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Lettera prima
Gentile Corrispondente....
no, oggi mi concederò qualche divagazione. E poiché di divagazione si tratta tesserò le lodi non di una dama, ma di un foglio di carta. Un foglio perfetto nel suo candore, esatto nel taglio dei bordi, infilato delicatamente nell’alimentatore per la stampa. E mi guarda. Mi guarda con lo sguardo malizioso col quale le fanciulle puberi ma ancora intatte sbirciano il signore maturo che le osserva. Pare chiedermi:
Che mi riverserai addosso oggi? Un noioso elzeviro di politica locale? Un bel pistolotto satirico, così che un giorno o l’altro ti spareranno nelle gomme (o altrove?). Un bel po’ di scemenze da mandare per posta ad un filosofo? Un programma E.C.M.?
No, amico foglio bianco, oggi scriverò a te e di te. Cominciando dal tuo aspetto.
Tu credi di essere color bianco: ignori che, in realtà, la tua è una straordinaria miscela di colori. Basta osservarti con il prisma dell’anima ed ecco tutti in fila i sette raggi di luce. Sposti di poco il prisma, ed ecco nascere fasci di tanti colori diversi. Se sposti ancora di poco il prisma ne scaturisce il turchino. Ecco fatto, tu sei color turchino.
Sei è perplesso, non riesci a capacitarti del perché io ti veda color turchino?
Bada, la notizia peggiore deve ancora venire. Ora ti dirò che non sei opaco, ma trasparente: ecco, sobbalzi sul tuo supporto come nessun foglio di carta mai fece nella storia.
Infatti ti inalbera: Trasparente io? Tu sei matto, non sono mica una slide!
Invece sei trasparente, foglio! Io vedo benissimo delinearsi attraverso la trama delle tue fibre...
Come che cosa? un volto, uno sguardo, un sorriso.
Come di chi? Col tuo permesso, son fatti miei.
Che me ne faccio? Nulla. Che mai potrei fare se avessi la Gioconda appesa nel mio studio se non ammirarla, ricambiare il suo sorriso, compiacermi della sua presenza?
Perché mi piace? Come osi, fogliaccio indiscreto! Si, è vero, è proprio il foglio di carta il legittimo depositario dei segreti, ma questo lo custodisco da tempo, e ne sono un po’ geloso.
Tesserò dunque le tue lodi, foglio di carta. Sei un amico sincero e discreto, ascolti e non parli, sei romantico e servizievole, incolpevole e malizioso, nuovo ed antico. Tu mi somigli un poco, foglio.
Love by me |
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Lettera seconda:
Ancora tu, foglio!
No, ora non ho tempo, ho di che fare, devo scrivere… per Giove! so bene che senza di te non posso scrivere, ma questo è un vile ricatto! E va bene! Cinque minuti non uno di più!
Tu vuoi ricordarmi che gli strumenti sono importanti? Non occorre. Conosco benissimo l’aneddoto attribuito a Michelangelo, il quale avrebbe affermato che scolpire è una cosa facilissima, che la statua è già dentro il blocco di marmo e all’artista è sufficiente togliere il superfluo con scalpello e martello.
Conosci Shakespeare? (Amleto, atto III, scena 2): “Vorreste suonare questo flauto? … è facile … controllate questi fori con dita e pollice, date fiato con la bocca e lui parlerà in musica con grande eloquenza!”
Anche tu, foglio, sei un meraviglioso strumento, te ne do atto. Tu racchiudi nel tuo spazio bianco tutte le lettere dell’alfabeto. Basta allinearle con un certo ordine e ne uscirà un poema.
Però non illuderti più di tanto, amico, come non deve illudersi il flauto od il blocco di marmo. L’arte non risiede nello strumento, e nemmeno nell’artista. L’arte, anche quella di un oscuro teatrante e inespresso poeta, risiede… nell’ipotalamo.
Tu non sai cosa sia l’ipotalamo e con esattezza, forse, non lo sa nessuno.
L’ipotalamo, io l’ho notomizzato meglio che con una tomografia spirale, ci ho dosato l’acetilcolina, il glucoso-6-fosfato, i neuro peptidi e tutte quante le sue diavolerie ma non ci ho capito nulla. Se non conosci la causa di un fenomeno non puoi illuderti di modificarlo. Te lo tieni, ci convivi, te ne compiaci, ti ci crogioli come al sole sulla spiaggia, ti ci rivolti quando il sole ti ha cotto la pelle. E’ un raro caso di scottatura che dona felicità, benessere, gioia di vivere.
Lo strumento per tracciare sul foglio le adatte parole? No, non è un pennello, non è un calamo scrittorio o una keyboard. E nemmeno una Mont Blanc.
