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LA BELLA CHE QUI VENNE

cap 6°
Dove si narra di uno dei maggiori capolavori della Storia dell'Arte.
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L’archeologia è, tra le scienze umane, la più arida. In apparenza questo è un controsenso: l’archeologia toglie per quanto può i veli dell’antico, riporta alla nostra conoscenza fatti, usanze, opere che diversamente sarebbero perdute per sempre. Riporta alla luce i simulacri di uomini scomparsi, le loro ossa, i resti della loro potenza e della loro miseria; scopre gli indizi di chi è stato, ha vissuto, ha amato, ha sofferto ed è morto in ere lontane più di quanto la nostra comprensione possa concepire. Queste vestigia le ritroviamo allineate nelle vetrine dei musei, dalle quali guardano indifferenti la gente che sfila dinnanzi a loro; i visitatori si compiacciono della bella fattura, della straordinaria conservazione, forse tentano di immaginare le mani che impugnarono quelle armi o le labbra che bevettero da quelle coppe, ma poi tirano via perché il compito è talmente frustrante che tutto sommato è bene rinunciarvi.
La storia di Nefertiti e della scoperta delle sue vestigia rappresenta una delle poche eccezioni.

Nel 1347 morirono sia Akhenaton che Smenkhara. A quest’ultimo probabilmente appartiene la salma maschile - ma sepolta con insegne da regina e in posizione femminile – ritrovata nella tomba 55 di Tebe, mentre di Akhenaton si è persa ogni traccia. La salma del grande sognatore non era ancora stata sepolta che il clero di Amon-Ra e i grandi politici cercarono addirittura di cancellarne la memoria, abradendo i cartigli dai templi di Karnak e Menfi. Nefertiti aveva 34 anni. Pur abbandonata da tutti, non solo rimase caparbiamente nella sua capitale, ma tentò di conservare il culto del sole. Per far questo, e per tentare di riprendere le redini del potere aveva bisogno di un marito o di un figlio maschio, ma la sorte l’aveva privata e dell’uno e dell’altro. Scrisse nientemeno che a Shuppiluliuma, il potente re degli Ittiti, una lettera di questo tenore:

”Mio marito è morto e non ho figli maschi. La gente dice che tu hai figli adulti. Se me ne mandi uno, diventerà mio consorte, perché non voglio sposare nessuno dei miei sudditi. Dachamunzu”

Dachamunzu in lingua accadica vuol dire ‘regina’. Il re di Chatti rimase sbalordito.
“Da tempo immemorabile non è mai accaduto nulla di simile” è scritto negli annali di Mursilis II, figlio di Shuppiluliuma. Il suo stupore è ampiamente comprensibile, dal momento che aveva appena sconfitto Minatanni e assassinato Tushratta, il padre della regina. Prima di decidere invia in Egitto un plenipotenziario, di nome Chattu-Zitish. La Bella aveva l’acqua alla gola. Mancavano 49 giorni alla data di seppellimento del defunto faraone ed entro quella data occorreva porre sul trono il successore che eseguisse il rito dell’apertura della bocca della mummia del defunto.
Nefertiti cerca di fugare i dubbi del re di Chatti con questa lettera(12):

”Perché dici: cercano di ingannarmi? Se avessi un figlio non avrei certamente scritto a un paese straniero in modo così umiliante per me e per il mio popolo. Voi non mi credete e mi dite queste cose! Colui che fu il mio consorte è morto e non ho figli maschi. Dovrei forse prendere un mio servo e farlo diventare mio marito? Non ho scritto a nessun altro Paese. Soltanto a voi ho scritto. Dicono che hai molti figli. Dammene uno e sarà mio marito, re della Terra del Nilo. Dachamunzu.”

