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Un tempo visse un ladro. Gran novità! Metà dei comparsi sulla terra è - e fu - fatta di ladri, l’altra metà no perché ad essa fan parte i derubati. Suvvia, stai serio e ascolta. Visse - dicevo - un tempo un ladro. Fino al momento in cui la nostra storia ebbe inizio, costui non aveva rubato mai neppure un vecchio giornale, aveva sempre pagato le tasse e tutte le rate dei libri comprati a rate: con queste credenziali naturalmente nessuno lo riteneva un ladro, ma lui, e lui solo, sapeva di esserlo Un furto, un particolarissimo furto era stato elaborato dal suo cuore ancor prima che dal suo cervello. Un colpo audace, splendido e talmente sconsiderato che quando il cervello se ne accorse andò su tutte le furie. "Somaro, idiota! Tu, rubare la… sei pazzo!" "No, ma… vedi… non è che…" "Sempre pazzo sei! Alla tua età poi!" "Beh! Oddio, non è che ‘poi’ io non… " "Non intendevo quello, scriteriato, ma tutto il resto." Il cuore, dal canto suo, parteggiava spudoratamente per l’iniziativa del ladro, di conseguenza discussioni di questo tenore tenevano occupati per intere serate i protagonisti. Talvolta rischiavano di arrivare alle mani, si minacciavano con oscuri ricatti: "Se continui su questo tono io mi fermo e ti sballo!" "E io ti porto da chi so io e ti piazzo un defibrillatore, così a forza di scosse impari!" "Lo vedi questo gelato da due euro? Te lo squaglio in capa sano sano!" "Terun!" "Setentriunal!" Come si vede anche in anatomia nord e sud trovano sempre il modo di rinfacciarsi le origini: sembravano Aldo Giovanni e Giacomo. Il ladro, che di nome faceva Dom, continuava imperterrito nel suo progetto. non avendo interlocutori a lui estranei, riempiva fogli su fogli con elucubrazioni confuse e frasi sibilline: tali opere non sarebbero divenute per certo 'aere perennius' come il 'monumentum' di Orazio, non solo, ma il loro autore avrà alla fine impiegato tutte le parole della Treccani per esprimere quello che poi gli verrà di dire con due. Le solite due. Non anticipiamo. Certo che l’oggetto da rubare - quando chiudeva gli occhi - gli pareva lì, attraente, invitante, impalpabile e pure così presente che gli veniva quasi da credere che bastasse allungare una mano per impadronirsene. "Si, bene! Così…" sibilava il cuore all’orecchio sinistro – quello con cui di solito lo si ascolta meglio perché è dalla stessa parte. "Ragiona! Ragiona amico sincero e leale, gentiluomo di antico stampo, scrigno di nobiltà e rettitudine!" Il cervello usava in alternativa la mussoliniana carota, e poi il bastone: "Ma guardati allo specchio, osserva il colore del tuo pelo !" Talvolta, quando i suoi richiami rimanevano sconsolatamente inascoltati, cadeva preda della disperazione e ricorreva alle armi di distruzione di massa: "E se ti si gonfiasse la prostata?" A questo punto persino il flemmatico Dom ribolliva. Se avesse avuto una bottiglia di whisky se la sarebbe scolata tutta per far tacere quegli importuni. Ma aveva solo dell’Amaretto di Saronno e doveva accontentarsi. L’amaretto è talmente sconfortante che il cervello almeno per un po’ si acquietava, e Dom poteva continuare a limare e infiocchettare il suo progetto di un colpo alla Torre. Di Londra? No, non a quella, ad un'altra però quasi altrettanto munita. Non era di certo il tesoro della Corona ciò a cui mirava, per così poco non avrebbe sprecato nemmeno un minuto del suo tempo. E della sua vita. Proseguiamo. La Fortuna, a Dom, voltò le spalle prima ancora di avergli versato un piccolo anticipo. La carriera del nostro ladro parve doversi fermare allo stadio della potenzialità allorquando, un mattino, anzi in un’alba che non si decideva a spuntare, vennero i birri del Bargello ad arrestarlo. Sconcertato, impaurito, tremante, Dom si lasciò docilmente ammanettare e rinchiudere nel cellulare con gli inseparabili (giocoforza!) cuore e cervello. Mentre il lugubre trabiccolo lo conduceva