Potrebbe essere - ascolta con attenzione! - una creatura… “elegante, snella come un pioppo… innocente, pura e ardente come un’alba d’estate! Allo sguardo dei suoi occhi, al suo meraviglioso sorriso non c’era notte che potesse resistere. Le onde del mare si infrangono sugli scogli, ma contro le onde dei suoi capelli s’infrangevano le rocce, i ghiacci, i nevai! Ricordo che stavo innanzi a lei come adesso con te… Era meravigliosa quel giorno, come non era stata mai, mi guardava con uno sguardo tale che non potrò dimenticarlo nemmeno nella tomba… Una carezza, un velluto, pro-fondo e scintillante…Appagato e felice cado in ginocchio davanti a lei, le chiedo la felicità…”
So perfettamente, foglio intrigante ed impiccione, che questa non è opera mia ma di un col-lega, il dott. Cechov; so perfettamente che è sottratta dal bagaglio di un teatrante, ma è forse sconveniente cantare un simile madrigale per una Talia?
Che importa cosa dice Vasilij Vasil’ic Svetlovidov sull’onda delle sue emozioni: ascolta la musicalità agli accenti, il metro delle frasi; immagina come l’armonia del gesto accentua la drammaticità dell’istante. Questa è vita di teatro, ma è anche teatro di vita.
Vuoi tu, foglio maledetto, sapere altre cose, vuoi sapere qual é la più dolce ambita desiata condanna dell’uomo? Non risponderò io, ma il più attuale degli antichi cantori:
“Vive” deus “posito” si quis mihi dicat “amore”
deprecer: usque adeo dulce puella malum est.
Cum bene pertaesum est animoque relanguit ardor
Nescioquo miserae turbine mentis agor.
Se un dio mi dicesse: rimani in vita ma dimentica l’amore,
io non accetterei, perché la donna è un male così dolce.
Benché io abbia in uggia ogni cosa e nell’animo si vada spegnendo l’ardore,
nella mia povera mente sono inquietato da non so quale turbamento.
(P. Ovidius Naso, Amores 9-b, trad. dello scrivente)
Quali sono i rimedi per tanto male? Quale ricetta può essere vergata sul tuo ventre pallido, foglio sconsacrato? Nescis? Ergo audi:
La scena rappresenta una foresta.
In apertura di scena si sente un piacevole rumore di strumenti musicali. Quindi una Pastorella vie-ne dolcemente a lamentarsi di non trovare alcun rimedio per alleviare le pene che la opprimono. Diversi Fauni ed Egipani, riuniti per i giochi e le feste che sono loro propri, incontrano la Pasto-rella. Essi ascoltano le sue querele e formano nell'insieme un quadro molto attraente.
LAMENTO DELLA PASTORELLA
Tutta la vostra scienza è una pura chimera,
Medici vanitosi ed arruffoni;
Guarir non può coi vostri latini paroloni
La piaga mia severa;
Tutta la vostra scienza è una pura chimera.
Io non oso discoprire
L'amoroso mio martìre
Al pastor del mio insanire
E che sol mi può esaudire;
Né avrà fine il mio patire:
O medici ignoranti, la vostra è sicumera;
Tutta la vostra scienza è una pura chimera.
I rimedi malfidi di cui crede l'incolto
Tutti voi conosciate i segreti più rari,
Per i mali ch'io sento non sono salutari;
Alla vostra arroganza danno ascolto
Solamente i Malati immaginari.
Tutta la vostra scienza è una pura chimera,
Medici vanitosi ed arruffoni;
Guarir non può coi vostri latini paroloni
La piaga mia severa;
Tutta la vostra scienza è una pura chimera.
E’ un frammento del prologo del “Malato immaginario” di Molière, nella versione originale che veniva rappresentata alla corte di Luigi XIV.
Fai un po’ tu.
‘ notte! |
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Lettera terza
Ciao, foglio!
Oggi mi rivolgo proprio a te, perché le onde del Mediterraneo... lontane mille miglia rapirono un tal sorriso.
Che hai? Non ti sento amico. Mi guardi con sospetto. Temi forse di venir cosparso dalle frasi scipite e melense della nostalgia? Non preoccuparti.
“Occhi neri, occhi appassionati, labbra vermiglie, fossette nelle gote, chiari di luna, sussurri, timidi sospiri... per tutte queste cose, signora, io oggi non darei più un soldo!”
La battuta è tratta da una breve commedia di Cechov, “L’orso”. Cito spesso il collega ucraino perché le sue opere sono il maggior repertorio di un grande attore, immeritatamente oscuro al pubblico dei teatri.
Dicevamo dunque che le frivolezze, anche tradotte negli equivalenti del XXI secolo, sono riservate ad un’altra stagione della vita. Però, a ben pensare, cosa potrebbe impedirmi di spendere il soldo? Ad esempio, il cuore - che fa rima con... be’, lasciamo stare! - anche se ha le valvole rifatte, smette forse di funzionare solo perché sul tetto è caduto un po’ di neve? No, certo. Vediamo dunque che si potrebbe fare.
