LIBRO_DODICESIMO
 
Giovanni Moro

STUDI SUL CRISTIANESIMO DELLE ORIGINI

____________________________________
*******************************************************************************
LIBRO DODICESIMO

***************************
Nel quale si considerano le poche voci del dissenso anticristiano giunte sino a noi.
  54 - CELSO

_____________________________________________________
  Il "Discorso della verità contro i cristiani" di Celso, filosofo della fine del II secolo, fu distrutto, al pari dell'opera "Contra Christianos" ("Contro i Cristiani") del neoplatonico Porfirio (233-305 d. C.) proscritta nel 448 per decreto della corte di Bisanzio, quando l'impero romano divenne ufficialmente cristiano. Ecco alcuni frammenti riportati da Origene (248 a.C.) nel "Contra Celsum".

(I, 2) La loro dottrina e', all'origine, barbara. In effetti i barbari sono abili a scoprire dottrine, ma per quanto riguarda la loro valutazione, il consolidamento e l'esercizio, in vista del conseguimento della virtù, di quanto i barbari hanno scoperto, i Greci sono certo più capaci.

(I, 4) La parte morale della dottrina, poi, non costituisce un insegnamento elevato e nuovo perchè la si trova tale e quale anche presso gli altri pensatori.

(I, 5a) Giustamente essi non credono negli dei foggiati dalle mani degli uomini, perchè sarebbe assurdo che fossero dei i prodotti di artefici quanto mai vili e malvagi nell'indole, prodotti spesso confezionati anche da uomini ingiusti. Ma questa non e' una novità, perchè già Eraclito disse: "chi si rivolge a cose inanimate credendole divinità fa come chi parla ai muri delle case". Questo e' anche il pensiero dei Persiani, come racconta Erodoto.

(I, 8a) E non voglio dire che chi abbraccia una buona dottrina, quando per essa corresse pericolo nel mondo, debba abbandonarla o simulare di averla abbandonata o sconfessarla. Infatti nell'uomo c'e' qualcosa che e' affine alla divinità e superiore alla materia, e le persone in cui questa parte si esplica aspirano rettamente con tutte le loro forze all'essere che e' loro affine e bramano che si dica e si ricordi loro sempre qualcosa che lo concerna. Ma nell'accogliere le dottrine bisogna seguire la ragione ed una guida razionale, perchè chi accoglie il pensiero altrui senza questa precauzione e' sicuramente passibile di inganno.
I Cristiani invece fanno proprio come quelli che, contro i principi della ragione, prestano fede ai sacerdoti questuanti di Cibele, agli indovini, ai vari Mitra e Sabadii e al primo venuto, comprese le apparizioni di Ecate o di altra dea o di altri demoni. Come infatti tra quelle persone spesso degli uomini scellerati trovano facile terreno nella dabbenaggine di chi si lascia facilmente ingannare e le portano dove vogliono, così succede tra i cristiani. Alcuni su ciò in cui credono non sono disposti ne' a dar conto ne' a riceverne, ma si limitano a dire: "Non indagare, ma abbi fede" e "la tua fede ti salverà". E aggiungono: "La sapienza nel mondo e' un male, la stoltezza un bene".

(I, 27) Ma i cristiani sono volgari e rozzi, volgare e' la loro dottrina e per la sua volgarità e per la sua assoluta incapacità ai ragionamenti ha conquistato le sole persone volgari, sebbene tra di essi non vi siano solo persone volgari, ma anche persone moderate e ragionevoli e intelligenti, nonchè disposte all'interpretazione allegorica.

(III, 16a) Attirano la gente usando mille modi e inventano motivi di terrore. Infatti combinano insieme le errate interpretazioni dell'antica concezione, con queste, come fossero melodie di un flauto, incantano ed ammaliano preventivamente la gente, come quelli che strepitano coi tamburi intorno agli iniziandi ai riti coribantici.

