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LA BELLA CHE QUI VENNE

cap.4°
Dove si fa qualche cenno di storia dell'Antico Egitto.
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Chi era “Neferneferu-Aton Nefertiti, gradevole a vedersi, Bella con le Due Piume, Signora di Gioia, dispensatrice di grazia, che dona felicità a chi ode la sua voce”?

Prima di rispondere a questa più che legittima domanda, prego i lettori di voler sopportare un brevissimo cenno sulla storia del grande Paese del Nilo e su quanto era accaduto nei secoli che precedettero l’epoca della nostra storia.

Tempo sprecato, mi si dirà: chi non conosce l’Egitto? Le piramidi, i faraoni, le mummie, Cleopatra, Song e Lumière e l’Aida nel tempio di Luxor…
Il guaio è che la sua epoca è talmente vasta e lontana da farci perdere, per così dire, la tridimensionalità. Per molti degli osservatori nostrani la storia, l’arte e la cultura dell’Egitto classico si compattano come i vari piani di una radiografia e si è portati, di conseguenza, a considerare l’enorme arco temporale della sua storia attraverso il filtro di immutabili stereotipi. Proviamo a richiamare alla mente la differenza – di tempo, intendo – che passa tra le piramidi di Giza e la straordinaria statua di Ramsete secondo che il Museo di Torino espone orgogliosamente nell’atrio. Quanto? La bellezza di mille-trecento anni, pressappoco lo stesso tempo che separa noi da Carlo Magno! E tra quel bel sovrano con le guance paffute e la bocca sorridente, e la nascita di Cristo? Altri milleduecento anni. E’ vero che i moduli espressivi utilizzati dagli Egizi variarono di poco nelle varie epoche: il grande Winkelmann si stupiva che un popolo così grande non si fosse evoluto nel corso di duemila anni. Naturalmente non è vero. E’ come se la nostra civiltà italica venisse giudicata dai caratteri latini della scrittura e non dai contenuti. Oggi sappiamo che gli abitanti della valle del Nilo non si sono limitati, nel corso della loro storia, a scavare tombe e ad impacchettare cada-veri di umani, gatti, ibis e coccodrilli.
Per poco che ne approfondiamo la conoscenza, scopriamo, non senza sorpresa, che il pensiero, l’etica, l’arte e perfino certi aspetti religiosi degli antichi Egizi sono straordinariamente affini ai nostri. E’ sufficiente scostare anche di poco il velo di quei moduli espressivi cui abbiamo fatto cenno. Nella valle del Nilo vissero donne e uomini non certo dissimili da noi per genio, sentimenti privati e passioni politiche, e tali erano anche gli abitanti degli altri paesi che li guardavano in cagnesco.
I Niloti erano guardati in cagnesco perché erano ricchi e potenti, pretendevano tributi in cambio di ‘protezione’ e organizzavano spesso spedizioni punitive con il pretesto di proteggere le frontiere. Naturalmente non gli andò sempre bene, ebbero momenti di splendore e di dominio intercalati a lunghi momenti di abbandono e di disfatta, come tutte le genti che vissero sulla terra in ogni tempo.
Ecco dunque un po’ di storia.

Dicevamo degli alti e bassi. Ascoltate cosa ha lasciato scritto un certo Ipu-ur di Menfi, circa il 2100 avanti Cristo (Papiro di Leida 344r):

”I trasgressori della legge sono ovunque. Nessuno degli uomini di ieri è rimasto. La gente esce ad arare armata. C’è chi percuote a morte il fratello, il figlio della propria madre. Malfattori si nascondono nei cespugli in attesa del viandante sorpreso dalla notte per derubarlo del suo bagaglio. Il ladro è possessore di ricchezze (-) Chi non possedeva niente è diventato ricco. I poveri si rallegrano. Ogni città dice: sopprimiamo i potenti che sono fra noi. Chi non possedeva neppure una coppia di buoi oggi è padrone di una mandria, chi aveva ricche vesti ora va in stracci. Oro e lapislazzuli, argento e turchesi pendono dal collo delle schiave. Le schiave non tengono più a freno la lingua. Quando parla la padrona, i servi ne provano molestia. I bimbi dei principi sono sbattuti contro i muri.”