Tu l’hai un cuore, foglio?
Assolutamente no! non disegnerò un cuoricino infiocchettato e trafitto dalla freccia nell’angolo inferiore della pagina. Ti prego di non insistere. E poi, un cuore fatto da me parrebbe un bollo di ceralacca.
Siamo franchi, nel cuore, non ostante la rima, non c’è proprio nulla.
Scartato il cuore, proviamo con il chiaro di luna. A tal proposito, è bene precisare che il chiaro di luna - nel continente - non è più quello di una volta. In un cielo notturno sbiadito dall’inquinamento luminoso (esiste anche questo, sai?), in un cielo ove la trapunta di stelle è ormai lisa come quella di una pensionata al minimo, la luna ci guarda melanconica attraverso l’alone di smog che ne spande i contorni. Niente pallido candore, niente di quell’argento che ispirò tutti i poeti. Leopardi cantò la vergine luna, poi sono sbarcati gli astronauti e giunse la fine. Della luna ci sono rimasti solo i dati astrofisici e le effemeridi delle quali a nessuno frega più niente. Tranne quando s’imbottiglia il vino.
Sussurri poi, e timidi sospiri proprio no. Nell’era delle e-mail e degli sms, francamente non farebbero solamente ridere, farebbero pena.
Una cosa del corredo del perfetto spasimante però è rimasta, e merita non solo il soldo ma tutto il capitale. Grigorij Stepanovic Smirnov ha ragione, basta un batter di ciglia per smuovere un réfolo di piacere, basta che occhi pensosi, come velati da una lieve melanconia, d’improvviso si dilatino e prendano a scintillare nella penombra. Occhi franchi ed amichevoli. Occhi adorni di un’ombra colorata ed ingannatrice nella luce artificiale, verde, forse? o azzurra? Occhi dolci e severi insieme.
No, foglio. Non è la pubblicità di uno studio oculistico. E’ una cosa… che somiglia assai a quella che fa rima con cuore.
A presto! |
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Lettera quarta
Buon giorno!
Dico a te, amico foglio. Buon giorno. Il sole d’agosto che si è appena levato ha oramai il colore ambrato di un’estate che annuncia il suo declino, come un vino invecchiato oltre le sue capacità. La vegetazione del giardino con la sua opulenza è simile ad una matrona dalle ridondanti grazie, invitanti, promettenti e scostanti. Una mater dalle poppe rigurgitanti di latte e ancora inconscia dei futuri amori.
Anche tu hai avuto una specie di madre, amico mio. Comprendo, nella tua asettica coscienza non vi è posto per tale consapevolezza. Non sai che una madre è linfa, umore: una madre è colei che rinuncia alla propria giovinezza, alla propria integrità, ad una parte della propria vita per diventare un’opera d’arte.
E tu, foglio incosciente, non ti rendi conto di chi possa essere stata tua madre.
Ascolta questi versi:
Calma è la notte ucraina.
Limpido il cielo. Brillano le stelle.
Vincere il suo sopore
L’aria non vuole.
Appena fremono
Le foglie degli argentei pioppi…
(Puskin, Poemi e liriche)
Ecco tua madre, foglio, la populus alba. Una pianta che svettava nella steppa ucraina, o, forse, in una bassa del fiume padano, non importa. Le fu recisa la chioma, cadde, mani d'uomo violente frugarono tra le sue viscere, ne trassero la linfa con cui tu fosti costituito.
Ora il mondo è tuo, amico foglio.
Non importa se ti riverseranno addosso un verbale degli sbirri o le rime incerte di uno scrittorucolo in cerca di ispirazione. Vivrai dimenticato in una polverosa carpetta o venerato negli archivi di un notaio, ma, questo è certo, un giorno o l’altro finirai stazzonato in un cestino. Poi ti sperde-rai nell’aria come un’esile nube turchina, e non sarebbe male, o riutilizzeranno le tue molecole per ricostituire qualcosa di nuovo, e di questo non potrebbe importartene di meno.
L’essenziale è che te ne vada con una piccola nota a margine: è valsa la pena di fare quello che ho fatto. Persino la rana che finì in bocca alla serpe avrà gioito, nel suo ultimo istante, per uno squarcio di cielo azzurro.
No, caro foglio, non esiste notte, non esistono nubi nel cielo dell’ultimo istante se il Dio che hai cercato per tutta la vita ti è accanto.
Tu sei un foglio, sei fatto di carta. La carta consiste essenzialmente in uno strato sottile di fibre di cellulosa sovrapposte e legate insieme da un collante.
In antico fabbricavano qualcosa di simile, il papiro, e con questo nome sei ancora designato in molte lingue, papier, papel, paper… Ti hanno inventato i cinesi, mio caro, circa venti secoli fa; ma qui sei arrivato intorno all’anno mille ad opera degli arabi, che non erano quelli di oggi. Quegli altri, nella loro epoca, passavano il tempo inventando lo zero, sviluppando la medicina e traducendo Aristotele, quelli di oggi ti sfregiano la macchina se non doni loro una moneta. Pazienza. Molte sono le ruote dell’esistenza che girano all’incontrario.
