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LA BELLA CHE QUI VENNE

cap. 2°
Dove si presenta la Bella Che Qui Venne
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In altra parte della città, nel suo palazzo sito quattromila passi a settentrione del laboratorio, una giovane donna dormiva sola, in piccolo letto di legno intarsiato di avorio e pietre dure. Giaceva su di un morbido materasso di tela bianca imbottito di pelo di capra, il corpo nudo protetto dagli insetti da una cortina di velo di lino. Era “Nefer-Neferu-Aton Nefertiti, la Bella che qui venne, la Grande Sposa Reale di Nefer-kheperura Wa-en-ra, il re dell’Altro e Basso Egitto, che vive nella Verità, figlio di Re, che di verità vive, signore delle Corone, possa egli vivere a lungo”.
Risvegliata dal profumo della mirra e dalle voci delle sue ancelle, la sovrana aprì gli occhi. Subito una finestra venne disoscurata e la luce di Aton invase la camera da letto. La Bella, con un gesto tipicamente infantile, si stropicciò gli occhi e ristette qualche tempo accoccolata sul letto, come se stesse pensando a chissà quale chimera. Bevve da una tazza d’oro un sorso di succo di frutta, poi, come colta da un’improvvisa decisione, balzò dal letto e si lasciò condurre nella camera attigua.
Era questa ciò che noi chiamiamo il ‘servizio’, al centro del quale, su di un piedistallo di marmo, troneggiava una vasca di alabastro translucido, già pronta ad accogliere la Bella per il bagno. La regina si immerse nell’acqua tiepida e assaporò a lungo il piacere offerto dalle essenze profumate. Dopo le abluzioni prese cura dei suoi denti masticando un ramoscello di salice che una servetta le porse, per sfregarli poi energicamente con polvere di natron. Era quello il modo migliore di preservarne l’integrità ed il candore. Si prestò quindi alle elaborate cerimonie della cosmesi.
Due ragazze armate di pinzette e raschietti si occuparono delle unghie delle mani e dei piedi che tinsero in rosso con l’hennè, mentre altre presero a frizionare la sua pelle con unguenti profumati di olibano e terebinto. Su di una specie di tavolozza altre ancora mescolavano il ‘khol’, o bistro nero, e il verde della malachite per truccare gli occhi.
Dopo il bagno la regina non aveva alcuna necessità di vestirsi, e poteva aggirasi nuda per il palazzo, così come nude erano le serventi più giovani e le sue figlie, perché a quel tempo l’esposizione del corpo non violava alcuna regola di decenza, ma quella mattina ordinò alle ancelle di vestirla. Costoro le posero in capo, sui corti capelli, una parrucca priva di ornamenti perché non era giorno di cerimonie e scelsero un abito di mussola trasparente(3) con ricami in oro. Cinsero la vita con una cintura in oro e vetri colorati e ornarono il collo con un monile di pietre dure; calzarono infine i piedi con sandali di fibra di papiro allacciati alla caviglia.
Così abbigliata, la regina - aveva in quel tempo ventisette anni - passò dalle sue stanze al cortile del tempio. Da qui era possibile uscire sulla via principale, la Strada del Re, dove era stato approntato il suo splendido cocchio(4) di giunco ed elettro. Nefertiti era un’abile auriga, nelle cerimonie spesso seguiva il corteo guidando di sua mano la pariglia di cavalli, e l’esercizio la divertiva moltissimo.
Balzò sul leggerissimo veicolo e con uno strattone delle redini fece impennare i cavalli, mentre uno staffiere prese posto alle sue spalle impugnando fermamente le due maniglie del bordo di vimini, a protezione dal pericolo di cadute accidentali. Nefertiti percorse a piccolo trotto il grande viale in direzione sud, accettando con benevolo compiacimento gli omaggi della gente prostrata al suo passaggio in segno di deferenza. La sovrana poteva liberamente e senza alcun pericolo recarsi ovunque volesse senza scorta: mai alcuna mente avrebbe osato macchinare ai danni della Grande Consorte del dio .
Il cocchio superò i quartieri di settentrione e l’immenso palazzo reale; si addentrò quindi tra le ville e le fattorie della città meridionale, per svoltare poco dopo nella via del Sacerdote, in fondo alla quale era il laboratorio di Tutmosi.
L’ingresso dell’augusta signora nel cortile non suscitò stupore, perché le visite improvvisate della sovrana erano tutt’altro che rare, però i presenti corsero ad inginocchiarsi al suo cospetto, segno non solo di sudditanza ma soprattutto di devota ammirazione.
La regina balzò dal carro ancora in corsa, mentre il palafreniere, avvezzo alle esibizioni della sua padrona, si impadronì delle redini per fermare l’aire degli animali.
Tutmosi si presentò sulla soglia del suo studio e si limitò ad un semplice segno di riverenza. Fu la signora a parlare per prima.
“Salute a te, scultore capo Tutmosi.”
“Salute a te, Neferneferu-Aton Nefertiti”