chissà dove a forza di sobbalzi e scossoni, il poveraccio si chiedeva per quale misteriosa ragione era stato ‘bevuto’ dalla ‘Madama’ senza troppi complimenti e senza preavviso alcuno. Aveva forse ammazzato qualcuno? Aveva dato del mafioso a Berlusconi? Dell’impostore a Cofferati? No. Aveva dimenticato di pagare le tasse? Nemmeno. Aveva, è vero, rifiutato da sempre di guardare alla TV "Chi l’ha visto" ed anche il "Maurizio Costanzo show", ma non immaginava che fossero reati tanto gravi da meritare l’arresto. Fu gettato – capita sempre così, in letteratura – in una segreta fredda ed oscura e lasciato solo a meditare sulla sua triste sorte. Dom languiva vittima dei bisogni primari, quali dormire, bere e quant’altro; il cuore non sapeva come arrabattarsi, era preoccupato per la tenuta delle valvole e cercava di battere il meno furiosamente possibile, mentre il cervello era preda di una profonda crisi depressiva per non aver saputo prevedere un fattaccio simile. "Ma come – andava ripetendosi – noi... in prigione! Noi, persona stimata, carriera impeccabile, passato immacolato: noi... in prigione!" "E piantala con questi noi – replicava il cuore – e lasciami dormire un po’…". Dom dal canto suo cercava disperatamente un posto qualunque in cui fosse possibile fare la pipì. Trascorsero i giorni, forse dieci, forse cento, impossibile dirlo. Giorni tutti uguali, segnati dagli orari della vita carceraria e dagli sguardi dei secondini che lo controllavano dallo spioncino. Nei primi tempi Dom, aggrappato alle sbarre, implorava chiunque passasse di fermarsi, di dirgli il perché della sua triste condizioni, ma gli agenti voltavano i loro volti inespressivi dall’altra parte. Poi il prigioniero si rassegnò, smise di porsi domande, smise di pensare al mondo che oltre quelle mura continuava a vivere senza di lui. Un giorno la porta si spalancò del tutto e numerosi agenti si introdussero nella cella, lo circondarono, e, manette ai polsi, lo condussero lungo interminabili corridoi, gli fecero valicare innumerevoli cancelli chiusi da serrature elettroniche, lo introdussero infine nella severa aula di un tribunale. Barba incolta, maleodorante, non più abiti ma cenci, provava una profonda pietà per se stesso e sperava di ottenerne altrettanta dagli altri. Il prigioniero non può contare sui diritti, può contare sulla pietà. Qualche volta. Quasi mai. Nell’aula dai severi arredi in legno il prigioniero è inerme e solo, non può parlare con nessuno, confidarsi, consigliarsi. Anche i suoi legali, poiché loro ‘sanno’, lo zittiscono ad ogni tentativo di emettere voce, ed egli può sentirsi frustrato al punto da rimpiangere perfino le mura del suo carcere Giona, perfetto esemplare di prigioniero disperato, si dispose ad attendere e cadde, come da copione, in stato catatonico. Quando un vecchio Barbagianni, dalle penne tutte arruffate e con degli occhiali d’oro senza vetri che era costretto a portare per via di una flussione d’occhi che lo tormentava da parecchi anni, fece il suo ingresso in aula, Giona ed i suoi due compari furono invitati ad alzarsi in piedi con uno strattone. "Entra la corte!" disse qualcuno con voce stentorea. Tutti gli uscieri hanno la voce stentorea. Il cervello bisbigliò al cuore: "Piantala di battere così forte, mi pulsano le tempie!" Fu zittito immediatamente ed il cuore continuò imperterrito a ballare la giga. Dom aveva le gambe talmente molli che a stento gli riusciva di stare in piedi, però la curiosità di scoprire finalmente il perché si trovasse in quel luogo era talmente tanta fa fargli dimenticare le debolezze del proprio stato. Il Giudice Barbagianni si accomodò sul suo scranno con una lenta ed elaborata serie di contorsioni. Depose martelletto, penna e calamaio sul piano e si mise a leggere il fascicolo, togliendosi e reinforcando continuamente gli occhiali. Dopo un’eternità di tempo disse: "La parola al pubblico ministero." Il P.M. era una specie di ramo