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LA BELLA CHE QUI VENNE

cap.5°
Dove si narra ancora degli amori e dell'epilogo della vicenda dello scultore capo Tutmosi e della bella Che Qui Venne.
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************************************************************************************Trascorse così un anno dal tempo dei pomeriggi felici vissuti con la regina. Lo scultore capo Tutmosi aveva ripreso a poco a poco l’attività e nei suoi laboratori erano tornati a risuonare le voci dei lavoranti e lo stridere acuto degli scalpelli. Solamente il sorriso non era più comparso sul volto del maestro, che tuttavia mostrava nel lavoro l’abilità e l’impegno di sempre. Seguiva con attenzione tutte le lavorazioni, ed in particolare quella di un grande sarcofago in granito rosso, con effigiate quattro figure angolari dalle ali spie-gate a protezione del defunto. Esse però non avevano le insegne delle dee tradizionali, ma il volto inconfondibile della regina Nefertiti. I lavoranti si erano stupiti quando furono loro consegnati i bozzetti in gesso affinché iniziassero la sgrossatura della pietra, ma le loro osservazioni furono immediatamente smorzate col pretesto di un ordine regale.
Ogni tanto Tutmosi veniva colto da un accesso di umore nero. Allora congedava bruscamente tutti ancor prima del tramonto, e si ritirava in un piccolo studio privato. Qui rimaneva in solitudine, talvolta sino a notte inoltrata, alla luce di alcuni lumi ad olio. Si sussurrava che stesse lavorando ad una statuetta misteriosa che talvolta si poteva intravvedere in un canto, collocata su di una ruota da vasaio e celata agli sguardi indiscreti da un drappo accuratamente disteso. Nessuno sapeva cosa fosse. Era intuibile dalla forma e dalle dimensioni che doveva trattarsi di un busto, ma nessuno l’aveva mai visto poiché il maestro impediva a chiunque anche solo di accostarsi alla porta dello studio. A qualsiasi indiscreto che avesse osato sbirciare aveva addirittura promesso di strappare immediatamente le orecchie, e tutti sapevano che l’avrebbe fatto senza esitazione.

Il sarcofago era oramai finito, levigato a regola d’arte ed aveva ottenuto l’approvazione di Meri-ra, il gran Sacerdote di Aton (omonimo del maggiordomo di Nefertiti) e di Ani, lo scriba reale.
Nefer-Cheperu-hersecheper, gover-natore della città, reclutò tutti gli uomini che occorrevano al trasporto e iniziò il viaggio della bara verso la tomba reale scavata nella roccia un iteru a oriente, all’imbocco di una gola stretta e desolata.
Il sarcofago venne posto su di una slitta di legno che, a sua volta fu montata su rulli di legno. Dopo aver imbragato il tutto con funi di canapa, si formarono delle squadre di operai che si sarebbero poste al tiro alternandosi nell’immane fatica, mentre altre recuperavano rapidamente i rulli man mano che la slitta avanzava scivolando su di loro, e li ponevano sul tratto di strada da percorrere, lubrificando il tutto con limo del fiume.
La distanza fu superata in sette giorni, poi iniziò l’opera di collocamento nella camera funeraria ipogea.
Superati i venti gradini della scala di accesso venne percorso il corridoio centrale lungo 44 cubiti e largo 6. Un’altra scalinata di 17 gradini portava ad un breve secondo corridoio, nel quale sarebbe successivamente stato scavato il tradizionale pozzo di protezione, per giungere finalmente nella vasta camera sepolcrale.
Tutmosi era appena risalito dalla tenebra del sepolcro e tentava di rieducare il proprio sguardo alla luce abbagliante del sole. Bevve un sorso d’acqua che un servo si era affettato a porgergli. Ad un tratto, volgendosi ad occidente, vide una nube di polvere levarsi e rapidamente ingrandire. Un cocchio trainato da una pariglia di cavalli bianchi gli si fermò accanto accecandolo con il polverone. I cavalli scuotevano il capo spruzzando tutt’intorno la schiuma delle froge ed ansimavano per la corsa.
Tutmosi avrebbe voluto riprendere l’impetuoso auriga per la sua manovra così infastidente ma, non appena ne vide il volto, la parola gli si disseccò nella gola.
Sul cocchio, sorridente, bella come non mai, protetta dall’auriga che con le redini cercava di trattenere al freno i cavalli, c’era la regina.
“Salute a te, scultore capo Tutmosi!”
Questi non poté fare altro che inchinarsi, mentre tutti i presenti si prosternavano nella polvere.
“Ho saputo che stai collocando a dimora il sepolcro della Grande Casa, e sono venuta a vederlo. Accompagnami”.
Tutmosi fece un cenno e subito gli inservienti accesero le torce. Nefertiti si inoltrò senza esitazione nella tomba e raggiunse il sarcofago che era già stato collocato nella sede prevista, su un rialzo composto da due piccoli pilastri, e stava per essere liberato dalle corde di trazione. Ne saggiò con le mani la levigatezza della superficie, poi fece accostare un lume per osservare le raffigurazioni d’angolo. Le scrutò attentamente poi si rivolse allo scultore:
”Temo che anche questa tua opera avrà poca fortuna. Fammi uscire”.
Giunta all’aperto salì sul cocchio.
“Domani riceverai il mio messo!” gridò. Poi fece segno all’auriga di avviarsi verso occidente.

