I MARTIRI
 
  GIOVANNI MORO

I MARTIRI CRISTIANI
IL CULTO DEI MARTIRI
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1.
Contro i Cristiani raramente la giustizia romana si trovò a procedere di ufficio. Il rescritto di Traiano a Plinio Secondo (111-113) dice testualmente: "Nel modo che hai adottato, caro Secondo, nell’escursione delle cause di coloro che ti sono stati denunciati come Cristiani, sei stato nel giusto. Non si può infatti stabilire una norma universale che abbia una formulazione si cura. Non sono da ricercare ma se sono denunciati e confessano sono da punire. Così chi abbia negato di essere Cristiano e ne abbia dato prova di fatto cioè adorando i nostri dei, anche se sospetto per il passato, ottenga il perdono del pentimento. Le delazioni anonime non devono avere valore per nessun reato. Sarebbe infatti un pessimo esempio specie nei nostri tempi"
Dello stesso tenore è il rescritto di Adriano a Minucio Fundiano, proconsole in Asia.
Perché essere Cristiano era considerato un reato? Perché il loro comportamento contravveniva a quattro articoli del codice penale:
· Il senatusconsultum de bacchanalibus del 186
· la lex Iulia de collegiis illecitis
· la repressione dei crimina laesae maiestatis
· l’imputazione di crimen extraordinarium
La lex Julia in particolare, risalente al 7 a.C., condannava le ‘eterie’, associazioni delle più svariate categorie. Le eterie erano temutissime, in quanto capaci di esercitare pressioni politiche non indifferenti. La legge recitava: "Chiunque stabilisce un’associazione senza autorizzazione speciale è passibile delle medesime pene di coloro che attaccano a mano armata i luoghi pubblici e i templi".
Apprendiamo da Minucio Felice, avvocato di famiglia pagana convertitosi al cristianesimo, la summa dei ‘flagitia’ dei quali dei quali i cristiani venivano accusati: veneravano la testa d'asino (forse allusione al simbolo messianico dell'asino del Cristo nell'ingresso a Gerusalemme), praticavano l'infanticidio e l'antropofagia (allusione alla trasformazione del pane e del vino nell'eucarestia), erano incestuosi (allusione allo scambio del bacio di pace tra fedeli che si consideravano fratelli e sorelle, sempre nell'eucarestia e nelle agapi), rifiutavano l'uso della cremazione, erano sostanzialmente atei, sia perché credevano in un "Dio unico, solitario, avvilito... che non riescono né a mostrare né a vedere", sia perché "non hanno altari, né templi, né simulacri conosciuti".
L’accusa più importante mossa ai cristiani era dunque quella di ateismo. Alle nostre orecchie può sembrare incredibile, ma è certamente la più fondata: ateismo nei confronti della religione dominante e slealtà nei confronti dell'imperatore, al quale non riconoscevano il culto divino. Lo storico Dione Cassio (67,14, 2) afferma che sotto Domiziano molti romani che avevano adottato i costumi giudaici (leggasi: cristiani) furono condannati ‘per ateismo’ :"Nello stesso anno Domiziano fece assassinare molti altri uomini, ed anche il console Flavio Clemente, sebbene fosse suo cugino e avesse sposato Flavia Domitilla, una parente dell’imperatore. Ad entrambi venne mossa l’accusa di empietà, per la quale furono condannati molti altri che simpatizzavano per il giudaismo, ed alcuni morirono, mentre altri furono comunque privati dei beni; Domitilla fu solo esiliata a Pantelleria. Fece inoltre mandare a morte Glabrione, il quale era collega di Traiano al consolato (nel 91), imputandogli, tra le accuse, le stesse che ricevettero molti, ed anche perché aveva combattuto come gladiatore contro le belve feroci" Acilio Glabrione probabilmente era anch’egli un cristiano, in quanto dopo il consolato fu mandato in esilio con l’accusa di essere molitor rerum novarum, e poi ucciso nel 95.
Giustino, indirizzando all’imperatore ‘Tito Elio Adriano Antonino il Pio Augusto Cesare e a Verissimo suo figlio filosofo’ la sua già nota I Apologia ( 6,1) scrive: "Ecco l’origine del fatto che siamo accusati di essere atei: ammettiamo certamente di essere atei rispetto a queste sedicenti divinità (gli dei pagani, che anche Giustino chiama demoni), ma non certamente rispetto al Dio della somma verità, Padre della giustizia, della sapienza e delle altre virtù, e lontano da qualsiasi contaminazione col male. Noi Lo veneriamo e Lo adoriamo insieme al Figlio suo, che da lui è venuto e che ci ha insegnato queste dottrine, insieme alla schiera degli angeli buoni, che lo seguono e si assimilano a Lui, e insieme allo Spirito profetico rendono loro ogni onore secondo ragione e verità; e noi trasmettiamo con generosità quanto abbiamo appreso a chiunque voglia imparare".