Non c’è che dire, sembra proprio una miscela di rivoluzione francese e ottobre rosso.


Cos’era accaduto?
Da un bel po’ di secoli, una decina per l’esattezza, per opera di un faraone di nome Narmer, il Paese era riuscito a trovare quell’unità politica e religiosa che non era mai stata il suo forte.
Avevano così trovato termine le faide tribali del periodo predinastico, ed in seno alla società egizia si era costituita una struttura gerarchica molto rigida, simile - tanto per farcene un’idea - a quella russa degli zar: un popolo non propriamente di schiavi, ma di servitori contenti di esserlo. La plebe lavorava sodo, producendo di che mantenere i vari gradi del ceto borghese, i nobili, gli ecclesiastici, tutti a loro volta deputati a servire l’unico vero essere divino in terra, il sovrano. Era costui la garanzia che tutto avrebbe continuato ad andare bene, che il sole sarebbe sorto tutte le mattine, che il Nilo ogni anno avrebbe inondato i campi con il suo limo benefico. Perché? Per il fatto che, dopo la morte, il re sarebbe entrato a far parte degli dei, nella costellazione delle stelle fisse - le circumpolari, quelle che non tramontano mai - da dove avrebbe continuato ad intercedere per il suo popolo. Un po’ come i primi Santi della nostra religione, appunto. Per far questo era però necessario che il suo ka, tornando di tanto in tanto sulla terra, potesse ritrovare la sua materia inalterata e ‘viva’ al punto da poter ascoltare le invocazioni della gente. Ecco quindi che un intero popolo, alternando il lavoro nei campi od il servizio militare con quello edilizio, si ingegnava di costruire, per ogni nuovo regnante, le ‘dimore per l’eternità’, le tombe reali sempre più grandi e ricche.
E le ricchezze sepolte con il faraone? Semplice: il faraone è un dio, gli dei sono immortali, il faraone – immortale anch’egli - deve continuare a vivere nel medesimo, se non maggiore, lusso che lo aveva circondato nella sua vita terrena.
Il concetto della divinità del sovrano non era una esclusività della valle del Nilo. Molti re mesopotamici, più o meno nella stessa epoca, furono sepolti con decine di dame ingioiellate, guerrieri, cavalli e carri (e forse con la consorte) destinati ad accompagnarli nell’aldilà. I resoconti degli scavi di L. Woolley sono a dir poco raccapriccianti. Nulla di tutto ciò in Egitto: qui i sudditi offrirono al defunto le proprie fatiche ma non la propria vita.
Dalle severe màstabe (màstaba non è una parola egizia ma araba e significa tavola) delle prime due dinastie si passò alla prima grande costruzione in pietra, la piramide a gradini di Saqqara del re Djoser, costruita in pratica sovrapponendo alla tomba ipogea, oltre al parallelepipedo tradizionale, altri cinque piani rientranti(7).
Per far questo non era possibile continuare ad usare il mattone crudo ottenuto impastando il fango del fiume e facendolo essiccare al sole, ma occorreva qualcosa di più solido. Ecco il ricorso alla pietra semilavorata. L’entusiasmo degli egizi non ebbe più limiti. Lavorando come dei pazzi e mettendo in campo una tecnologia ancora oggi sconosciuta, costruirono quei monumenti che continuano a lasciare a bocca aperta chiunque li osservi.
Le piramidi edificate prima della catastrofe politica cui si è fatto cenno, ossia in quel periodo che viene detto Antico Regno (alle quali si devono aggiungere quelle costruite nel Medio Regno) sono una ottantina. Di gran parte di esse rimangono solamente le complesse strutture ipogee e cumuli di macerie leggibili solo dagli studiosi, e nessuna ha restituito tracce se non infinitesimali dei suoi sepolti. Qualcuna crollò per errori di progettazione, altre non furono mai completate per motivi a noi sconosciuti; tutte, senza eccezioni, pur essendo state progettate come delle autentiche fortezze e dotate di ogni accorgimento antintrusione, furono violate e saccheggiate già in antico. Le loro imponenti dimensioni (anche le più recenti misurano mediamente cento metri di lato alla base ed un’ottantina al vertice), la perizia e gli accorgimenti con cui furono costruite nulla poterono contro gli antichi predatori, contro i terremoti e contro la più recente e sistematica demolizione praticata dagli abitanti locali, che se ne servirono come cava per almeno quindici secoli. Con le loro pietre vennero costruiti i villaggi arabi tuttora esistenti, e le pregiate tavole di calcare fino di Tura finìrono nelle fornaci per ottenere calcina. Sic transit…