(III, 17) Le cerimonie della religione cristiana sono simili ai riti egiziani. Chi si accosta a quelli vede splendidi santuari, boschi sacri, vestiboli grandiosi e splendidi, templi meravigliosi e intorno ad essi superbi padiglioni. Vede cerimonie molto pie e dalla misterica religiosità. Quando però poi si entra e ci si fa più accosto, si osserva che vengono adorati un gatto o una scimmia o un coccodrillo o un caprone o un cane. I Cristiani deridono gli Egiziani che pure presentano molti misteri di non poco conto, poichè insegnano che tali cerimonie sono onori resi non ad animali effimeri, come i più credono, ma ad eterne idee. Perciò quelle cerimonie producono l'impressione, in chi ha appreso questi misteri, di non essere stato iniziato invano. E i Cristiani, così facendo, si comportano da sciocchi, perchè nelle interpretazioni che riguardano Gesù non introducono nulla di più serio dei caproni e dei cani degli Egiziani.

(III, 44) Più assennati sono quei Cristiani che fanno le seguenti prescrizioni: "Nessuno che sia istruito si accosti, nessuno che sia sapiente, nessuno che sia saggio (perchè tutto ciò e' ritenuto male presso di loro); ma chi sia ignorante, chi sia stolto, chi sia incolto, chi sia di spirito infantile, questi venga fiducioso!". E infatti che persone del genere siano degne del loro dio, essi lo ammettono apertamente proprio in quanto vogliono e possono convertire solo gli sciocchi, gli ignobili, gli insensati, gli schiavi, le donnette e i ragazzini. Come potrebbe altrimenti ritenersi un male, infatti, l'essere istruito ed esperto nelle migliori dottrine ed essere ed apparire intelligente? Che impedimento questo produrrebbe ai fini della conoscenza di Dio? Perchè non dovrebbe essere piuttosto un vantaggio e un mezzo con cui si possa meglio pervenire alla verità?

(III, 55) Vediamo che anche nelle case private lavoranti di lana, ciabattini e lavandai e la gente più ignorante e più rozza, non ardiscono parlare alla presenza dei padroni più anziani e più assennati, ma quando riescono a trarre in disparte i loro figli e con questi qualche sciocca donnetta, allora espongono le storie più mirabolanti e dicono che non bisogna ubbidire al padre ed ai maestri, ma si deve prestare ascolto a loro. Quegli altri - dicono - cianciano e sono degli storditi e in realtà non conoscono ne' sono in grado di operare nessun bene, ormai in balia come sono dei loro pregiudizi, vuote ciance e null'altro. Loro soli invece conoscono la norma della vita: e i ragazzi, se daranno loro retta, saranno felici e renderanno prospero il casato.
se, mentre così parlano, vedono comparire o un maestro o una persona intelligente o anche il padre di quei ragazzi, allora i più prudenti se la squagliano impauriti, gli sfrontati invece incitano i fanciulli a ribellarsi sussurrando loro cose del genere: non se la sentiranno e non potranno spiegare niente di buono ai fanciulli alla presenza del padre e dei maestri, perchè vogliono evitare la stoltezza e la rozzezza; quella e' gente completamente corrotta, giunta al limite della cattiveria e pronta a punirli.
Ma, se son disposti, bisogna che lascino perdere il padre ed i maestri e vengano con le donnette e coi ragazzini compagni di giochi nella bottega del cardatore o in quelle del ciabattino o del lavandaio, perchè possano ricevere l'istruzione completa. E con queste chiacchiere li convertono.

(I, 28) T'inventasti la nascita da una vergine: in realtè tu sei originario da un villaggio della Giudea e figlio di una donna di quel villaggio, che viveva in povertà filando a giornata. Inoltre costei, convinta di adulterio, fu scacciata dallo sposo, falegname di mestiere. Ripudiata dal marito e vergognosamente randagia, essa ti generò quale figlio furtivo. Spinto dalla povertà andasti a lavorare a mercede in Egitto, dove venisti a conoscenza di certe facoltà per le quali gli egiziani vanno famosi. Quindi ritornasti, orgoglioso di quelle facoltà e grazie ad esse ti proclamasti Dio. Tua madre, dunque, fu scacciata dal falegname, che l'aveva chiesta in moglie, perchè convinta di adulterio e fu resa incinta da un soldato di nome Pantera. Ma l'invenzione della nascita da una vergine e' simile alle favole di Danae, di Melanippe, di Auge e di Antiope. Ma era forse una bella donna tua madre e, appunto perchè bella, a lei si unì Dio, che pur non e' naturalmente portato ad amare un corpo corruttibile? Non sarebbe stato neppure verosimile che Dio si fosse innamorato di lei. Ella non era donna di condizione ricca o regale, dal momento che nessuno la conosceva, nemmeno i vicini, e, una volta venuta in odio al falegname e ripudiata, non la salvò né la divina provvidenza ne' il Verbo della Persuasione. Tutto questo, dunque, non ha nulla a che vedere col regno di Dio.