La regina entrò nello studio. Alcuni inservienti si precipitarono ad offrirle una bellissima sedia di legno di sicomoro ed ebano con intarsi in avorio e bronzo, probabilmente tenuta pronta per simili occasioni, sulla quale sedette in modo volutamente compunto. Sorrise poi con aria ipocrita osservando l’espressione dello scultore ed il disagio che gli stava fiorendo sul volto.
“Dunque, scultore capo Tutmosi, mi è giunta voce che stai lavorando a certi miei ritratti. Vuoi mostrarmeli?”
Tutmosi, sentendosi chiamare con l’appellativo della professione, si scosse. Stizzito, rispose:
“Ecco i tuoi ritratti, regina. Sono quelli che il Signore dei due Paesi mi ha comandato. Stanno per essere terminati. Questo in particolare, in quarzo rosa, sarà unito a qual torso in granito rosso che vedi laggiù, e…”
“Il torso l’hai scolpito tu?
“No, signora, è opera di Innei, il mio migliore allievo “
”E come può aver fatto il mio corpo , questo Innei, se non lo conosce? Avresti dovuto scolpirlo tu, che hai potuto disegnarlo... dal vero.”
Ridendo sfrontatamente Nefertiti si alzò e si accostò al basso piedistallo sul quale brillava in tutta la sua perfezione la scultura in quarzite rosa che i lavo-ranti avevano appena terminato di levigare. Raffigurava la sua persona posta in splendido risalto sotto le trasparenze di una tunica di bisso a piccole pieghe regolari e ad andamento spirale, che conferivano alle rotondità dei fianchi una sorprendente eleganza. L’attenzione della regina fu quindi attratta da una lastra di quarzite bionda addossata alla parete, su cui era scolpito in alto rilievo l’identico corpo, ma nudo, come in atto di avvolgersi in un mantello. Nefertiti, accostatasi a quest’altra figura, l’osservò con aria assorta per un lungo momento, poi allungò una mano per accarezzarne il delicato seno.
“Anche questa è opera dei tuoi allievi, scultore Tutmosi?”
L’artista, in evidente imbarazzo, deglutì rumorosamente, poi tentò di rispondere:
“Ecco, vedi, regina, questo è… opera mia… diciamo… lo studio preliminare, perché poi, con il panneggio…”
Nefertiti sorrise senza rispondere e riprese a curiosare nel laboratorio.
Su di una mensola erano allineati molti busti e bassorilievi, alcuni appena tracciati, che raffiguravano le sue tre figlie e alcuni personaggi di corte. Le giovinette erano ritratte con i capelli raccolti a ciuffo da un lato del capo, segno caratteristico che contraddistingueva gli adolescenti di stirpe reale, sia maschi che femmine. Ancora più avanti v’era, appoggiata alla parete, una lastra di calcare coperta da un drappo.
“Cos’è quello?” chiese.
Tutmosi la scoprì con un deciso strattone. Vi erano delineati i volti di Akhenaton e della grande Sposa reale in atteggiamento intimo, come se stessero per baciarsi, ma i cartigli destinati ad accogliere i nomi e i titoli dei sovrani erano ancora vuoti.
Nefertiti scoppiò in una risata acida.
“Temo che quest’opera non ti verrà mai pagata, scultore Tutmosi. Oramai queste scene non interessano più al Signore delle Due Terre.” Si voltò inviperita. “Alle sue labbra ora si accostano quelle di un’altra... Bella che qui venne!”
Seguì un silenzio imbarazzato. Tutti naturalmente conoscevano la storia, ma nessuno al mondo si sarebbe mai permesso di farvi cenno.
“Sai tu, scultore Tutmosi, chi è Ne-fer-Neferu-Aton?”
L’interpellato rimase attonito per la stranezza della domanda.
“Sei tu Nefer-Neferu-Aton Nefertiti, regina!”
“Ah, si? Se tu credi questo, vai nel tempio grande, dove il Signore delle due Terre sta costruendo la grande sala dell’incoronazione per il suo giovane amico. In questi giorni hanno eretto i grandi pilastri con raffigurati i due sovrani reggenti. Li hai scolpiti tu?”
“N… no… io non…”
“Allora vai a vederli, Tutmosi, e leggi nei cartigli di Smenkh-ka-ra i suoi attributi. Vedrai che tra i suoi attributi c’è anche… il mio !”
Terminato il giro del laboratorio tornò a soffermarsi davanti alla statua in quarzite rosa che la ritraeva.
“Davvero ho i fianchi così grossi?”
Si strinse l’abito attorno alle cosce e osservò il proprio profilo.
“Forse sì. Maat, non è vero? Il signore dei Due Paesi vuole che tutto sia Maat, la verità, ma dei miei ritratti ora non sa più che farsene. Davvero ho i fianchi così grossi?”
Tutmosi ignorò prudentemente la domanda. Con voce imbarazzata disse:
“Ho provveduto io stesso a tracciare i disegni, sovrana. Vuoi vedere?”.
Senza attendere replica andò a prendere il sacco che aveva recato con sé, l’aprì e ne trasse alcuni rotoli di papiro. Li dispiegò e mostrò i disegni.
“Ecco, questi sono i profili, mentre questi sono per il busto… ecco vedi l’andamento del panneggio…”.
Nefertiti si volse di scatto.
“Trovi che sono cambiata da quando mi hai… conosciuta?”
Il disagio di Tutmosi divenne dilacerante. Avrebbe voluto essere lontano mille miglia, e nel contempo avrebbe voluto gettarsi su quella donna, strapparle i veli, godere di quelle labbra scarlatte. Questo gli era stato concesso due anni prima, e da allora il desiderio di gustarne nuovamente il fresco sapore era inesauribile tormento, ossessione, estasi. Non gli riuscì di rispondere.