L’accusa di ateismo era gravissima in quanto, se per le autorità essere ‘ateo’ significava essenzialmente mostrare disinteresse per la vita politica e quindi essere inaffidabile come cittadino, per il popolo la presenza di atei nel tessuto sociale comportava il rischio di indisporre gli dei, i quali avrebbero potuto vendicarsi inviando malattie, carestie o rovinando gli affari. In effetti gli acerrimi nemici dei Cristiani non furono le autorità costituite, ma il popolino. Ippolito (‘La tradizione apostolica’) e Tertulliano (‘La corona dei militari’) sostenevano che il cristiano non doveva uccidere nessuno in guerra, né doveva prestare giuramento, né portare gli stendardi imperiali, e neppure doveva arruolarsi volontariamente nell'esercito. Persino il magistrato supremo di una città (che aveva potere di vita e di morte) doveva dimettersi se cristiano. Questo per quanto attiene il reato commesso davanti alla legge. Ma negli atti del martirio di san Policarpo, vescovo di Smirne (giustiziato il 23 febbraio del 155, al tempo di Antonino il Pio) leggiamo che "la folla, sorpresa del coraggio della pia schiera dei cristiani (sottoposti a tormenti perché abiurassero la loro fede) cominciò a gridare: Morte agli atei!".
Il capo della polizia, un certo Erode (destino di un nome!), non arresta Policarpo, ma gli va incontro con il proprio padre, lo accoglie sul suo cocchio e gli chiede: "Che male c’è a dire: Cesare signore, offrire incenso, compiere altri riti atti a salvare la vita?". Policarpo non risponde e affronta il suo destino. Per i romani, politeisti senza alcun pregiudizio, pareva inconcepibile la negazione degli dei altrui, e sommamente degli dei istituzionali: venerati i quali, il fedele era libero di adorare i propri. Erano talmente timorati degli dei da innalzare un altare "al dio ignoto" (Atti degli apostoli, 17,22 e seg.) nel timore di dimenticarne qualcuno, per non parlare del Pantheon romano giunto sino a noi miracolosamente intatto. E’ opportuno precisare che ciò che veniva richiesto ai cristiani non era propriamente un riconoscimento della divinità dell’imperatore: nemmeno i cittadini romani ritenevano l’imperatore un essere divino, considerazione peraltro pretesa in pratica solo da Nerone, Domiziano e pochi altri, quanto piuttosto un ossequio alla sua ‘Fortuna’ o al suo ‘Genio’, una specie di nume tutelare personale o - potremmo dire con molta approssimazione - una specie di angelo custode che sovrintendeva alla vita della persona e con essa intimamente connesso.
Non era poi così vero che il mondo classico fosse politeista come la tradizione ci insegna. Esisteva sicuramente un culto ‘politico’, quale in Roma la Triade Capitolina, ufficiale, signora e patrona delle sorti dell’Urbe e poi dell’impero, ma la classe colta, studiosa di Platone e vicina agli stoici, aveva bene in mente l’unicità del vero Dio, pur ammettendo la coesistenza di divinità minori dedicate a proteggere le sorti di una istituzione o di una città o anche di una singola famiglia, come i Lari domestici. Anche nel mondo cattolico città, eserciti e istituzioni vengono messi sotto la protezione non direttamente di Dio, ma di qualche santo oppure della Madonna, in fondo non dissimili - per quanto concerne la pietà popolare, non certamente secondo la Dottrina - dagli antichi semidei, dotati non solo di capacità di intermediazione, ma anche di virtù miracolistiche e taumaturgiche loro proprie, invocabili con il culto e le offerte alle immagini e alle reliquie.

Oltre a ciò la fede cristiana rivolta ad uno strano Dio unico ma padre di un Figlio terrestre morto di spregevole morte, fomentatore di disordini, negatore dell’olimpo imperiale, doveva sembrare un inammissibile sproposito. Proprio l’obbrobrio della morte del Cristo sulla croce rappresentava per Celso una delle motivazioni principali di confutazione della validità della dottrina cristiana. Negli atti dei martiri, ancora in Potino troviamo un’ulteriore spiegazione di tanto accanimento contro i cristiani: "quelli che gli stavano vicino lo colpirono con pugni e calci, senza alcun riguardo per la sua età; quelli che erano più lontani gli scaraventavano addosso tutto ciò che capitava loro fra le mani, pensando che avrebbero commesso una colpa ed avrebbero peccato d’empietà se non lo avessero oltraggiato. Credevano in questo modo di vendicare i loro dei".