Questa lettera accorata spiega anche le ragioni ‘politiche’ che indussero la Bella a tentare di generare un figlio maschio con le tre gravidanze che con ogni verosimiglianza non vennero dal Consorte.
Shuppiluliuma era oramai l’ultima spiaggia per la Bella. Nessun suddito egizio sarebbe sopravvissuto un giorno alle nozze con la sovrana; il Paese di Mitanni aveva perduto l’antica potenza e Tshratta era morto; gli Ittiti invece erano la potenza emergente e l’Egitto ben difficilmente ne avrebbe provocato la vendetta uccidendo un suo principe. Le cose invece andarono diversamente.
Nella sua reggia di Chatti il re teneva sulle spine Hanis, l’ambasciatore egizio. Le schermaglie oratorie sono fedelmente annotate negli annali: è evidente che Shuppiliuluma avrebbe voluto approfittare del momento di marasma politico dell’Egitto per affermare la sua supremazia sul grande rivale, ma alla fine optò per un ennesimo trattato di eterna amicizia e decise di inviare alla Bella il proprio figlio Zannata. Un ittita sarebbe diventato faraone.
L’ambasciatore Hanis ed il giovane principe non giunsero mai ad Akhetaton. In Siria trovarono ad attenderli sedicenti “uomini e cavalli della regina” che li assassinarono a tradimento. Ovviamente Suppiluliuma corse alle armi e organizzò una spedizione punitiva, ma l’epidemia di peste scoppiata mentre il suo esercito era in Siria condusse a morte il sovrano e l’azione bellica non ebbe seguito.
Cosa accadde in Egitto non è chiaro; sappiamo soltanto che sul trono salì un ragazzo di undici anni di nome Tutankaton. Non fu sposo di Nefertiti, ma della figlia tredicenne Ankhesenpaaton.
Nefertiti, che non era Regina Madre, non ricavò alcun potere da questo matrimonio. Consigliere reggente fu il vecchio Eje, che ben presto fece mutare nei nomi l’Aton con Amon, mentre nell’orizzonte politico sorgeva la stella di un giovane ed abile generale, Horemheb.
Aketaton venne definitivamente abbandonata, le mura di mattoni crudi si sbriciolarono rapidamente al sole del deserto lasciando per i posteri un terreno fertile detto sebech, mentre il materiale durevole fu riutilizzato dai ramessidi nelle loro numerose costruzioni. Il nome dell’ultimo sovrano della XVIII dinastia cadde nell’oblio e fu, ove possibile, grossolanamente cancellato. Il culto dell’Aton tornò ai margini della teologia ufficiale.
Della Bella non seppe più nulla(10).

Non se ne seppe più nulla sino al 1912, quando una campagna di scavi diretta dal professor Ludwig Borchardt di Berlino si imbattè nelle vestigia intatte del laboratorio di uno scultore. Il nome e la qualifica dell’artista ci sono stati tramandati perché incisi su di un frammento di coperchio in avorio rinvenuto nella sua abitazione. Durante i primi scavi un collaboratore, il professor Ranke, si imbatté in un “Busto policromo nella casa 47, grandezza naturale”.
La scoperta venne tenuta rigorosamente segreta. Con un raggiro si elusero i limiti che il permesso di scavo poneva all’esportazione dei reperti e molto materiale fu portato a Berlino. Nascosto nel periodo bellico, si ebbe notizia dei ritrovamenti solo nel 1925. Scoppiò naturalmente una guerra diplomatica tra l’Egitto e la Germania, ma gli eventi non modificarono nulla e il ritratto della Bella rimase a Berlino con la maggior parte delle opere d’arte trovate nel laboratorio di Tutmosi.

La indescrivibile bellezza, il fascino che l’opera di Tutmosi emana rendendo senza tempo un simile capolavoro, han-no fatto si che anche il più arido degli storici e degli archeologi fosse indotto a vedervi qualcosa di diverso dalla solita produzione artistica, anche se di qualità eccezionale.
Questo qualcosa non può essere altro che l’amore, anzi il travaglio della passione. S. Donadoni scrive che “la delicata bellezza del volto ha forse messo in secondo piano il più profondo valore sperimentale dell’opera, protesa a rendere, attraverso l’effetto luministico del modellato e del colore, l’interiorità del personaggio”. Non pare accettabile una simile definizione per un’opera che non ha precedenti e nemmeno esempi posteriori se non in Leonardo.
Comunque siano andate veramente le cose tra lo scultore e la Bella, è certo che un rapporto, magari solo profes-sionale e di sudditanza c’è stato. Ma l’interiorità che il ritratto esprime non è tanto del personaggio raffigurato quanto dell’artista che vi ha espresso i propri sentimenti; è la risposta di un uomo al fascino, al profumo del femminino da cui la sua anima è stata permeata e anche duramente ferita.
Chi ritenesse oltraggioso nei confronti della regina ipotizzare un amore non protocollare, sappia che si hanno sufficienti indizi per ritenere che Nefer-Neferu-Aton Nefertiti sia stata una dama non certo tra le più irreprensibili. Il processo e la condanna dell’infelice Umu-hank-o, colpevole di aver molestato la sovrana(14), adombra piuttosto il capriccio di una donna potente che si liberava dei suoi amanti quando diventavano scomodi o semplicemente ne era sazia.
Il fascino del ritratto è accresciuto, se mai fosse possibile, da un altro mistero, la mancanza dell’occhio sinistro. L’occhio sinistro della Bella non manca perché perduto o danneggiato, come inizialmente si è supposto. Semplicemente non è mai stato fatto.
Pochi colpi di pennello mancanti che raccontano un intero romanzo. Perché l’artista non finì l’opera proprio in quel particolare così appariscente?
Per non consegnarla mai, per celarla agli occhi altrui in quanto incompleta, per vendetta di un amore contrastato e deluso? Non lo sapremo mai. Quel che è certo che il sorriso della Bella, come quello della Gioconda, è stato realizzato non dalle mani dell’artista ma dal suo cuore. È un canto d’amore, di gioia, di dolore che affascina e stupisce. Fa sentire noi struggentemente partecipi della storia di un uomo e di una donna, che ci è giunta come per miracolo intatta dalle sabbie del deserto ove è stata custodita per tremilatrecento anni.

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