Tutmosi si ritrovò davanti al portone socchiuso, come se quel lungo anno di silenzio non fosse mai esistito, come se si fosse trattato di un incubo, del delirio di una febbre improvvisa.
Percorse il cortile del tempio ed entrò nel giardino. In apparenza nulla era cambiato, sul bordo dello specchio d’acqua la regina si intratteneva con le sue dame ridendo e tenendo fiori profumati davanti al viso. Tutmosi si prosternò in un profondo inchino.
“Sono ai tuoi ordini, Nefer-Neferu-Aton Nefertiti, sovrana delle Due Terre!”.
“Salute a te, scultore capo Tutmosi. Siediti”
La regina era splendida come sempre, Portava una corta parrucca sulla quale era posto un cerchio in lamina d’oro. Ai lati del volto pendevano due lunghe piastre recanti cartigli regali e simboli divini decorati con pasta di vetro. Gli occhi erano cerchiati con crema bianca di gesso e verde di malachite. Portava un abito vaporoso di bisso.
“Del vino per il nostro ospite!”
Quando le dame si furono allontanate riprese:
”Scultore capo Tutmosi, non ti accorgi di nulla?”
L’uomo, già notevolmente frastornato, entrò nel panico.
“Di cosa, signora?”
Nefertiti rise mostrando la candida dentatura.
“Forse dovrai fare qualche altro disegno, Tutmosi. Temo di essere ancora cambiata”.
Fu in quel momento che l’uomo, percependo come un lieve vagito, distolse lo sguardo dalla signora e vide una cesta di papiro posta all’ombra di un piccolo parasole.
“E’ un bimbo?”
“No, Tutmosi, una bimba. Il suo nome è Neferneferura”
“Una principessa reale!”
“Forse, anche se reale solo per metà”
“Ma sua maestà Neferchep…” Nefertiti si alzò di scatto.
“Tutmosi, tra tutti gli uomini sciocchi, sei tu certamente il primo. Come fai a non capire!”
“Io… ma tu sei la regina…”
“Io sono innanzitutto una donna, e quando un uomo mi abbraccia e sparge il suo seme nel mio ventre, questo è ciò che ne consegue!”
Tutmosi cadde a terra come folgorato e prese a baciare i piedi della regina.
Nefertiti lasciò fare per qualche istante, poi gli ordinò di alzarsi.
“Nemmeno tu, scultore, sei riuscito a darmi un figlio maschio. E per ben due volte”.
“Come, due volte?” balbettò.
“Tu sai che è dalla nascita di Ankesenpaaton che lo Sposo Reale non conosce la sua Grande Sposa Reale?” Tutmosi la guardava completamente allocchito.
“Né la Grande Sposa né altre. Il Toro possente è meno virile di una giovenca!” Rise sguaiatamente. “E tu, scultore, quando mi hai conosciuta? Non rammenti nulla?”
“Si, certo, era il 10 Choiak del…”
“Del sesto anno. E l’8 Thot del settimo è nata Neferneferuaton Tasherit. Come te lo spieghi, dal momento che io non ho conosciuto altro uomo?”
Tutmosi era nuovamente caduto in ginocchio, non per deferenza ma perché le gambe rifiutavano di sostenerlo.
“Io non sapevo niente… nessuno mi ha detto niente… non immaginavo…”
“Capo scultore Tutmosi, sai perché ora sei qui? Sai perché non sei morto nel deserto aggiogato ad un carro?” Tutmosi taceva, allibito.
“Perché tu mi piaci, capo degli sciocchi dell’Alto e Basso Egitto!”
Nefertiti accostò il viso e baciò il suo amante sulle labbra.
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Anche questo amore ritrovato fu di breve durata. L’amante venne rispedito per la terza volta a casa e non gli fu più concesso di vedere la regina. Seppe della nascita di una sesta figlia, Setepenra, ma a conti fatti costei non era opera sua. Della Bella si parlava oramai sempre di meno. Il faraone aveva incoronato coreggente Smenkhara, al quale aveva dato in moglie la figlia maggiore Meritaton. Per quella cerimonia che dovette essere eccezionalmente fastosa, venne addirittura costruita un’ala apposita, la “Sala della Coronazione”, sita accanto al palazzo Reale ufficiale. Il nuovo faraone compariva sempre più spesso al fianco dell’Akhenaton, ed in atteggiamenti di equivoca affettuosità. Sulle lapidi al suo nome vennero aggiunti appellativi che esaltano l’amore del sovrano e destano non poche perplessità: Ankh-Keperu, amato da Nefer-keperu-ra; Nefer-neferu-Aton (il titolo che fu della Bella!), Ankh Wa-en-ra, amato da Wa-en-ra e simili. Alla Bella venne tolto – e questo è un altro fatto senza precedenti! - il titolo di Grande Consorte Reale, che passò alla figlia, i suoi cartigli furono abrasi e alcuni suoi ritratti modificati ed assegnati a Meritaton. L. Woolley, scrive a proposito della ‘damnatio memoriae che la regina subì nell’ultima fase del regno: ”Questo sarebbe stato un affronto aperto nel caso che la regina fosse stata ancora viva (e lo era! n.d.r.) e, nel caso contrario poi, un marito devoto non avrebbe certamente colto quell’occasione per far sparire quei segni che ne perpetuavano la memoria”.
Nel medesimo tempo la protezione divina parve abbandonare il paese del Nilo. Alcune truppe portarono dalla lontana Siria il flagello di Dio: la peste(11). I due faraoni, la corte e gran parte della popolazione fuggirono a settentrione, a Menfi. Ma l’antica signora rimase chiusa nel suo palazzo.