I cinesi disegnavano sulla loro carta di riso con un pennellino intinto nell’inchiostro di China (e che altro?) e tracciavano meravigliosi scarabocchi fatti di omini, pagode e staccionate. Per loro avevano un senso. Poi, qui da noi, alla carta vennero appioppati sulla schiena pesanti caratteri di piombo, quasi spari di un trombone, e nacque la stampa.
Sono passati sette secoli, foglio: guardati intorno. Solo nel nostro studio centinaia di mucchietti di carta che chiamano libri, avvolti in copertine colorate, si allineano sugli scaffali; i loro fogli sono accuratamente schioppettati con impronte di caratteri di piombo che, si dice, significano qualche cosa. Se li buttassimo tutti quanti via, cosa succederebbe? Forse perderemmo la data della scoperta dell’America, ma ci riapproprieremmo di un nostro modo di pensare, di vedere le cose, di gioire, di penare; saremmo certamente più liberi e sani. Non darmi del pagano - già è stato fatto – e non tacciarmi di qualunquismo: potrebbe essere un complimento. Il fatto è che se buttassimo via milioni di volumi, sai che catastrofe planetaria! Di che oscurare il sole per secoli. Ognuno quindi si tenga in casa la propria immondizia e non faccia il furbo, perché domattina c’è il compito in classe.
Buona giornata! |
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Lettera quinta
Amico foglio,
perché passiamo il tempo a scriverti addosso?
Grazie, ma che risposta gelidamente razionale mi hi dato! Voi umani, dici, scrivete
per necessità per lucro
per comunicare per riflettere
per piangervi addosso.
Risposta gelida, la tua, però perspicace. Pablo Cuelho paragona il Cammino di Santiago al cammino della gente comune, il cammino della nostra vita.
Passo dopo passo calpestiamo il terreno color ocra del sentiero, gli occhi bassi che bruciano per le gocce di sudore.
Il mare è lontano, al di là delle asperità dei monti Cantabrici.
Sete e fatica ci accompagnano, lo zaino, che pure contiene l’indispensabile per la sopravvivenza, pesa ogni giorno di più sulle spalle.
Un bosco di sugheraie dalla chioma verde cupo e dal tronco scortecciato anch’esso color ocra offre ombra e refrigerio. Bisogna fermarsi, anche solo per pochi minuti, rinfrescarsi la fronte e, dopo aver posato lo zaino, recitare davanti alla colonna medioevale la preghiera insegnata da Petrus.
Vedrai, ti rinfrancherà meglio di una granita.
Il mio studio si trasforma nel bosco di sugheraie, ivi la colonna medioevale eretta mi attende. Mi fermo al deschetto ove gli strumenti per scrivere somigliano a quelli del ciabattino e non “ho paura di impugnare la penna… perché… non c’è niente di nascosto che non debba essere scoperto, né di occulto che non debba essere conosciuto”.
Tu, foglio, diventi il monitor su cui si proietta la mia immagine di endonauta e vi rimane ni-tida e comprensibile come la traccia al comando ‘freeze’. Per mezzo tuo chiedo a Dio di avere pietà “perché non voglio combattere un buon combattimento con me stesso, né vorrei averlo vinto senza essere riuscito a sconfiggere il mondo”.
A chi scrive non per professione occorre un certo numero di strumenti, come al cuoco occorre pentola, fornello, ingredienti e… cliente, per essere indotto a confezionare il suo cibo.
Il fondo di cottura è naturalmente la base emotiva. Meglio se in detta base, rosolando a lungo nella stufaiola di terracotta, su un’esile fiamma, i sapori di cipolla aglio carota e pancetta perdono a poco a poco i loro contorni per adagiarsi in un amalgama unico, profumato ed accogliente.
Come e quando dare vita alla pietanza dipende dalla sensibilità dello chef. Il contaminuti a volte suona non in virtù della sua carica, ma per un nulla, un’accordo musicale, per la lettura di un episodio che doveva accadere nonostante la sua apparente casualità.
Poniamo di avere marinato dei bocconcini di manzo nel vino e nei sapori per un’intera notte. Al momento opportuno essi si riversano nel crogiolo velocemente, quasi sfuggendoti dalle mani, e il fondo improvvisamente si anima, sfrigola, zampilla, inzacchera. I bocconcini mortificati dalla marinata, ripigliano colore, gemono la loro linfa mentre la cucina è invasa da un nuovo aroma acuto, penetrante.
Ma non basta. Altri incentivi si aggiungono sovrapponendosi e ingigantendo l’opera. Oramai non c’è più spazio al ripensamento, nulla può essere tolto pena la distruzione. Naturalmente lo chef non distrugge, crea.