secco messo in verticale. Bruniccio di carnagione, labbra sottili ed esangui, dalle spalle esili le maniche della toga scendevano con talmente tanta abbondanza da coprire interamente le mani. "Vostro Onore, il convenuto è accusato…" "Ma quale convenuto" tentò di replicare Giona, "qui mi ci hanno portato, e con la forza!". Un tizio che gli era materializzato al fianco destro lo zittì con un calcio negli stinchi. Era un giovanottone lampadato e palestrato dalla faccia gioviale e furbesca. Indossava anche lui la toga, ma le maniche gli arrivavano a metà degli avambracci. Si trattava dell’avvocato d’ufficio. "… il convenuto è accusato…" Di che era accusato non veniva ancora fuori. Il ramo secco si frugò in tasca e ne cavò un paio di lunette che non vollero inforcarsi sul naso, tanto questo era bitorzoluto. Dopo vari tentativi le lenti ribelli acconsentirono ad adagiarsi sulla protuberanza tutte di storto, come fa chi è obbligato a sedersi ma ha una gran fretta di scappare via. "…è accusato di aver macchinato, organizzato, progettato un furto di beni altrui, con l’aggravante della premeditazione mediante l’impiego del cervello, e mascherando il progetto delittuoso con il subdolo impiego di arti poetiche suggerite dal cuore. Si aggiunge pertanto l’ulteriore aggravante dell’associazione per delinquere. Quindi, ai sensi degli articoli questo, quello e quell’altro del Codice Penale chiedo che venga comminata all’accusato la pena di anni venti di reclusione da scontare all’Isola del Diavolo". Il Giudice Barbagianni si tolse gli occhiali e puntando una stanghetta verso Dom disse: "Imputato, avete udito le accuse che vi vengono rivolte?" Giona aveva la lingua a scartavetro e la salivazione azzerata: era stato scoperto! Non riuscì di emettere altro che un flebile "Ssss…i!" "E vi dichiarate colpevole o innocente?" Giona ebbe un’impennata di carattere. Ma quale proprietà, ma quale furto. Beh, forse a stretto rigor di termini di furto si sarebbe trattato, però… "Innocente, signor Giudice!" "Quindi voi non volevate rubare?" "No… cioè si… però…" "Allora siete colpevole!" "No" Rumorosissima martellata sul tavolo. "O quel giovane! Mi state prendendo in giro?" Giona si voltò intorno per vedere chi fosse quel giovane apostrofato dal Giudice, ma non vide alcuno così identificabile. Non poté quindi esimersi dal dire: "Quel giovane… a chi?" "A voi. Io sono di Livorno e questo è un modo di dire. Allora, quel giovane, gli è ‘si’ o gli è ‘no’?" "No" Intervenne allora il Pubblico Ministero. "Vostro Onore, vi sono agli atti precisi documenti che dimostrano senza ombra di dubbio le intenzioni dell’accusato." "Accusato – chiese allora il Giudice – riconoscete come vostri questi scritti?" "Si, vostro onore" "E ammettete che questo è un evidente tentativo di seduzione?" "Si, signor Giudice". "Voi siete libero?" "Veramente io… in queste condizioni…" "Intendo nella vita civile." "No." "La persona alla quale avete rivolto tutto questo è forse, per quanto a vostra conoscenza, libera e disponibile?" "No." "E voi la desiderate?" "Si." "Allora siete colpevole!" "No." "Badate a voi, questi giochetti potrebbero costarvi caro!" "Il fatto è signor Giudice, che voi non capite…" Altra tremenda martellata sul tavolo. "Quel giovane! Questo è oltraggio alla corte!" "Ma no, signor Giudice, anche il mio è un modo di dire!" "Dire… che cosa?" "Che io… di quella persona… volevo piuttosto il suo profumo!" "Vi dispiacerebbe ripetere?" "Ecco signor Giudice, è proprio come ho detto, io volevo un po’ del suo profumo! "Ma scusate, allora siete matto! Se volevate un po’ del suo profumo avreste potuto chiederglielo. Ve lo avrebbe certamente regalato. E poi, in confidenza, voi usate profumi femminili?" "Certamente no, signore. Ma io non parlo di profumo di Capucci o di Chanel" "E che altro" "Io parlo… del profumo… del profumo di donna!" "Non siate indecente!" "Ma no, signore, come non parlo di profumi per la cosmesi, non