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LA BELLA CHE QUI VENNE

cap.3°
Dove si narra degli amori tra lo scultore capo Tutmosi e la Bella Che Qui Venne.
************************************************************************************L’imbarcazione approdò cinque miglia a valle, in un porto fluviale dove erano ormeggiate barche signorili ornate con baldacchini colorati e stendardi di porpora e oro, ma anche chiatte da trasporto e grandi scafi stranieri che portavano il pregiato legno di cedro dalle lontane alture del Libano.
Sceso a terra senza essere, apparentemente, notato da alcuno, rimase estasiato alla vista di uno dei luoghi più belli che mai furono costruiti al mondo. Immersi in un vasto parco alberato, molti edifici minori circondavano la residenza privata della regina, delimitata da un altissimo muro di cinta. Il portone di ingresso si apriva tra due massicci piloni e dava adito ad un cortile che, al centro, accoglieva un luogo di culto con altari e tavole per le offerte. Un secondo portone si apriva nell’altra estremità del cortile, anch’esso fiancheggiato da due piloni ornati da preziosi geroglifici. Vi era trascritto quasi per intero il grande inno all’Aton - cantico e preghiera - scritto personalmente da Akhenaton, sovrano e sacerdote unico dell’unico dio.
Varcata questa seconda soglia, parve a Tutmosi di trovarsi in un luogo incantato, superiore per bellezza ad ogni possibile fantasia. Era questa la parte segreta ed intima del Palazzo del Nord, luogo fatato ove tutto parlava di poesia e di soave compiacimento dei sensi. Su di un grande quadriportico si affacciavano decine di camere residenziali e di servizio; l’ombra profonda che le proteggeva era ovunque interrotta dai bagliori che l’acqua di una piscina color turchese irradiava, mossa dalla brezza di ponente. Posta al centro del cortile, dai bordi i ritratti statuari dei membri della Casa Reale - quasi tutti opera della bottega di Tutmosi - si specchiavano nel grande ba-cino. Sul lato breve si ergeva imponente un busto monolitico del faraone. In capo cingeva la corona delle Due Terre, e tenendo le braccia incrociate sul petto impugnava le insegne del potere, il pastorale ed il flabello. Sul volto incredibilmente allungato spiccavano le labbra carnose e gli occhi vacui e sognanti. Agli estremi, due piedistalli attendevano le opere che si stavano ultimando nel laboratorio, mentre numerose e delicate figurine delle principesse avevano ormai trovato la collocazione definitiva sui bordi laterali dello specchio d’acqua.
Tutt’intorno era stato impiantato un giardino profumato dai fiori di loto, con alberi di incenso, olivo e terebinto. Completavano tanta delizia il risuonare nell’aria dei canti degli uccelli che svolazzavano nelle voliere e le strida di animali sconosciuti rinchiusi negli stabulari all’esterno della villa.

Assisa su di una poltroncina di legno dorato, la regina giocava a senet(5) con le sue dame. Intenta alla disputa, non rivolse all’ospite nemmeno un cenno. Lanciò con mille gesti scaramantici le quattro tavolette sul piano del tavolino, e si coprì gli occhi con entrambe le meni. Dopo un’eternità si decise a sbirciare tra le dita, ma, quando vide il buon numero che la sorte le aveva assegnato, allineò rapidamente le pedine sulla scacchiera, e prese a battere le mani con gioia infantile:
“Ho vinto! Ho vinto!”
Le dame applaudirono chiocciando da brave cortigiane.
************************************************************************************
Finalmente la sovrana fece mostra di accorgersi del nuovo arrivato.
“Su, presto! Fate accomodare il no-stro ospite, offrite vino, dolci o quanto altro voglia gradire!”
Comparve una ridda di servitori che con comica confusione si affannarono ad eseguire gli ordini. Uno sgabello pieghevole di ebano e cuoio venne immediatamente offerto proprio di fronte alla sovrana, onore solitamente riservato a persone di eccezionale importanza; un’ancella trasse da una cassetta alcune tazze d’argento in foggia di conchiglia e le dispose su di un tavolinetto rotondo; un paggio a sua volta recò un’anfora di pregiato vino dell’Oasi di Kharga. Tutmosi avrebbe dovuto notare con stupore che sul collo dell’anfora era impresso il sigillo di Nefertiti e non quello del sovrano, solitamente con l’indicazione dell’anno di regno, ma in quel momento era ben altro ciò che catturava i suoi pensieri, e che gli era causa di profondo disagio. L’artista era abituato a visitare la corte, il faraone lo conosceva personalmente e gli parlava con famigliarità, ma il trovarsi in un simile luogo, di fronte quella signora che non solo per nobiltà, ma soprattutto per fascino superava ogni altra creatura - per di più colta non nella pompa della regalità ma nell’intimità della sua vita privata – gli provocava una terribile emozione. E’ vero che ad ogni istante riaffiorava il ricordo certamente mai sopito di un abbraccio ormai antico, ma questo non aveva il potere di sciogliere il suo turbamento.
“Vuoi giocare a senet con me, scultore capo Tutmosi? Forse no, giocheremo più tardi. Ti piace la musica?”
“Si, mia signora.”
Nefertiti battè le mani.
”Merit, un po’ di musica e delle danzatrici che intrattengano il nostro ospite!”
Accorsero un giovane efebico e due donne, ciascuno con uno strumento musicale in mano, e quattro danzatrici or-nate unicamente da una cintura dorata. Dopo qualche accordo iniziò un canto d’amore(6).