Generoso vino rosso, timo, alloro, prezzemolo e arancio son pronti a dare al tutto un inconfondibile bouquet. Il sale, il pepe, be’ quelli, amico, sono a discrezione…
Niente vapori delle pentole a pressione, niente fuochi ustionanti. Attraverso il rompifiamma un tenue calore accompagnerà a lungo il divenire della nostra creatura.
Ma guarda un po’! Pur pensando a tutt’altra cosa ci siamo fatti lo stufato alla provenzale. A tavola dunque, e leviamo i calici.
Prosit! |
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Lettera sesta
Oggi, mio caro, parleremo di arte,
e poiché l’unica arte che in qualche modo esercito con de-cenza è il teatro, di esso parleremo. Non storcere il naso: un po’ perché ti sciupi, un po’ perché an-che tu ci sei dentro fino al collo quando, pieno di appunti e note scribacchiate a margine, ti chiama-no copione.
Cos’è il teatro? La domanda a prima vista pare banale. Chi non sa cos’è il teatro, ovvia!
Ebbene, prova a cercare una buona definizione dell’arte teatrale.. Pensa che persino un professore di Estetica dell’Università di Firenze dovrebbe disquisire a lungo prima di rispondere.
Ovviamente non parliamo del Carignano e nemmeno dell’ultimo film di Benigni. Parliamo di teatro come di un evento da udire e vedere che certe persone offrono ad altre persone.
In tal senso il teatro è un’arte capace di originare un messaggio e trasmetterlo non all’individuo, ma alla collettività. Tale messaggio può essere narrativo, etico, erotico, ironico, costruttore, distruttore, ma è pur sempre un messaggio. Se efficace, crea una immediata coesione con gli spettatori e tra gli spettatori, che diventano in tal modo un unicum, il pubblico.
Chi rifiuta lo spettacolo, diverge dall’opinione di tutti gli altri, quindi si isola. Essenzialmente in questo il teatro è specchio, per quanto effimero e inverso, della società, che appunto “pro-tegge i propri valori colpendo con l’isolamento tutti gli atteggiamenti devianti”.
Si dice che il teatro sia arte. Quale? In esso figura “la combinazione di più componenti (suoni, parole, effetti visivi, disposizioni spaziali, e via dicendo). Ma nell’ottica dell’estetica moderna ognuna di queste componenti è il linguaggio proprio di una delle altre arti (musica, letteratura, arti visive, architettura), e si muove con regole, meccanismi ed esigenze che le sono proprie”.
Il teatro quindi, o è una mirabile sintesi delle principali arti (per i sostenitori) o è un’accozzaglia di tutte le arti maldestramente esercitate (per i detrattori).
Nota bene: Le citazioni sono dall’introduzione di C. Vicentini alla Storia del Teatro di O.G. Brockett, Venezia, 1993.
Resta il fatto incontrastabile che il teatro è “un’esigenza radicale e insostituibile dell’uomo”.
Oggi poi, che il teatro si reca a domicilio della gente, se ne fa un consumo maggiore del pane e Nutella.
Ti annoi? Bene, bypassiamo la questione estetica del valore del teatro e chiediamoci perché c’è gente che fa del teatro. Non parlo di coloro per i quali è fonte di lavoro e quindi di sostentamento. Parlo degli altri, di quelli che pagano di tasca propria per fare del teatro, e rinunciano alla cena ed al sonno per esercitarlo. Io, ad esempio, perché faccio del teatro?
Risposta: non lo so.
Però posso raccontarti come ho incominciato.
In una gelida mattina di febbraio un tal Giovanni Moro percorreva il corridoio del laboratorio del paidocomio nel quale esercitava l’arte del chirurgo. Passo strascicato, palpebra ancora cadente e naso infreddolito, saluta con distrazione un collega, tal Nico Castello, primario di Pneumologia. “Ciao!” – “Ciao!” e prosegue il cammino verso la desolazione dei lunedì mattina ospedalieri.
Una voce alle spalle lo blocca, ne congela il passo e stoppa quel poco di ideazione al mo-mento attiva.
“Tu hai la faccia adatta!”
“A che cosa?” risponde, incerto se piccarsi o no per tale apostrofo.
“A fare re Duncan di Scozia!”
“E chi è?”
Scopre in tal modo che re Duncan di Scozia è un personaggio del Macbeth shakespeariano, quello che il bieco ucciderà per usurpargli il trono; che la sua faccia è adatta a rappresentarlo; che Castello sta ricomponendo l’antica compagnia teatrale.
Giovanni Moro non ha mai calcato le scene, ma oramai la scure del destino si è abbattuta su di lui e la cicatrice provocata dal colpo si è dimostrata indelebile. Capita.