Diocleziano, che era almeno a parole assai pio, in un testo di legge del 295 sui matrimoni tra consanguinei (Codice Gregoriano V,1) scrisse: "Gli déi immortali saranno ancora benigni e favorevoli al nome romano, se avremo cura che tutti i nostri sudditi conducano una vita pia, tranquilla, rispettosa della morale... La maestà di Roma è pervenuta a tanta altezza col favore di tutti gli déi, solo perché ha dedotto tutte le sue leggi da una vita casta e pia", ed è probabile che la massa pagana si comportava veramente secondo questi precetti, mentre i cristiani continuavano ad essere considerati dei perversi. Nel martirologio di san Sabino è scritto che mentre si celebravano i giochi nel Circo Massimo alla presenza di Massimiano, la folla scandiva il grido: "Christiani tollantur! Christiani non sint!".
E’ qui evidente il principio che sarà poi enunciato molti secoli dopo da Bernardo di Clairvaux: "Il soldato della croce quando uccide un malfattore non deve essere reputato un omicida ma, come dire, un malicida e cioè vindice di Cristo". Anche i romani la pensavano nello stesso modo, naturalmente dal loro punto di vista, e questo spiega l’efferatezza delle condanne e dei supplizi inflitti ai rei, cristiani compresi.
Dal canto loro la temerarietà e la pervicacia dei martiri non deve stupire. In ogni tempo, anche in quello presente, sono numerosi quelli che offrono la vita per i più svariati ideali, da quelli sublimi a quelli apparentemente futili. E’ certo comunque che nel tempo che consideriamo vi furono momenti di autentico delirio mistico, come scrive Eusebio (Storia Ecclesiastica, 8,9,5) descrivendo la condanna dei Martiri della Tebaide: "Fu allora che noi osservammo una meravigliosa brama e un vero potere divino e zelo in coloro che avevano posto la loro fede nel Cristo di Dio. Appena emessa la sentenza contro il primo, alcuni da una parte e altri da un’altra si precipitarono in tribunale davanti al giudice per confessarsi cristiani, non facendo attenzione quando erano posti davanti ai terrori e alle varie forme di tortura, ma senza paura e parlando con franchezza della religione verso il Dio dell’universo, e ricevendo la sentenza finale di morte con gioia, ilarità e contentezza, così che essi cantavano e innalzavano inni e ringraziamenti al Dio dell’universo, pur ormai all’ultimo respiro".
Che dire poi di questo episodio narrato da Eusebio (Storia Ecclesiastica IV,26,3)? Nella città di Pergamo, in Asia Minore, erano posti tra le fiamme i martiri Carpo e Papilo. "Tra gli spettatori c’era una donna di nome Agatonice, che vedendo Carpo in contemplazione della gloria del Signore, comprese che era una chiamata del Cielo e disse ad alta voce: Questo banchetto è preparato anche per me, debbo parteciparvi anch’io, voglio gustare questo cibo di gloria. Le si gridò da ogni parte che avesse pietà del figlio, ma la santa rispose: Egli ha iddio che si prenderà cura di lui. Spogliandosi quindi del mantello, colpì quanti guardavano la sua bellezza e si distese giubilante sul palo. I presenti non potevano trattenere le lacrime e dicevano: Terribile giudizio e ingiusti decreti!" Agatonice, lambita dalle fiamme per tre volte gridò: Signore, Signore, vieni in mio, in te mi sono rifugiata! Poi rese la sua anima a Dio e consumò il martirio tra i santi. I cristiani raccolsero di nascosto i loro resti e li custodirono a gloria di Cristo e a lode dei martiri"
Tra i fulgidi esempi di confessioni di fede non mancarono, come si vede, i soliti esaltati che si gettarono volontariamente tra le braccia del boia, al punto che il vescovo di Cartagine Mensurio ordinò che chi aveva affrontato il martirio senza necessità non fosse venerato come martire e santo.

2.
