha Mivtar.
Tuttavia non è prova certa che si tratti di un crocefisso: potrebbe essere un condannato inchiodato per i piedi e appeso a testa in giù. Questo supplizio era tutt'altro che infrequente. |
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RESTITUZIONE 3D DEL VOLTO DELLA SINDONE |
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Centro Internazionale di Sindonoplogia
via san Domenico 28 - Torino |
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FECONDAZIONE DI UN OVULO
http://www.mun.ca/biology/desmid/brian/
/BIOL3530/DB_Ch12/DBNGerm.html |
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Se Gesù è nato per partenogenesi, che ci sarà stato al posto dello spermatozoo? Chi o cosa avrà fornito l'indispensabile cromosoma Y? |
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Com'è noto il patrimonio genetico femminile è costituito da una coppia di "X", quello maschile dall'accoppiata "XY": ogni genitore fornisce metà del proprio patrimonio, quindi sono possibili entrambe le combinazioni, ma a decidere il sesso del nascituro è il padre, anche se involontariamente. Per partenogenesi nascerebbero solo femmine. Ma questo al tempo di Gesù nessuno lo sapeva. |
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 | RELIQUIA DEL SACRO LATTE - MONTEVARCHI |
| La tradizione: | Contiene una goccia di latte cristallizzata che si credeva caduta dalle labbra di Gesù Bambino durante la fuga in Egitto. La reliquia era stata donata alla chiesa di S. Lorenzo dal conte Guido Guerra dei conti Guidi, come compenso dell’aiuto dato a Carlo d’Angiò nella battaglia di Benevento (1266) contro il re svevo Manfredi. |
| La festa detta 'del perdono' si celebra ancora l'8 settembre. |
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 | Ferno (VA) - Madonna della cintura |
| La tradizione: | Si narra che l' apostolo Tommaso giunse troppo tardi a Gerusalemme per assistere alla morte della Madonna; fece aprire il sepolcro per contemplare le spoglie della madre di Dio e di Lei, che era stata Assunta in cielo in presenza degli apostoli, trovò solo la cintura, che divenne oggetto di speciale venerazione nella Cristianità. |
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 | PERUGIA - ANELLO NUZIALE DELLA MADONNA |
| La tradizione: | Si narra che Maria, prima di morire, avesse affidato il proprio anello nuziale all'Apostolo Giovanni. La sacra reliquia venne portata in Italia da un mercante di Gerusalemme e venduta ad un abitante di Chiusi, presso Siena. Dopo averlo custodito per circa dieci anni, questi la consegnò al clero della Chiesa di S. Mustiola ed era oggetto di pellegrinaggio da molti fedeli. Giunse a Perugia a seguito di un furto e non fu più restituito. |
| Si tratta di un anello massiccio in onice; ne esistono delle copie a Semur in Borgogna, presso la Chiesa di S. Maria a Roma e nell'Abbazia di Anchin, presso Douai. |
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