Il culto del faraone durò oltre un millennio, poi perse parte delle connotazioni assolutistiche che ne avevano caratterizzato la storia. La sua vacuità apparve evidente anche in antico (Papiro Harris 500, British Museum):
Periscono le generazioni e passano
Altre stanno al loro posto, dal tempo degli antenati:
i re che esistettero un tempo
riposano nelle loro piramidi
sono seppelliti nelle loro tombe
i nobili e i glorificati egualmente.
Quelli che hanno costruito edifici
Di cui le sedi più non esistono
Cosa è avvenuto di loro?
Ho udito le parole
Di Imhotep e di Hergedef
Che moltissimo sono citati nei loro detti.
Che cosa sono divenute
Le loro costruzioni?
I muri sono caduti
Le loro sedi non ci sono più
Come se mai fossero esistite.
Nessuno viene di là,
Che ci dica la loro condizione,
Che riferisca i loro bisogni,
Che tranquillizzi il nostro cuore,
finché giungiamo a quel luogo
dove sono andati essi.
Dopo i grandi Djioser(8), Neferkare, Cheope, Chefren, Menkaure, Snofru che tutti conoscono, gradualmente l’identificazione della divinità passò dal faraone all’astro che ogni giorno brillava nel cielo: il sole. In suo onore venne fondata una nuova capitale - Menfi o, per i Greci, Heliopolis – nel territorio dove oggi si estende la periferia sud-est del Cairo. Di essa non rimane traccia. Anziché pregare nelle cappelle funerarie dei sovrani defunti, si eressero i templi solari, caratterizzati da tozzi obelischi al centro di grandi spiazzi aperti. Il faraone rimase pur sempre l’emblema dell’unità e della potenza del Paese, ma, fatalmente, il potere cominciò a scemare dalle sue mani per travasarsi in quelle del clero; si formò una classe di burocrati di professione, si distribuirono privilegi ed autonomie amministrative che condussero in breve alla dissoluzione del potere centrale. L’epoca seguente, destinata a durare quasi due secoli, viene detta dagli studiosi ‘Primo Periodo Intermedio’.
In quel tempo regnarono i faraoni delle dinastie dalla VII alla XI, ma di essi sono rimaste tracce quanto mai esili. Manetone, autore di un prezioso compendio di storia egizia, parla addirittura di cinquanta faraoni in cinquanta giorni. Fu un’epoca di povertà, disordini politici e sociali, caratterizzata da lotte intestine e grande anarchia. L’Egitto si frammentò in tanti piccoli regni perennemente in lotta con i confinanti.
Due elementi scaturiti in quegli anni hanno segnato profondamente la civiltà egiziana, non solo materialmente per i danni e le distruzioni, ma soprattutto intellettualmente e ideologicamente. Uno fu la concezione fondamentalmente pessimistica della vita che diventerà un tema ricorrente nel mondo letterario, l'altra l’evoluzione delle credenza nell’aldilà: il destino celeste dopo la morte, un tempo privilegio esclusivo del faraone, venne preteso anche dai privati cittadini, purché in grado di sostenere le spese per l’imbalsamazione e la sepoltura.
Chi non ricorda che l’unità d’Italia, dopo secoli di frammentazione e dominio straniero, partì da un modesto e rozzo ducato di nome Piemonte?
In Egitto, quattromila anni fa, accadde la stessa cosa.
In una città di nome Tebe regnava una stirpe di nomarchi che si chiamavano Inytef di padre in figlio. Questi, approfittando del caos politico del Paese, acquisirono il potere al sud, dall’attuale Luxor sino alla prima cataratta. Non ebbero vita facile. Altri potenti mossero loro guerra e spesso li sconfissero, ma a forza di trattati e alleanze riuscirono a sopravvivere, finché qualcuno riuscì a farsi proclamare re. Ancora guerre e guerricciole, ma alla fine, subentrata la XII dinastia, Amenofi I e soprattutto il grande Sesostri I inaugurarono un’epoca di prosperità e pace, il ‘Medio Regno’, destinata a durare quattro secoli.