(V, 14) Altra loro stolta credenza e' che, quando Dio, quasi fosse un cuoco, avrà acceso il fuoco, tutto il resto dell'umana stirpe sarà abbrustolita, e loro soli resteranno, e non solo i vivi, ma anche, risorti con quelle loro stesse carni dalla terra, quelli che nei tempi andati, quando che fu, morirono. Solo i vermi potrebbero nutrire tale speranza! Infatti quale anima umana potrebbe desiderare ancora un corpo putrefatto? Del resto questa dottrina non e' accolta nemmeno da alcuni di voi ne' da certi Cristiani: la grande empietà ad essa connessa non solo infatti e' ripugnante, ma e' anche impossibile a dimostrarsi. Non e' in effetti possibile che un corpo completamente corrotto ritorni alla natura originaria e proprio a quella primitiva costituzione dalla quale si e' dissolto. Non potendo dare alcuna risposta, essi ricorrono all'assurdo sotterfugio che, cioè, a Dio tutto e' possibile. Ma la turpitudine, almeno, non e' possibile a Dio, né Dio può volere ciò che e' contrario alla natura. E se tu bramassi, data la tua malvagità, qualche nefandezza, non per questo Dio potrà attuarla, ne' per questo si deve credere che senz'altro si verificherò. Perché Dio e' causa prima della retta e giusta natura, non del desiderio sconveniente, ne' della traviata licenza. Egli potrebbe si fornire all'anima una vita eterna, ma "i cadaveri" dice Eraclito "son da buttar via più che lo sterco". Ma rendere irragionevolmente eterna la carne, piena di cose che il tacere e' bello, Dio certo né lo vorrà, né lo potrà. Egli e' infatti la ragione di tutti gli esseri e quindi non e' in grado di operare contro la ragione e contro se stesso.

Riporto qui il commento all'opera di Celso che ne fa Giuseppe Ricciotti nella sua Vita di Gesù Cristo (1941 - par. 195):
Celso, poco prima del 180, pubblicò il suo Discorso veritiero, con cui assale in minor parte Gesù e in maggior parte i cristiani. Egli tiene a far rilevare che in precedenza si è informato bene del suo argomento, giacché ripete fiduciosamente rivolto ai cristiani: "Io so tutto (sul conto vostro)!"; ha infatti letto i vangeli, e li cita nel suo discorso attribuendoli regolarmente ai discepoli di Gesù. Ciò nonostante egli accetta dai vangeli solo i fatti che corrispondono alle sue mire polemiche, quali le debolezze della natura umana di Gesù, il lamento della sua agonia, la sua morte in croce, ecc., che sarebbero a parer suo tutte cose indecorose per un Dio: invece sostituisce gli altri dati biografici con le sconce calunnie anticristiane messe in giro già allora dai Giudei; spesso poi altera l'indole dei fatti, talvolta deforma anche le parole delle citazioni, e in genere sparge a piene mani il ridicolo sull'odiato argomento con un metodo che anticipa sotto vari aspetti quello di Voltaire. Ma queste ragioni storiche sono, in realtà, solo sussidiarie, e il vero argomento fondamentale è filosofico: Celso, che mira a rinsaldare l'unità politica dell'Impero romano di fronte alla minaccia dei Barbari, giudica indiscutibilmente assurda l'idea di un Dio fattosi uomo, e quindi erronea la storia evangelica; perciò i cristiani, se vorranno essere ragionevoli, dovranno abbandonare tali assurdità e ritornare ai tradizionali dei dell'Impero. Porfirio, il discepolo del neoplatonico Plotino, è molto più sodo di Celso. Nei suoi 15 libri Contro i cristiani, apparsi sullo scorcio del secolo III, egli conserva un tono più moderato (a quanto possiamo raccogliere dai frammenti), e si da' tutto a rilevare le contraddizioni o inverosimiglianze storiche ch'egli trova nei vangeli; ma anche qui, come in Celso, l'obiezione più forte è sollevata in nome dei principii filosofici: "Può patire un Dio? Può risuscitare un morto?". La risposta negativa che evidentemente bisogna dare a tali domande, secondo Porfirio, decide anche di tutta la questione; qualunque interpretazione dei racconti evangelici sarà preferibile a quella che ammetta il patimento di un Dio o la resurrezione di un morto. Quando l'impero diventò ufficialmente cristiano, non solo non comparvero più nuovi scritti contro l'autorità storica dei vangeli, ma disparvero anche quelli già pubblicati: ad esempio, i libri di Porfino Contro i cristiani. furono ufficialmente proscritti per decreto della corte di Bisanzio nel 448. Seguitarono tuttavia a circolare, scritte in ebraico o trasmesse oralmente, le sconce calunnie giudaiche di cui già si era servito Celso, e che più tardi confluirono nel libello Toledòth Jeshua.