La sovrana guardò sfrontatamente negli occhi l’uomo che le stava dinanzi.
“Il mio maggiordomo dice che quando un uomo mi guarda in quel modo è perché desidera abbracciarmi e spargere il suo seme nel mio grembo. Tu pensi che Meri-ra abbia ragione?”
Si allontanò di qualche passo, poi aggiunse:
“Forse è necessario che tu esegua qualche nuovo disegno. Ti manderò un messaggio. Farai quello che ti sarà detto di fare. O forse quello che ti andrà di fare.”
Tutmosi ebbe un’impennata di orgoglio maschile.
“Facendo quello che mi andrà di fare, dovrò forse temere la sorte di Umu-hank-o?”
“Quello era un uomo rozzo e volgare.”
Con una smorfietta perversa Nefertiti aggiunse:
“In più aveva il fiato troppo greve.”
Ora la voce era quella di una donna bella, onnipotente e capricciosa. La Grande Sposa Reale uscì dal laboratorio e fece un cenno all’auriga perché le accostasse il cocchio. Mentre saliva vide Tutmosi chinarsi profondamente. Sorridendo compiaciuta pungolò i cavalli.

Quattro giorni dopo un messo entrò correndo nel cortile del laboratorio. Chiese del capo scultore Tutmosi e, quando l’ebbe individuato, gli consegnò un coccio di terracotta sul quale erano trac-ciati dei segni in inchiostro nero. Senza profferire parola il ragazzo, che portava sul petto un medaglione con le insegne reali, riprese la sua corsa leggera sparendo lungo il viale.

Aton brillava nel cielo con tutta la sua maestà e la brezza che soffiava da ponente ne rendeva piacevole il calore. Tutmosi, indossata una tunica nuova e nuovi sandali, si fece porre in capo da una servente dell’unguento profumato e bevve una coppa di vino fresco. Dopo una breve esitazione decise di non portare con sé alcun servitore, quindi si pose a tracolla la sua preziosa sacca contenente papiri, colori e pennelli e si avviò alla riva del Nilo. Qui, attraccata alla piccola darsena, una feluca attendeva ormai da giorni gli ordini del padrone. Lo scultore capo vi prese posto e, dopo aver dato alcune indicazioni al barcaiolo, fece segno di prendere il largo seguendo la dolce corrente del grande fiume.

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