Poi si tornò daccapo, con la frantumazione del territorio e le lotte per il potere. Nel giro di cinquant’anni si avvicendarono sul trono una trentina di re di tutte le estrazioni, finché giunsero i castigamatti a porre fine a tanto scempio. Furono costoro gli Hyksos, i pastori, gente che spesso immigrava pacificamente in Egitto stabilendosi nel delta, zona poco gradita agli indigeni. Questa volta però giunsero in forze e per di più potentemente armati. Avevano archi a lunga gittata, corazze e soprattutto il carro da guerra trainato da due cavalli. Gli Egiziani si sottomisero, pare, senza colpo ferire. Ecco il II Periodo Intermedio, durato anch’esso un secolo e mezzo (sembra un niente, vero? Invece è il tempo che separa noi dalla proclamazione dell’Unità d’Italia!). Forse la storia del biblico Giuseppe c’entra con questa epoca di gestione straniera.
Fu ancora una volta la gente di Tebe a preparare la liberazione. Un certo Kamose lancia l’ultimatum (tavolette di Carnavon):
”Ditemi dunque – dice rivolto ai suoi ufficiali – a che serve la mia forza: un re regna ad Avari, un altro in Nubia e io devo condividere un regno con un asiatico e un etiope. Lotterò contro di lui fino a squarciargli il ventre”.
La scure di guerra – non è un modo di dire: veramente nel suo sepolcro vennero trovate molte armi, tra cui le lame di due scuri da guerra - dissotterrata da Kamose venne impugnata dal figlio Ahmose che cacciò gli stranieri e riunificò l’Egitto. Siamo nel 1575, inizia il ‘Nuovo Regno’, destinato ad assicurare potenza e prosperità – qualche nome a caso: Amenofi III, Tutmosi II, Ramsete II - per cinque secoli.
Nota archeologica: a quell’epoca, oramai, non esisteva in tutto l’Egitto una sola tomba reale che fosse rimasta inviolata.
Questo è il tempo in cui si svolge la nostra storia.
Seguirà la Bassa Epoca, con una nuova divisione dello stato, il prevalere delle autonomie locali, gli Assiri che non vedevano l’ora di visitare il Paese del Nilo. Ciononostante avvengono grandi fatti: si inizia a scavare un canale di collegamento tra il Nilo e il golfo di Suez, qualcuno riesce a circumnavigare l’Africa, compare il ferro, ma è la fine. Cambise II riduce l’Egitto a provincia persiana. Poi arriva Alessandro Magno: Greci ed Ebrei dominano l’economia e la cultura del Paese, quelli che un tempo si definivano orgogliosamente gli ‘Uomini’ contano meno della scopa dietro l’uscio. Sul trono salgono i Tolomei, ma ben presto a comandare subentrano i Romani. Con Cleopatra Seconda ogni parvenza di potere autoctono si estingue e pochi anni dopo solamente qualche sacerdote è in grado di leggere i geroglifici.
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Ma sull’Egitto non cadde l’oblio. Al fascino della sua storia e della sua arte si aggiunse il mistero. La sua sapienza divenne leggendaria, le sue opere d’arte arricchirono le città europee, i corpi dei suoi defunti e gli oggetti ad essi appartenuti, frutto di rapine durate secoli, riempirono i musei di tutto il mondo. Dal tempo di Napoleone la produzione letteraria sul Paese del Nilo, scientifica e non, è in continuo aumento, le mostre attirano un numero crescente di visitatori, la ‘voglia’ di Egitto è inestinguibile.
Noi, aggiungendo al sapere un po’ di fantasia o, come scrive un severo studioso, di ‘archeopettegolezzo’, ci stiamo dilettando con una storia che potrebbe essere accaduta nella metà circa del XIV secolo a.C. Di quanto stiamo scrivendo, tuttavia, l’unica cosa non documentata sono i baci dei due innamorati: ma dal momento che i baci degli innamorati, ancorché solamente sognati, sono comunque veri, ecco che la nostra storia diventa comunque vera, perché anche nel XIV secolo a.C. ci si amava, eccome!