Anche Giustino nel II secolo, (Dialogo con Trifone), vi fa cenno, accusando i dottori giudei di diffondere calunnie e bestemmie su Gesù. Calunnie che ampliate sempre più, costituirono il libello intitolato Toledoth Jeshua, "Generazioni (cioè Storia) di Gesù", che circolava in varie recensioni già verso i secoli VIII-IX, e che per il giudaismo rimase quale ufficiosa biografia di Gesù fino al XVII secolo, dopo di che venne eliminato dal Talmud(nota 11).
Ricorda Vittorio Messori ("Ipotesi su Maria") " che le offese contenute nel Talmud a Gesù e Maria non sono né tardive né conseguenti all'antigiudaismo cristiano medioevale. Quelle offese erano dicerie messe in circolazione sin dai tempi nei quali nostro signore era in terra a svolgere la sua missione e nei quali i sinedriti si dedicavano alacremente alla persecuzione della prima comunità cristiana apostolica. Una evidente traccia della diffusione, sin dai tempi di nostro signore, di tali ingiurie contro di lui e contro la sua santissima madre si ha persino nei vangeli: l'episodio e' quello nel quale Cristo rimprovera i sinedriti di infedelta' alla fede di Abramo ed essi gli rispondono: "noi non siamo nati da prostituzione". Sottintendendo con tutta evidenza che quella, l'esser nato da prostituzione, era l'accusa da essi a lui rivolta". (Da Identità Europea - 13 settembre 2007 - rabbino Tornielli)
  55 - LA TOLEDOTH JEHOSHUA

_____________________________________________________
  Dopo la catastrofe del 132 il popolo ebraico si disperse per il mondo, in paesi che esso riteneva ostili. I sacerdoti tuttavia si adoperarono disperatamente per conservare non solo la tradizione mosaica del Pentateuco, ma anche il patrimonio di leggi, interpretazioni e storie che si erano andati accumulando e di cui la prima redazione era stato il Talmud detto babilonese di Ezechiele e Ezra. Redattore della seconda versione, detta palestinese, fu Giuda detto il Santo.
Da quel momento per il popolo ebraico il Talmud divenne la suprema autorit legislativa e religiosa, superiore addirittura alla Bibbia stessa. "Le parole di anziani sono pi importanti delle parole dei profeti" scritto nel Trattato Berachoth, 1.4.).

Il Talmud costitu un vallo invalicabile per gli Ebrei nella diaspora, atto a evitare ogni contaminazione da parte di usi e credenze dapprima dei Gentili poi specificatamente dei Cristiani, e si infatti specificatamente evoluto in termini anticristiani. L'insegnamento del Talmud cos riassunto dallo studioso talmudista Drach:

"I precetti di giustizia, di equit, di carit verso il prossimo, non solo non sono applicabili nei confronti di un cristiano, ma costituiscono un crimine e chiunque agirebbe diversamente... Il Talmud vietava espressamente di salvare un non Giudeo dalla morte... di ripristinare i suoi beni persi, o di aver piet di lui ".
Non si tratta di concetti del tutto nuovi, sostanzialmente sono presenti nel Deuteronomio; la vera novit avvenuta molto pi tardi, in epoca medioevale, quando il Talmud assunse una connotazione duramente anticristiana, contro quella religione che era effettivamente nata dichiarando che il Fariseismo era una vera e propria maledizione: "Guai a voi, scribi e farisei, ipocriti!" .
In epoca medioevale riporto questo anche se esula dalle finalit degli studi che dovrebbero limitarsi ai primi due secoli dell'era cristiana - furono aggiunti attacchi spietatamente denigratori della figura di Ges Cristo. L'Enciclopedia ebraica scrive: "E' la tendenza delle leggende ebraiche contenute nel Talmud, la Midrash" (le prediche nelle sinagoghe) "e nella vita di Ges Cristo (Toledoth Jeshua), che ha origine nel Medioevo, per sminuire la persona di Ges ascrivendogli una nascita illegittima, la magia e una morte infame ". Nella Toledoth Jehoshua infatti si parla di Cristo come "un senza nome", "bugiardo", "impostore" e "bastardo": l'attribuzione del termine di bastardo ha lo scopo di fare di Cristo un fuori legge, come indicato nel Deuteronomio 23,2: "Un bastardo non deve entrare nel Congregazione del Signore "). In quei tempi era addirittura vietato pronunciare il nome di Ges in famiglia.
Ges presentato come il figlio nato da una relazione extraconiugale di Maria, moglie di un parrucchiere, con un soldato romano chiamato Panthera. Portato da costui in Egitto, vi avrebbe appreso le arti magiche: il Talmud non esita a riferirsi a Ges anche come "ingannatore", "stregone", "profanatore", "idolatra", "cane", "figlio della lussuria" e simili epiteti; questo insegnamento durato per secoli, come stato dimostrato dal libro dell'ebreo spagnolo Mose de Leon, ripubblicato ancora nel 1880, che parla di Ges come un "cane morto", che si trova " sepolto in un letamaio". Tornato a Gerusalemme e arrestato come un agitatore e stregone Ges venne sottoposto a giudizio da parte del Sinedrio. Rimane in arresto per quaranta giorni in attesa di trovare testimoni a sua discolpa; non essendosi presentato nessuno Ges fu lapidato a morte e appeso alla vigilia della Pasqua ebraica. Si noti che questa forma di morte soddisfa esattamente la legge scritta nel Deuteronomio (21,22 e 17,5), mentre viene negata la crocifissione romana in quanto non conforme con tale legge giudaica. Ora il criminale sarebbe all'inferno a soffrire la tortura del fango bollente.
In epoca rinascimentale il Talmud ebbe a mezzo stampa una maggiore diffusione, sollevando non poche questioni. Infatti si rese necessario emettere il seguente editto: "Questo il motivo per cui ci si ingiunto, sotto pena di scomunica maggiore, di stampare nelle prossime edizioni, sia del Mishna che della Ghemarah, cose che riguardino sia nel bene che nel male gli atti di Ges il Nazareno, e invece di sostituirvi qualcosa simile a questo: "O, che si avverta i rabbini e ai docenti di scuola di insegnare ai giovani questi passaggi solo a viva voce. Per mezzo di questa precauzione il prelato dei nazareni non avr alcun ulteriore pretesto per attaccare noi su questo tema (decreto del Sinodo Giudaico, che si riunito in Polonia nel 1631). L'insegnamento orale, comunque, valido ancora oggi.
  56 - IPAZIA, PLOTINO, PORFIRIO

_____________________________________________________
  Nessuno dei filosofi citati scrissero vere opere di confutazione del cristianesimo ma, con i loro studi e, come Ipazia, con la loro stessa vita difesero la purezza del pensiero classico contro le assurdità del dominante cristianesimo.

I filosofi citati con i loro studi e, come Ipazia, con la loro stessa vita difesero la purezza del pensiero classico contro le assurdità del dominante cristianesimo.