Giuro sulla veridicità del fatto. Da quel momento le locandine, rigorosamente sotto vetro, hanno preso ad ornare in sempre maggior numero le pareti dello studio. Teatri famosi e saloni di periferia testimoniano un’attività vivace e soddisfacente. Attore, a volte regista e, in minime occasio-ni, autore, ho dato e continuo a dare a quest’arte un’apprezzabile parte delle mie energie. Perché?
Quando da giovani ci si affaccia allo start del Cammino della Gente Comune, il cuore (o l’ipotalamo o quella diavoleria che vuoi tu) è affollato di ‘cose’. Lo zaino è colmo di studi, di amori, di doveri, di speranze e non pesa, anzi la giovinezza stessa rende lieve il fardello e spedito il passo. Poi a mano a mano che il cammino procede, la meta che si avvicina non è più ambita come un tempo. Si diventa coscienti che la spada che troveremo potrebbe non esserci di alcuna utilità, perché vincere il buon combattimento contro noi stessi è un inutile inganno e invochiamo la pietà di Dio.
“Ho percorso a piedi molti chilometri per scoprire cose che già sapevo – che tutti sappiamo - ma che sono difficilissime da accettare. Esiste forse per l’uomo, o Signore, qualcosa di più difficile del fatto di apprendere che può raggiungere il potere? Il dolore che mi comprime il petto, e che mi fa singhiozzare spaventando l’agnello, si rinnova continuamente fin da quando l’uomo esiste. Pochi hanno accettato il fardello della propria vittoria: la maggior parte degli esseri umani ha abbandonato i propri sogni allorché sono divenuti possibili. (-) Proprio come me che volevo trovare la mia spada senza sapere cosa farne”.
Ebbene, la mia spada (in realtà è una sciabola) giace in un armadio fin da quando smisi la divisa e mai ho sognato di risfoderarla.
Pablo Coelho così dice. Da parte mia le cose sono assai più semplici, più vicine alla Gente Comune alla quale mi onoro di appartenere. Le cose da raggiungere, il potere (di possedere i beni cui si ambiva un tempo) ora non dimostrano di essere fonte della felicità sperata. I surrogati della felicità di certo non mancano, pace, lavoro, sicurezza e altro donano benessere ma non sono ‘la felicità’. Le cose che un tempo affollavano il nostro cuore (vedi che riutilizziamo ancora questo viscere in mancanza di sedi più adatte) come i programmi affollano la memoria disordinata di un calcolatore, oggi sono allineate ognuna nella loro partizione ed occupano meno spazio, lasciano dei vuoti.
Sed natura horret vacuum, ed il fato trova sempre il sistema di ficcarci dentro qualche cosa di nuovo. Anzi, d’antico.
Vale. |
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Lettera settima
Torniamo a parlare di teatro, se ti va.
Nella precedente lettera tu mi hai chiesto il perché si fa del teatro, ed io non ti ho risposto, ho divagato seguendo il peregrinare dei miei pensieri.
Ora proviamo a concentrarci sul tema.
Buttiamo via i filosofi la cui massima gioia è quella di complicare le cose semplici e rispondiamo con le nostre sole forze.
Il teatro è in primis un eccellente mezzo per stabilire relazioni interpersonali. Segui il diagramma:
individuo teatro compagnia
pubblico
compagnia individuo
Non importa appartenere ai recitanti o al pubblico. In teatro nasce la profonda emozione di sapere che della gente si è data appuntamento, sconosciuti con sconosciuti, per vivere all’unisono la medesima emozione.
Il sipario si apre, l’attore avanza verso il suo destino. Il pubblico non è visibile, tranne qualche ombra nelle prime file, i riflettori accecano gli occhi e impediscono di penetrare la sala. Inizia il dialogo.
Il dialogo può avvenir tra gli attori che agiscono sulla scena, o può avvenire con il pubblico, nei monologhi.
Io amo dialogare con il pubblico.
L’attore comunica al pubblico con voce e movenze ciò che l’autore ha scritto. Rappresenta, in altri termini, il personaggio.
Vi sono almeno due tipi di personaggi: quelli che si recitano e quelli che si interpretano.
Re Duncan nel Macbeth è un personaggio che si recita. Agisce regalmente, dice le battute, esalta e punisce i suoi sudditi, poi, quando lo avranno ammazzato, l’attore va nel retroscena a bere qualcosa.
Ivan Ivanovic Njuckin (ancora Cechov, è un’ossessione !) si interpreta. L’autore ha scritto le parole che un uomo può dire all’alter ego riflesso nello specchio. L’attore è sul palco. L’oscuro specchio è il teatro, ma lo specchio è uno di quelli che moltiplicano l’immagine all’infinito.
Allora parli, le battute escono da sole dal ripostiglio della memoria; l’impegno è quello di trarre da… dall’ippocampo? l’emotività che pensi possano essere quelli del personaggio che inter-preti.
Attore e personaggio diventano in quel momento una cosa sola, una persona. Persona vuol dire maschera. Chi è la maschera e chi è l’uomo?