Siamo dunque nel 1366. Neb-Maat-Ra, conosciuto nella storia col nome greco di Amenofi III siede sul trono dell’Alto e del Basso Egitto oramai da 36 anni. Su di uno scarabeo celebrativo è detto:

“…la maestà di Horus, Toro vigoroso che appare come Maat, le Due Signore, Colui che stabilisce le leggi e fa che le Due Terre siano in pace, Horus d’Oro, Forte di Braccio quando sconfigge gli Asiatici, Re dell’Alto e del Basso Egitto, Signore della verità come Re, Figlio di Re, Amon è soddisfatto, Signore di Tebe al quale è data lunga vita… sovrano vittorioso il cui confine meridionale è a Karoy e il confine settentrionale a Naharina”.

Era figlio di Tutmosi IV e della Grande Sposa Reale Mut-em-wija. Il racconto del concepimento e della nascita del futuro faraone è ancora leggibile in una serie di raffigurazioni presenti in un ambiente del tempio di Luxor - detto appunto ‘la stanza della nascita’ - sito vicino al sacrario di Amon. Vi è raffigurato il dio Khnum che, seduto di fronte alla dea Iside, modella su di un tornio da vasaio una figura e dice: “Tu sarai re d’Egitto, signore del deserto, tutte le terre ti apparterranno, i nove archi (gli stranieri) saranno sotto i tuoi sandali, sarà tuo il trono”. In altra raffigurazione il dio Thot annuncia a Mut-em-wija la prossima maternità; in altra ancora Amon stesso lo elegge sovrano dicendo: “Vieni in pace, figlio della mia razza; io ti ho concesso di avere milioni di anni come il sole”. Asceso al trono all’età di otto anni in seguito alla morte del padre, aveva ereditato un paese prospero e felice, potente, rispettato e in pace con i tradizionali nemici, il regno di Mitanni e quello degli Ittiti. La Grande Sposa Reale fu Tiye, figlia di Yuia e di Tuia (i loro sepolcri sono giunti fino a noi intatti), che gli diede due figli e quattro figlie. Ebbe, naturalmente, molte spose secondarie e concubine, e contrasse altri matrimoni che definiremmo ‘politici’.
Il primo fu con una figlia di Kadashman-Enlil re di Babilonia: “Quanto alla fanciulla, mia figlia, che mi hai scritto di voler sposare, la giovinetta ora è cresciuta ed è in età di matrimonio. Manda a prenderla”.
Il secondo lo contrasse con Gilu-Kheba, figlia di Shuttarna di Mitanni che, pare, fosse bellissima: “Meravigliosa condotta a sua maestà – Vita, forza, Salute – Ky-r-gy-p (Gilu-Kheba) la figlia del capo di Naharina, Shuttarna; e il corteo delle sue donne: 317 persone”. Così è scritto sugli scarabei emessi per celebrare l’avvenimento.
Nel 1381 nasce il futuro Amenofi IV, l’Akenaton.
Le imprese matrimoniali del faraone non hanno ancora termine. Nel 1373 Amenofi III sposa, probabilmente per ragioni rituali a noi sconosciute, la propria figlia Satamon, da cui ebbe figli.
Nel 1369 nasce Baketamon, che andrà sposa a Tutankamen.
Nel 1366 Amenofi III, pur gravemente tormentato dalle malattie (la salma è quella di un uomo obeso, affetto da una grave artrite e da ascessi dentari che dovettero arrecargli molti dolori) riceve in sposa Taduchipa, figlia di Tushratta re di Mitanni, che gli invia anche una statua della dea Ishtar capace di compiere miracolose guarigioni..
Nel 1364 Amenofi III muore a Tebe (oggi Luxor) dopo 44 anni di regno. L’erede al trono avrebbe dovuto essere il figlio maggiore Tutmosi, di cui si ha qualche traccia e per il quale non si può ipotizzare altro che una morte prematura. Di fatto tocca a Nefer-Kheperu-ra cingere la duplice corona con il nome di Amenofi IV.