Tutmosi, sdraiato sul suo letto, era in preda ad una febbre altissima e delirava. Due suoi allievi cercavano di alleviarne le sofferenze applicando pezze fredde sulla fronte e cercando di fargli bere un decotto di salice e papavero, ma con scarsi risultati. Nel delirio pronunciava parole incomprensibili e agitava le mani davanti al viso, quasi a discacciare qualche visione paurosa.
Ad un tratto, vincendo l’opposizione degli assistenti, volle alzarsi ed uscì nel cortile. Avanzò barcollando. Il sole lo accecava, si dilatava nei suoi occhi in cerchi colorati che oscillando si dilatavano e si restringevano. Anche il suo corpo malfermo sulle gambe oscillava al ritmo di quella ridda mostruosa. Tuttmosi si coprì il volto con le mani e ritrovò un barlume di coscienza. Si avviò verso il laboratorio, seguito dai due uomini che ogni tanto, a bassa voce, cercavano di richiamarlo. Si soffermò un attimo a contemplare il bozzetto di una statua del deforme faraone, alla quale non aveva più posto mano da tempo, e prese a ridere stringendosi il petto per il dolore che i sussulti gli provocavano. Quando giunse alla soglia del suo studio, si volse e cacciò via i suoi uomini con un urlo quasi di fiera ferita.
Sul deschetto da vasaio era ancora posata la misteriosa figura celata da un drappo di lino. Lo scultore si avvicinò e fece cadere il telo. Improvvisamente divenne lucido, presente. La febbre pareva scomparsa, le forze ritornarono nelle sue membra, le mani persero il tremito. Fissò a lungo il volto divino della Bella, poi lo cinse con le braccia e lentamente, quanto lentamente! accostò le sue alle labbra della sublime figura. Fu il buio. Cadde trascinando nella sua rovina la più bella opera che mano umana avesse mai realizzato. La sabbia trascinata dal vento la ricoperse e la custodì per tredici secoli.

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