Il pubblico applaude la persona o l’uomo? I grandi miti li hanno creati gli uomini e le donne o i personaggi? Pensaci, e scoprirai che i veri miti non sono né gli uni né gli altri, ma le personae.
Oggi è giornata di caldo torrido, non un rèfolo di brezza. Tu, foglio, te ne stai lì, col tuo abi-to bianco, tipo dandy primo novecento, e mi guardi sudare.
Apro il librone di storia del teatro alla ricrca di inesistenti risposte alle nostre domande. A queste domande ne aggiungiamo una: perché ci sono autori che scrivono per il teatro?
Troppo caldo. Il cervello liquefa, questa sera scoppierà di certo un temporale. Finiamola qui di pensare al teatro, ne riparleremo in autunno, con Samuel Beckett.
Riguardati. |
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Lettera ottava
Intonso amico,
che te ne stai inerte e indifferente sul tuo informatico trono, sveglia: quando in altro momento parlammo delle arti, ne abbiamo scordata una, l’arte di non fare nulla.
E’ difficile da esercitare, sai, richiede un training accurato, un lungo tirocinio.
Non parlo del cosiddetto ozio padre dei vizi. Chi pratica il vizio è un lavoratore sfrenato, un faticatore indefesso, si deprecabile, ma anche sottovalutato. Per praticare il vizio occorre dedizione e sprezzo del pericolo. Il bevitore, ad esempio, quanto gli tocca patire per i postumi delle spranghet-te; cefalea, bruciori di stomaco, tensione epatica lo accompagnano per tutta la giornata, e si risolvo-no a forza di alkaselzer appena in tempo per ricominciare. E il gioco? Notti insonni, il fumo di cento sigarette inalate nervosamente, l’ira della mancata vincita, la pena per il denaro che scorre via dalle dita. E quanti ancor maggiori rischi corre chi cerca le grazie di nascoste nei bianchi slip delle nige-riane, quanto timore che la vizza consorte se ne accorga, con che ansia si temono i segni di oscuri malanni! No, questa gente, amico mio, meriterebbe di essere fatta cavaliere del lavoro.
E non faccio certamente conto del fannullone che ciondola tutto il giorno da una piazza all’altra del suo paese, da una mescita all’altra senza mai entrarvi perché non ha un soldo, e gli ami-ci dai quali spera di farsi offrire un aperitivo ormai gli voltano le spalle. Tra lui e chi è capace di non fare nulla, passa la stessa differenza che corre tra un fine decoratore ed un imbrattatore di muri con lo spray.
Anche la signora che passa lunghe ore lavorando di uncinetto o il signore che legge i quotidiani per un’intera mattinata non sono veri adepti di quest’arte.
Ascoltami bene. Come per fare teatro non è necessario recitare l’intera Orestea in una sola serata, ma basta dire una breve poesia; come il pittore può creare un capolavoro sia affrescando il cielo di una chiesa, sia tracciando pochi segni su di te, foglio, anche all’artista del fare nulla posso-no bastare brevi momenti. Ma fare nulla non è il raccogliersi in preghiera o pensare a ciò che si dovrà fare il giorno dopo. Non è trascendere nel nirvana. Non è appisolarsi su di uno stufato troppo condito.
Come prima regola il fare nulla non deve assolutamente avere scopo. Niente rilassamento perché si è stanchi, niente conta delle pecore per addormentarsi. Il fare nulla va preso alla lettera.
La seconda regola consiste nella scelta del luogo. Deve essere rigorosamente asettico, esente da quei virus nocivi che trenta secondi dopo son lì a chiederti: “Che hai? Che pensi? Non stai be-ne?”E’ vero che costoro meriterebbero di venire soppressi con un elettuario di acyclovir, ma tant’è, meglio evitarli.
Ulteriore regola, la scelta del momento. E’ essenziale, è ciò che distingue quest’arte dalle imitazioni quali lo yoga ed il training autogeno.Ovviamente non si può esercitare l’arte del fare nul-la negli intervalli, nelle pause di attesa, aspettando il treno alla stazione. Quella non è arte, è mestie-raccio di bassa lega. Il vero momento è a metà di un’attività lavorativa, qualsiasi. Si posano materiali e strumenti, si attenuano eventuali fonti sonore, ci si siede, ci si prende il capo fra le mani e ad occhi chiusi si evoca un colore. Poi si disattiva il fegato, si regola il respiro al minimo e si ascolta il cuore che batte. Senza chiedergli il perché. L’esercizio ricorda un po’ il Rituale Del Globo Azzurro di Coelho, ma va eseguito senza santi e in rigorosa solitudine, e mai ad ore fisse.
Consiglio: si eviti di farlo guidando l’auto in via Roma nelle ore di punta.
Non chiedermi a cosa serve, foglio scipito, ho appena detto che non deve avere scopi. Fallo e basta.