Taduchipa era giunta a Tebe nel suo diciassettesimo anno di vita accompagnata da una sontuosa corte di dame e guardie del corpo: gli annali ci dicono che aveva al seguito due grandi balie, due bambinaie, dieci paggi particolari (!?), trenta cameriere, trenta schiavi e cento ancelle.
Non sappiamo quale livello di sontuosità avesse la reggia di suo padre, ma certamente non avrà potuto non meravigliarsi per la bellezza e l’imponenza del palazzo ‘dipinto‘ di
Sito sulla riva sinistra del Nilo, in opposizione ai grandi templi di Karnak e Luxor, aveva una superficie di 22 ettari e comprendeva, oltre alla zona residenziale pubblica e privata, un vasto complesso di edifici amministrativi, botteghe artigiane, caserme e magazzini. Esisteva inoltre un palazzo privato della regina Teje, moglie di Amenofi III e un tempio dedicato ad Amon-Ra. Tutti gli edifici erano costruiti in mattoni fabbricati con un impasto di fango e paglia ed essiccati al sole, con i soffitti sostenuti da travature in legno; le pareti degli appartamenti privati erano decorate con fiori, paesaggi palustri e animali, mentre quelle delle sale ufficiali mostravano scene di guerra, di uccisione rituale dei prigionieri ed emblemi della regalità egizia, quali il falco e l’ureo.
Ovunque erano vasi in maiolica azzurra o ceramica dipinta, statue regali policrome ed una fantasmagoria di stendardi e bandiere dai colori vivaci.