parlo nemmeno di effluvi bioumorali!" "Volete spiegarvi?" "Posso?" "Dovete. Ma cercate di essere chiaro." "Vedete, tutte le persone normali, o, per meglio dire, comuni, ad un certo punto della loro vita si cercano delle donne. Io parlo da maschio, ma anche le donne fanno lo stesso cercandosi un uomo. C’è scritto anche nella Bibbia: "…et sub viri protestate eris (Genesi 3,16)… " "Non sono sicuro che le cose vadano proprio così" - filosofeggiò il Giudice - "comunque proseguite". "Ecco, dopo tentativi più o meno numerosi e più o meno riusciti, si formano le coppie. Trascorse le prime lune, le coppie mettono su casa, fanno dei figli, vanno in vacanze, litigano, si curano i malanni e, quando tutto va bene, si accontentano e tirano avanti." "A chi lo dite" - sospirò il Giudice togliendosi gli occhiali e soffiandosi rumorosamente il naso in un enorme fazzoletto a quadretti - "raffreddore da fieno... proprio a me... e allora?" "Allora… può capitare, malgrado il fermo proposito di accontentarsi, di percepire un particolare profumo…" "Signor imputato, pensate che una decina di anni di manicomio vi farebbero ragionare?" Ma Giona ormai non si curava più del Giudice, dei carcerieri, degli avvocati. Voleva raccontare la sua storia a sé stesso prima ancora che alla corte. "Vede, signor Giudice, non è colpa mia. Io ero una persona serena e tranquilla. Sono stato perfino male, ho dovuto occuparmi seriamente della mia salute. Poi, io non so esattamente come e quando, ma il profumo di cui parlo ha invaso i miei sensi e attraverso questi, il mio intelletto." "Non è vero – sibilò il cervello – io ti ho messo sull’avviso millanta volte. E’ stato quel tuo comparuzzo del piano di sotto, quell’ammasso di carnaccia che chiami cuore a traviarti!" Dom non l’ascoltò nemmeno. "E’ difficile definire il profumo di donna, come l’intendo io. Non è un fenomeno percepibile dai sensi, eppure aggredisce e cimenta tutti e sei i sensi. Si certo, anche e soprattutto il sesto. E’… come un campo magnetico. Lei, signor Giudice, si è mai trovato in un campo magnetico? E’ facile, basta fermarsi sotto un elettrodotto ad alto voltaggio, 30.000 dovrebbero bastare. Come vi si entra l’aria pare animarsi, vibrare. Eppure non si vede nulla, non si ode nulla o forse appena un lontano brusio, non si annusa nulla, l’erba e i fiori vi crescono rigogliosi; ma dopo qualche istante tutto il tuo essere si sente trasportare in un una dimensione diversa, inquietante, a prima vista addirittura ostile perché intimidisce e spaura per la sua indecifrabile stranezza. Si vorrebbe uscire, andarsene, ma al fascino del magnetismo non si resiste e ci si lascia avvolgere dal campo come da un bozzolo fatto con la più esile e la più tenace delle sete. Ecco: il femminino, il profumo di donna è tale e quale un campo magnetico, ma che a differenza di quello di Galileo Ferraris, ha la forza che non è inversamente proporzionale al quadrato della distanza, anzi una volta che ti ha catturato non ti abbandona più, fossi anche fuggito in capo al mondo. E’ strano che quel che si prova dopo la cattura debba essere raccontato, perché, signor Giudice, io penso che più o meno dovremmo esserci passati tutti…" – guardò di traverso il Pubblico Ministero che se ne stava sussiegoso e segaligno come non mai – "…diciamo quasi tutti. Però quando i portatori sani vedono un altro individuo ammalato di questa malattia non fanno altro che compatirlo o rimbrottarlo, dargli buoni consigli o ficcarlo addirittura in galera. Ma che ci puoi fare quando ti senti la febbre fin dentro al pancreas? In certi casi ti porti via, in maniera più o meno legale, la persona che ti ha contagiato; ma se obiettivamente la cosa è impossibile, che resta da fare? Con il whisky ci hanno provato in tanti con risultati a dir poco deplorevoli. Il ponte di Fossano? è un modo di arrendersi deplorevole. Specie quando la fortuna non ti abbandona del tutto, e il ladro trova nel forziere