Sta sano. |
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Lettera nona
Illustre (ma non ancora illustrato) foglio,
componiti, assumi un’aria seria e compunta.
L’argomento di oggi è tremendamente serio. Parleremo infatti di Dio.
So che a volte sei sorpreso perché mi senti invocare l’Eterno (non in violazione dei Comandamenti, sia chiaro) o rivolgergli una preghiera, malgrado non mi si veda mai com-piere gesti di pietà e frequentare i templi come da precetto.
Io non sono ateo. La spiritualità è una delle fiamme che mi tengono in vita, il rapporto che ho con il mondo, con il mio stagno, è una continua preghiera. Questo mi impedirebbe, a rigor di termini, di definirmi cristiano; infatti una persona autorevole ha detto (per la verità ha scritto) che il mio è paganesimo. Non si è sbagliato, ovviamente e mi ha fatto felice, non immagina quanto.
Non ci sono dubbi sull’esistenza di Dio, esiste un razionale in proposito.
In un libro rigorosamente inedito di uno studioso rigorosamente sconosciuto si legge:
Prima domanda: nell’universo degli umani esiste veramente Dio? La risposta più coerente è si.
Seconda domanda: esistono prove dell’esistenza di Dio? La risposta più coerente è no.
E allora? Allora ecco tre postulati inconfutabili:
1. Dio esiste perché non si può sostenere il contrario. Non si può nemmeno sostenere il con-trario del contrario, è vero, ma tra una negazione ed una affermazione mi pare sia più logico acco-gliere quest’ultima.
2. L’esistenza di Dio ci da’ l’unica spiegazione - o forse l’unica ragione - fino ad oggi plau-sibile dell’esistenza delle cose e di quello strano fenomeno vivente che è l’uomo (Dio esistente).
3. Dio esiste perché l’uomo ci ha sempre creduto: l’anelito al divino, la spiritualità e la tra-scendenza in ogni tempo ed in ogni continente sono sempre stati fittamente intrecciati con la vita dell’umanità e sono giunti immutati fino ai nostri giorni. Si tratta evidentemente di qualcosa di più della necessità di spiegare l’uomo e i fenomeni del mondo, dev’essere qualcosa di più della necessi-tà di esorcizzare la morte, di dare una spiegazione alla presenza del bene e del male, di interpretare il perpetuarsi del ciclo vitale. L’uomo dalla notte dei tempi è alla caccia di qualche evento magico che lo conforti, non si è mai arreso alla drammatica evidenza che dall’istante del grande ‘bang’ su questa terra non è avvenuto mai nulla in grado di dargli un segno del divino, conseguentemente ha provveduto in proprio, fabbricandosi un’infinità di esseri misteriosi e di eventi miracolosi atti a non fargli perdere la grande speranza, la grande illusione che dal cielo una mano sia paternamente protesa ad aiutarci. Anche qualcuno tra gli antichi filosofi era giunto alla stessa conclusione: un’idea similare era sostenuta dagli stoici i quali asserivano che poiché Dio ha creato l’uomo, l’uomo ha bisogno del suo creatore e viceversa (Dio immanente), senza dimenticare che una consistente traccia del fatto che “Dieu a besoin des hommes” è contenuta nella Genesi biblica.
Questa concezione del Divino sazia il mio bisogno di spiritualità, spegne le mie angosce, rende accettabile l’ansia di vivere. Mi autorizza a scrivere ad un filosofo quello che ho scritto. E anche altro.
Sii benedetto anche tu, foglio! |
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Lettera decima
La fine della stagione.
Il volgere dell’estate in autunno è stato cantato dai poeti e lodato dai contadini. Il calore del sole non è più impetuoso come di fiamma, ma dolce, avvolgente, simile ad un soffice abbraccio. Le fronde degli alberi piegano a terra offrendo il frutto dei loro amori, il verde della chioma reca le tracce del primo appassire. Nei campi non v’è più rigoglio, sono ingrigiti dalle rughe lasciate dalla mietitura: in autunno la terra sfoggia il frutto delle sue fatiche, annuncia il prossimo riposo. Come l’uomo.
P.S.
Il lettore che avrà avuto la pazienza di leggere tutto quanto avrà fruito di un esempio di quante cose si possono scrivere non "su" ma "a" un foglio di carta.
Il foglio di carta è un interlocutore discreto, sincero, paziente, purtuttavia non potrà mai aiutare nessuno a risolvere il quesito che attanaglia l'anima:
"Quante gocce di Worcester bisogna mettere nel pomodoro condito?" |
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Dieci lettere ad un foglio di carta: vi pare strano? Quante volte vi è capitato di dover (o voler) scrivere... che so! ad un amico, ad un giornale, ad una signora, e davanti ai vostri occhi il foglio di carta vi guarda gelido ed impassibile! Non uno spunto, non un suggerimento, niente!
Allora, ecco la soluzione: scrivete a LUI.
Il vostro segretario galante. |
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