Ipazia era figlia di Teone di Alessandria, ultimo membro conosciuto del Mouseion di Alessandria, presso il quale si trovava la celebre Biblioteca, e poté studiare l'astronomia, la matematica, la filosofia e le scienze. Insegnò pubblicamente filosofia ed appartenne alla corrente neoplatonica. Ottenne il rispetto di tutti per la sua sapienza ed ebbe una notevole influenza politica sulla città, e in particolare sul prefetto imperiale, Oreste.
Nel marzo del 415, su ordine di San Cirillo di Alessandria, un gruppo di cristiani fanatici sorprese la filosofa mentre ritornava a casa, la tirò giù dalla lettiga, la trascinò nella chiesa costruita sul Cesareion e la uccise brutalmente, scorticandola fino alle ossa (Secondo alcune fonti utilizzando ostrakois - letteralmente "gusci di ostriche", ma il termine era usato anche per indicare tegole o cocci), e trascinando i resti in un luogo detto Cinarion, dove furono bruciati.
Questo poté avvenire in seguito dei cosiddetti decreti teodosiani, emessi dall'imperatore Teodosio I tra il 391 e il 392, che avevano sancito la proibizione di ogni genere di culto pagano ed equiparato il sacrificare nei templi al delitto di lesa maestà punibile con la morte (strana attinenza con la morte di Cristo!), provocando violenze antipagane da parte di fanatici cristiani che si ritenevano autorizzati dalla legge. Ad Alessandria d'Egitto, tradizionalmente teatro di turbolenti rapporti tra la comunità greca e quella ebraica, la resistenza pagana si era tradotta in una ribellione aperta: il vescovo della città Teofilo, una volta ottenuto il permesso di trasformare in chiesa il tempio di Dioniso, ne aveva pubblicamente dileggiato gli oggetti sacri. Ne seguirono violenze contro i cristiani da parte dei pagani asserragliati nel Serapeo e -per rappresaglia- il tempio venne distrutto (circa 392).
Alla morte di Teofilo nel 412 gli successe Cirillo di Alessandria[6]. Secondo il resoconto di Socrate Scolastico, nel 414 ci furono delle violenze contro i cristiani ad opera di ebrei, alle quali il vescovo reagì cacciando gli ebrei da Alessandria e trasformando in chiese le sinagoghe[7]; entrò inoltre in conflitto con il prefetto della città, Oreste: questi era stato assalito da alcuni monaci e ferito dal tiro di una pietra e il colpevole venne messo a morte, ma Cirillo gli tributò solenni onori funebri, attribuendogli il titolo di martire.

Poco dopo questi avvenimenti avvenne l'uccisione di Ipazia, che era invece stimata e ascoltata da Oreste, da parte di alcuni monaci. La responsabilità del vescovo Cirillo è riconosciuta anche dalle fonti cristiane, in modo più o meno esplicito. All'epoca, la chiesa di Alessandria godeva di grande prestigio per essere stata campione dell'ortodossia contro l'eresia ariana, mentre in quegli anni era in corso la disputa cristologica tra Cirillo e Nestorio, patriarca di Costantinopoli, risolta solo dopo la morte di quest'ultimo (con il concilio di Calcedonia del 451) con la condanna del monofisismo.

Plotino - ***

A Porfirio si deve la sistematizzazione e la pubblicazione degli scritti di Plotino - le Enneadi - e una sua biografia: "Vita di Plotino". Rivalutò il misticismo e le pratiche ascetiche, introducendo anche elementi esoterici orientali in un orizzonte spiccatamente greco e platonico. Si occupò di filosofia, retorica, analisi dei miti, religione, matematica, astrologia e musica. Manifestò una profonda avversione per il cristianesimo nella sua opera "Contro i cristiani". Un passo noto dei suoi scritti è quello sulla debolezza di Gesù, che pianse sulla croce e, al contrario di Socrate, non seppe affrontare la morte con dignità.
Secondo quanto ci è pervenuto, Porfirio, nel frammento 88, cita la prima lettera di Paolo ai Corinzi: “E tali eravate alcuni di voi, ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio”. Ma, si chiede Porfirio, com'è possibile che un uomo possa lavarsi in questo modo da tante macchie e diventare puro (katharos)? Com'è possibile che con dell'acqua (con il battesimo) un uomo possa eliminare le proprie colpe e responsabilità? Com'è possibile che “fornicazione, adulterio, ubriachezza, furto, derastia, veneficio e infinite cose basse e disgustose siano così facilmente eliminate come un serpente depone le vecchie squame”? A questo punto “chi non vorrebbe commettere ogni sorta di nefandezza, sapendo che otterrà attraverso il battesimo il perdono dei suoi crimini?”
La filosofia dei cristiani, quindi, incita all'illegalità e toglie efficacia alla legge e alla giustizia stessa; introduce una forma di convivenza illegale e insegna agli uomini a non avere timore dell'empietà. Per conseguenza, nel Cristianesimo “chi è onesto non viene chiamato” (frammento 87).
  fai click sull'icona per tornare all'indice generale degli Studi sul Cristianesimo delle Origini
  fai click su NEXT per andare alla pagina successiva
[ testo footer ]