Taduchipa, come s’è detto, era figlia di Tushratta e di Juni, i sovrani di Mitanni, il cui regno occupava gran parte dell’attuale Siria e la parte nord della Mesopotamia. Le dispute, anche militari, per il controllo dell’Asia Anteriore tra Mitanni ed Egitto in passato erano state acerrime, ma il pericolo incombente ora veniva per entrambi dalla nascente potenza degli Ittiti. Naturalmente Mitanni era il più esposto, quindi dopo la conquista del grande Tutmosi III, dovette rassegnarsi ad accettare la protezione dell’Egitto. A suggello dei vari trattati il faraone chiese in moglie una principessa Mitanni. Tushratta tergiversò parecchio, perché esigeva che alla figlia fosse assegnato il rango di “Grande Sposa Reale e Signora dell’Egitto”, poi accettò in cambio di cospicue donazioni: “…consegnerò la moglie di mio fratello, la regina d’Egitto, e lei sarà condotta a mio fratello, allora Khanigalbat e Egitto vivranno in pace”.
Quando Taduchipa giunse in Egitto dovette provocare con la sua bellezza una grande impressione, dal momento che venne immediatamente soprannominata Nefertiti, ossia la ‘Bella che qui venne’.
L’unica cosa che sappiamo del suo matrimonio con il vecchio sovrano è che probabilmente ha avuto il gradimento della Sposa Reale Teje. Lo proverebbero le raffigurazioni nel palazzo di Tebe ove le due dame compaiono insieme ed in atteggiamento amichevole.
Scomparso Amenofi III, la giovane vedova ora diciannovenne andò immediatamente sposa al nuovo faraone, che in quel tempo aveva 14 anni. Dal connubio nacquero tre figlie nei tre anni successivi. I nomi delle principesse furono Meritaton (1362), Maketaton (1361) e Ankhesempaton (1360).
Nel 1360 avviene uno dei più stupefacenti episodi della storia non solo del Paese delle Piramidi: il sovrano manifesta apertamente il suo rifiuto al culto di Amon e di tutte le altre divinità dell’empireo egizio. Proclama unico vero ed universale dio Aton, fisicamente identificato nel disco solare, e proclama altresì come unico pontefice se stesso con la propria famiglia. Secondo la sua concezione teologica il popolo avrebbe dovuto adorare il faraone(9), ed il faraone sarebbe stato l’intermediario con dio.
Questa autentica rivoluzione non solo poneva fuori causa la potente casta sacerdotale di Amon e tutti gli dei che imperavano nel paese del Nilo da millenni, ma li dichiarava inesistenti: aveva così origine la prima religione monoteistica e universale della storia umana. Non vi furono comunque traumi e tutto il mondo politico si inchinò ossequiente al volere del sovrano.
Il faraone decise di costruire per Aton una nuova città ed un nuovo tempio, in un luogo mai abitato prima. Sorse così, come già sappiamo, Akhe-taton. Venne replicato lo stile di Malqatta, il luogo ai margini del deserto ove Amenofi III aveva costruito la sua reggia e dove la corte del giovane faraone aveva risieduto per i primi quattro anni di regno, ma senza alcuna connotazione militaresca. Akhenaton era un mistico ed un poeta, amava la musica e la natura ed odiava la guerra e la caccia. Il suo inno all’Aton è oggi posto agli stessi livelli di poesia del Cantico di san Francesco e del Salmo 104.
Il popolo lo seguì con ammirevole fedeltà. Furono immediatamente erette le stele di confine e appena due anni dopo (1358) la coppia di sovrani poté visitare il cantiere.
L’anno successivo (1357) la corte prese domicilio nella nuova capitale e poco dopo avvenne l’inaugurazione ufficiale. Nello stesso tempo Nefertiti diede alla luce la quarta figlia, Nefer-Neferuaton Tasherit.
Le numerose raffigurazioni della coppia reale giunte fino a noi mostrano un amore coniugale a dir poco idilliaco, dimostrato pubblicamente con un verismo senza precedenti. I sovrani sono ritratti addirittura nell’atto di baciarsi - oltretutto in pubblico e su di un cocchio in corsa - oppure nell’intimità della famiglia, nell’atto di mangiare o bere, con le figlie che giocano tra le gambe dei genitori.

Il rimarcare ossessivamente tanto idillio sembra quasi voler coprire una situazione sentimentale opposta, e le prove in tal senso parrebbero non mancare. Oltretutto al faraone sta accadendo qualcosa di raccapricciante. La sua figura si deforma in modo orribile. Il volto diventa straordinariamente allungato, con le labbra pendule; il cranio si dilata come nell’idrocefalia, l’addome diventa espanso, i fianchi e le cosce si ricoprono di un mostruoso strato di adipe o di edema linfatico mentre le braccia e le gambe appaiono sempre più esili. Le raffigurazioni rimarcano anche una evidente ginecomastia, e nei ritratti in nudità non v’è traccia di organi genitali. Gli scultori reali, forse per ordine dello stesso faraone, hanno documentato con impressionante reali-smo questa trasformazione, che oggi chiama a consulto la medicina moderna. Alcuni studiosi parlano di sindrome di Frölich o sindrome adiposo-genitale, altri di sindrome di Marfan, che determina gravi alterazioni del tessuto connettivo. Comunque sia, è probabile che la malattia abbia determinato in breve tempo la comparsa delle deformità descritte, l’involuzione genitale e manifestazioni inconsuete del carattere. Ecco che le rappresentazioni di straordinario affetto coniugale, come in questa raffigurazione tratta dalla tomba del visir Ahmose ove i coniugi paiono nell’atto di baciarsi, sarebbero servite – tra l’altro - a coprire la mancanza di un ipet (l’harem), da sempre orgoglio di ogni faraone, il “Toro possente”(10).

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