Quanti furono i martiri cristiani in Roma? Non tanti quanti generalmente si è portati a credere: la Depositio Martyrum del 354 annovera trentadue martiri venerati dalla comunità cristiana; un elenco stilato un secolo dopo ne aggiunse altri settantadue. Malgrado ciò l’Urbe divenne nei secoli successivi una fiorente esportatrice di reliquie. La traslazione delle salme deposte nelle catacombe si rese necessaria, nei secoli successivi, sia per il crollo di molti cunicoli catacombali, sia per le continue distruzioni conseguenti alle invasioni barbariche, anche se non mancarono tentativi di restauro, iniziati con Paolo I (757-767). I cristiani ‘parvenu’ delle lande nordiche iniziarono a pretendere la loro parte di reliquie, ed i resti dei sepolti, martiri o no che fossero, vennero esportati più o meno lecitamente. Anche questo contribuì a fare di Roma il faro della Cristianità occidentale (lo scisma greco avvenne nel 1054, al tempo di Leone IX).
Nerone fu il primo imperatore che agì contro, ma il suo fu piuttosto un eccidio e non una persecuzione, ma da quel momento il nome di cristiano fu bandito e bollato come criminale e degno di morte.
La prima vera persecuzione fu quella di Domiziano che condannò i cristiani come «atei» negli ultimi anni del suo regno quando, forse in preda alla follia, decise (nel 90) di farsi chiamare «signore e dio». Naturalmente i cristiani, fedeli a Cristo, rifiutarono. Soprattutto nell'Asia Minore i cristiani vennero spogliati dei loro beni e molti di loro furono giustiziati (95-96).
Sotto Traiano (a.98-117), valente capo di stato e rigida tempra di soldato, scoppia una nuova persecuzione legata alla proibizione di costituire società non autorizzate. Simeone, il vecchio vescovo di Gerusalemme e parente di Gesù, è crocefisso nel 107 e Ignazio, vescovo di Antiochia, esposto alle belve nello stesso anno, a Roma.
I due imperatori che succedono a Traiano, Adriano e Antonino Pio, si mostrano meglio disposti verso i cristiani. Tuttavia continuano localmente i processi e le condanne: Policarpo, vescovo di Smirne, subisce il martirio nel 155.
La terza persecuzione avviene al tempo di Marco Aurelio (a.161-180), ottimo imperatore, che vede nel cristianesimo stolta follia [Meditazione XI, 3]. Fra i martiri di questo periodo a Roma, nel 165 l’apologeta Giustino insieme con sei compagni e a Lione, nel 177, il vescovo Fotino, la giovane schiava Blandina ed una cinquantina di cristiani.
Settimio Severo eletto imperatore nel 193, annovera tra le maggiori cariche dello Stato molti cristiani e li protegge dall’odio popolare, ma nel 202, irritato dalle sommosse ebraiche e diffidando anche dei ceti più elevati per il numero crescente di cristiani, emana un editto che vieta la conversione sia al giudaismo che al cristianesimo. La quarta persecuzione fa molte vittime in Egitto e in Africa del nord, dove il cristianesimo si era rapidamente sviluppato. Negli anni successivi
la Chiesa si organizza e penetra sempre più nelle gerarchie dello stato e nella società: «Siamo di ieri e già riempiamo tutto: città, isole, fortezze, municipi, borghi, campi militari, tribù, decurie, corte, senato, foro... Non vi abbiamo lasciato che i templi» [Tert., Apol. XXXVII, 4].
Le dure persecuzioni ordinate da Filippo Arabo, Decio e Diocleziano annoverano fra i martiri il papa Fabiano e Origene. I martiri furono numerosi a Roma, nell'Asia Minore, in Egitto e in Africa.
Con l'avvento di Valeriano (a.253-260) ritornò la pace. Ma quando Macriano, ministro delle finanze, si diede alla ricerca di fondi per continuare la guerra in Oriente, i cristiani furono di nuovo perseguitati e i loro beni confiscati. Nel 258, a Roma papa Sisto II, venne decapitato con quattro suoi diaconi e quattro giorni dopo fu arso vivo il suo diacono Lorenzo; a Utica, in Africa, Cipriano, il grande vescovo di Cartagine, fu decapitato con molti fedeli.
Diocleziano (284-305), negli ultimi tre anni di regno scatenò l’ultima e più dura repressione, indirizzata soprattutto alla distruzione dei testi sacri. Tra le vittime illustri Maurizio e i suoi commilitoni della «Legione Tebana», reclutata nella provincia egiziana della Tebaide, uccisi ad «Agaunum» (St. Maurice, in Svizzera) e in altre città sul Reno.
Nel 324 sale al trono Costantino, e fu il Cristianesimo a trionfare sulle altre religioni.
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