Mio signore ti accompagno,
fai dolce l’andare verso riva,
verso i fiori di loto.
Fai dolce il discendere nell’acqua
per fare il bagno davanti a te,
Lascio vedere la mia bellezza
In una veste di bisso finissimo,
impregnato nell’essenza odorosa.
Entro nell’acqua con te,
e, per amor tuo, esco tenendo
un pesce rosso.
E’ tranquillo fra le mie dita,
lo depongo sul mio petto.
O mio amato, vieni e guarda.

L’amore dell’amata è
sull’altra sponda:
il fiume è fra di noi,
un coccodrillo è steso sul
banco di sabbia,
ma io discendo nell’acqua,
attraverso la corrente.

Quando vedo che viene l’amato
È felice il mio cuore,
le braccia sono aperte per riceverlo.
E’ gioioso il mio cuore nel petto
Come se questo fosse per sempre
Poiché viene verso di me
Il mio signore.

Quando l’abbraccio
e sono aperte le sue braccia,
sono come uno che fosse
nel paese dei sogni,
come uno asperso di olio odoroso.
Quando la bacio
E le sue labbra sono aperte,
sono ebbro
Anche senza birra.

Così è venuto il tempo
di preparare il letto.
Ancelle, vi dico:
Mettete del bisso per il suo corpo
Un letto per lui di lino regale.
Sta’ attenta di usare della biancheria ricamata,
cosparsa d’essenza profumata.

Ho accarezzato la mia amata
tutto il giorno,
non essermi contraria!
Amata mia, non lo fare,
non fare che aspetti!
Prima della tempesta
non posso domare il mio cavallo
nel suo amore
Non posso, no, tenere le redini
E giaccio riverso sul mio carro.
Il mio cuore è coraggioso sull’onda,
l’acqua è come terraferma peri miei piedi.
E’ il mio amore che mi fa forte,
come se mi avesse incantato.


Nefertiti si alzò e batté le mani. Come se fosse già tutto convenuto, due ancelle le si avvicinarono e le sciolsero la veste che cadde a terra, poi tutti sparirono all’istante.
“Scultore capo Tutmosi, Aton è quasi al tramonto e oramai c’è poca luce per i tuoi disegni!”

Sino a metà della stagione Peret, ossia per cento e più tramonti di Aton, la Bella ricevette nel suo palazzo l’ardente innamorato. Tutmosi alloggiava in una villetta sita nel parco, aveva servitù ed ogni suo desiderio veniva prontamente soddisfatto con la riverenza dovuta ad un alto dignitario. Quasi ogni giorno, nel pomeriggio, un paggio bussava alla sua porta e lo precedeva a palazzo. Seduto all’ombra di un sicomoro attendeva pazientemente, che fossero approntate le seggiole dorate ed i piccoli deschi rotondi sui quali sarebbe stato disposto il cibo.
La Bella compariva preceduta da ondate di profumi inebrianti, vestita di una tunica di lino impalpabile, talvolta candida, talaltra color porpora o verde squillante; la veste era sorretta da un nodo fermato sulla spalla sinistra e la-sciava il seno destro scoperto; ai polsi ed alle caviglie portava bracciali in oro, lapislazzuli e cornalina con scarabei e simboli regali. Non portava copricapo ed i corti capelli erano adorni di nastri colorati; ai piedi calzava leggeri sandali di papiro.
Sui deschi erano posti bocconi di anatra arrosto, pane, dolci di miele e frutti di sicomoro; il vino era servito da un’anfora posta in un canto su di un apposito sostegno, ed era cura di una ragazzina far si che le coppe fossero sempre piene. La regina amava bere:

“Versami ancora vino: vedi, mi piace sino all’ebbrezza!”

Talvolta principiava a cantare con voce profonda ed incerta:

“Io sono con te,
e tu esalti il mio cuore.
Se non ci sono abbracci e carezze,
ogni volta che giungi da me
cosa significa per noi il piacere?
Se desideri carezzare le mie cosce ed il mio seno,
non ti respingerò!
Te ne vuoi andare
Perché sei sazio di cibo?
Sei forse schiavo del tuo ventre?
Prendi il mio petto,
Traboccherà per te il suo contenuto!
E’ splendido il momento di abbracciarci…

L’amore che ho per te
È diffuso nel mio corpo
Come il sale si scioglie nell’acqua,
come il frutto della mandragola s’impregna di profumo,
come il …”

Il canto si smorzava nella stretta delle braccia di Tutmosi.
A notte inoltrata, quando anche l’olio di ricino salato si era esaurito nelle piccole lucerne, lo stesso paggio riaccompagnava l’amante alla sua dimora facendo luce con una fiaccola.

Un giorno, il decimo del secondo mese di Peret, anziché il paggio bussò alla porta Meri-ra in persona. Recava un cofanetto di legno intarsiato, chiuso dal sigillo della regina.
“Sua maestà ti manda queste cose e ti ordina di non tornare a palazzo fin quando sua maestà vorrà.”
Tutmosi rimase sconcertato al punto da non riuscire a replicare parola. Davanti alla porta della sua casa era fermo un carro sul quale i servitori presero a caricare i suoi beni personali. Due guardie con riguardosa fermezza costrinsero lo scultore a prendere posto, poi avviarono il veicolo in direzione contraria allo scorrere del fiume.
Impietrito dallo stupore, l’uomo quasi non si accorse di essere nuovamente a casa, nel suo laboratorio.
Alcuni lavoranti gli corsero incontro, ma egli li congedò con un gesto e rientrò nella sua dimora. La povertà delle camere e degli arredi, il silenzio, l’acre odore della polvere lo richiamarono alla realtà.
Non che si fosse mai illuso di mantenere una relazione stabile con la sovrana, anzi, la ormai lunga frequentazione, che non aveva precedenti, era oggetto dei pettegolezzi di tutto il paese. Tutmosi era preparato da tempo all’addio, ma aveva sperato almeno in una parola, una vaga promessa, un sorriso, una carezza. Si sentiva respinto, congedato come un ospite importuno, offeso nell’orgoglio prima ancora che nei sentimenti.
Bevve una coppa di vino che una serva gli porse e, per la prima volta, considerò il cofanetto consegnatoli dal maggiordomo reale. Era veramente splendido, realizzato con rara maestria in legno pregiato, con incrostazioni di avorio, argento e vetri colorati. Notò con sorpresa che sul coperchio era inciso il suo nome ed il suo rango: “capo scultore Tutmosi”.
“Dunque” pensò “Questo cofanetto è stato predisposto da tempo!”
Il coperchio era fermato da un perno a sua volta legato con una cordicella di canapa recante il sigillo reale. Ruppe il sigillo ed aprì la teca. Conteneva un ostraka con parole scritte in inchiostro rosso, un grande monile in oro, vetri e pietre dure, tanto ampio da coprire il collo, il petto e le spalle, e diversi deben d’oro.
Sul coccio era scritto:
“Nefer-neferu-Aton, possa ella vivere sempre in eterno, Nefertiti, allo scultore capo Tutmosi. Ora hai conosciuta la mia maestà, fammi quindi un nuovo ritratto. Questo è il compenso che la mia maestà ti invia.”

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