ancora qualche piccolo gioiello da rubare." Il Pubblico Ministero sobbalzò sul suo scranno. "A verbale, Vostro Onore! A verbale! L’imputato ammette la propria intenzione di reiterare il reato, ossia di continuare a rubare!" Giona a questo punto non seppe più trattenersi. Balzò in piedi sulla panca come facevano i Poeti Estinti ne "L’attimo fuggente". "Si, signor Giudice, sono colpevole! Sono un ladro! Il principe dei ladri! Io ruberò il Topkapì, il Koh-I-Noor, tutto l’oro di Fort Knox e le ossa di San Pietro in Vaticano!" Ad un cenno del Giudice i secondini lo impacchettarono e lo scaraventarono nuovamente nella sua cella. "Bravo, un vero uomo! Alla pugna, e vincere bisogna!" Così il cuore. "E bravo, quel giovine! Davvero bravo. Ma che giovane, sordido imbecillo! (Non è un refuso, è uno pseudo-medievalismo) – Alla tua età si fa collezione di francobolli, non di amorazzi poco cattolici!" Così il cervello, che predicava peggio di un Domenicano. Con un pugno in testa Dom ridusse alla quiete sé stesso e quel fastidioso organo. Due giorni dopo fu ricondotto in aula. "Passate le scalmane?" "Chiedo perdono, signor Giudice!" "Va bene, transìmus. Dunque, se ho capito bene, voi vi siete innamorato di una donna." "Si,signore." "E avete cercato di sedurla." "No, signore." "E allora...?" "Volevo semplicemente dirglielo." "E lei se n’è accorta?" "Credo di si, signore." "E non potevate dirglielo a voce?" "Si, signore, l’ho detto anche a voce." "E cosa le avete recitato, il XXXIII Canto del Paradiso?" "No, signore, le ho detto solamente: ti amo." "E lei vi ha corrisposto?" "Non saprei, signore, però ha capito. Era tutto quello che desideravo accadesse." "Tutto lì?" "Lei non sa, signor Giudice, che valore hanno certe cose." L’avvocato lampadato e palestrato gli demolì il perone a forza di calci per indurlo a non esprimersi con certi termini, ma Giona proseguì imperterrito. "Ha capito ed ha sorriso. All'assetato basta anche una sola goccia d'acqua data per trovare pace e ragionevolezza. Io avevo invocato l’opera di un medico e di una maga. Ed il medico e la maga hanno compiuto il miracolo. Io il tesoro l’ho rubato, signor Giudice. Esso è qui con me, racchiuso nel mio pugno." – Giona mostrò il palmo della mano – "Vede, io non ho perduto la perla, come qualcuno aveva sostenuto. E’ qui, mi accompagnerà nel buio della cella e sui ponti di Venezia, nelle aule di un convegno e nelle cene con gli amici. Mi sarà accanto ogni volta che dovrò sostenere un buon combattimento." "Che combattimento?" "Lo so io, signore. E lo sa anche quella persona, ma si tranquillizzi, qui il Codice Penale non c’entra." Il Giudice Barbagianni era sconcertato. Si soffiò rumorosamente il naso nel fazzolettone a quadretti, rinforcò i suoi occhiali senza lenti, raccolse carte, penna e martelletto e si alzò. "Cacciate fuori questo scriteriato" – brontolò – "Lasciatelo andare, e che non mi ricapiti mai più dinnanzi! L’udienza è terminata." Fece qualche passo verso l’uscita, poi si voltò a mezzo. "Ehi, voi! Dite un po’. Ma se quella signora vi avesse detto di si, cosa avreste fatto?" Giona ci pensò su un bel po’, poi rispose: "Ecco... forse l’avrei invitata a prendere the e pasticcini da Baratti." "E poi ?" "E poi... poi basta !" Il Giudice uscì arruffando le penne per l’esecrazione. Dom camminava sul ciglio della strada, assorto in un pensiero ossessivo. Al petto stringeva un fagotto contenente i pochi stracci che aveva avuto a corredo durante la prigionia; il carcere era una macchia indistinta sul profilo della collina, ed anche il ricordo della disavventura patita pareva oramai lontano. Il cervello inttervenne: "Non tela prendere: in fondo che è una donna? Un orrido anfratto in confezione regalo!" Il cuore: "Taci, neurone putrescente! Proprio tu, che quando vedi una bella 'confezione regalo' ti annebbi peggio di piazza del duomo!" Dom, un po' confuso, proseguì il cammino sino alla più vicina osteria. | |