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LA BELLA CHE QUI VENNE

cap.1°
Dove si presenta la costruzione di una nuova città
da http://www.mcdonald.cam.ac.uk/Projects/Amarna/home.htm
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In Akhetaton, il 30° giorno del mese Epifi della stagione Shemu, nel 10° anno di regno di Nefer-kheperura Wa-en-Ra Akhenaton, ossia il 15 giugno del 1354.
Dell’antica era, naturalmente.

Il grande disco di Aton, il sole, si era da poco levato e già splendeva in tutto il suo fulgore nel cielo della nuova città che, per ordine del faraone, si stava costruendo a maggior gloria di dio. La prima delle nove grandi stele di fondazione era stata posata solamente due anni prima ma, pur nel breve tempo trascorso, la nuova capitale del regno era oramai pronta per essere stabilmente abitata dai reali, dai notabili e dall’immenso stuolo dei componenti la corte reale, e si offriva in tutta la sua magnificenza al divino caldo abbraccio.

Per i popoli delle ignote terre iperboree ogni giornata solatia non è mai uguale ad un’altra, solo quelle di pioggia si rassomigliano tutte quante nel loro uggioso colore, mentre l’avaro astro vivifica e dona vita in forme sempre di-verse. In quei luoghi il sole è fuoco, e non esiste alcun istante di fuoco che possa essere uguale ad un altro. Per l’egiziano, invece, il dio risorge ogni giorno nella sua immutabile veste e colora la sabbia del deserto d’ocra, il granito delle rocce di rosa, il cielo d’indaco e violetto.

Lo scultore capo Tutmosi uscì dalla sua palazzina e si avviò verso il capannone dove allievi e inservienti erano impegnati oramai nel pieno dell’attività lavorativa. Dopo pochi passi, quasi fu travolto da quattro ragazzi che correvano a piccoli passi saltellanti, reggendo a fatica una lettiga da trasporto colma di frammenti di pietra; si scansò appena in tempo e ricambiò con un cenno divertito il saluto dei quattro, ansimanti per lo sforzo. Li vide accostarsi ad una delle grandi fosse scavate nel cortile e riversarvi il loro carico; rise quando uno dei quattro vi cadde addirittura dentro, stremato dalla fatica.
Tutmosi(1) tornò ad osservare con sguardo compiaciuto il suo grande opificio. Sito in una via parallela all’asse viario principale, detta “del Gran Sacerdote”, consisteva in un ampio piazzale privo di recinzione e senza un limite definito; in esso erano state costruite, oltre alla palazzina padronale, numerose piccole casette composte per lo più da quattro locali - molte ancora da terminare - dove avevano dimora i lavoranti e le loro famiglie. Una grande tettoia, che rappresentava il laboratorio vero e proprio, chiudeva lo spazio a meridione. Era questo il cuore della bottega di uno dei più celebrati capi scultori della costruenda città di Akhetaton, l’Orizzonte di Aton. Al centro del piazzale due grandi vasche d’acqua, rifornite continuamente da un acquedotto, assicuravano una adeguata quantità del prezioso elemento, indispensabile all’opera di seghe, trapani, scalpelli, levigatoi impiegati nelle varie lavorazioni della pietra. In quei giorni dominava sul cortile un enorme blocco di granito di Assuan, che vi era stato recapitato dopo un viaggio inenarrabile, durato quattro mesi. Era alto una ventina di cubiti e poteva pesa-re quindici tonnellate. Svettava ingabbiato da una incastellatura di travi di legno sulla quale, arrampicati in precario equilibrio, un gruppo di lavoranti armati di mazzuoli di pietra e scalpelli di rame erano
all’opera per realizzare la prima sbozzatura di una figura colossale che già si intravedeva delineata con sottili tratti di inchiostro rosso. Al rumore stridulo degli scalpelli faceva coro quello prodotto da due fabbri che, poco discosto, ripristinavano gli utensili di rame logorati dall’uso battendoli a freddo su di un banco di pietra basaltica.
Il lavoro era frenetico perché il faraone aveva ordinato di costruire tutto e subito. La ‘sua’ città stava rapidamente prendendo forma sulla sponda destra del grande fiume, ennesimo miracolo dello straordinario popolo che vi abitava.

Naturalmente Tutmosi non era l’unico scultore della città. Nel medesimo tempo altri artisti erano all’opera nelle loro botteghe. Yui, ad esempio, lavorava alle dipendenze di Teje, la regina madre, che pur avendo mantenuto la propria dimora in Tebe, ove erano sepolti anche i suoi genitori, non mancava di far sentire la sua influenza con frequenti visite(2).
Questo artista ci ha spedito dal lontano passato una specie di cartolina pubblicitaria: nella tomba del sacerdote Huya da lui decorata, l’artista ha raffigurato se stesso intento ad ultimare una statuetta della principessa Baketaton, figlia della regina madre e sorella del faraone regnante; in quel mentre un allievo rapito da tanta arte esclama un michelangiolesco “essa vive!”.
Un altro artista assai quotato era Bek, giovane figlio d’arte in quanto il padre era stato capo scultore di Amenofi III, predecessore dell’attuale faraone. Era un ometto piccolo e grassoccio, che amava definirsi “…l’assistente che Sua Maestà in persona istruì; il Capo degli Scultori dei grandi e possenti monumenti del re nella Dimora di Aton in Akhetaton, Bek, figlio del Capo degli Scultori Men…”. Era dunque lo stesso monarca a dettare le regole di un suo personale e stravagante stile ispirato alla Maat, la verità. Bek e gli altri evidentemente vi aderivano con entusiasmo, portando queste indicazioni a limiti estremi che parevano divertire molto il sovrano. Nelle botteghe degli scultori si costruivano anche mobili e si elaboravano i progetti architettonici ed urbanistici della nuova città.

In mezzo a tanta concorrenza era comunque Tutmosi l’artefice indiscusso della ritrattistica reale. Egli sapeva che la statua conteneva come un duplicato della vita stessa della persona raffigurata e che dopo la morte continuava a rappresentarla non solo nella memoria, ma nell’essenza stessa della sopravvivenza. Il Ba, una specie di energia suscitata dal ricordo dei viventi e contenuta nella statua, legava a doppio filo il Ka, lo spirito ormai assunto nell’Empireo, ed il Sem, il corpo giacente incorrotto nel sarcofago di granito e oro, al quale doveva periodicamente ricongiungersi. La perfezione dell’immagine era quindi la continuazione della perfezione della vita presente anche dopo la morte; non solo, ma più utilitaristicamente impediva che il Ka… sbagliasse corpo, quindi la somiglianza era un requisito essenziale.

Il capo scultore Tutmosi riassestò sulla spalla la grande sacca che recava con sé. Era di tela, colma dei rotoli di papiro sui quali delineava i progetti e li modificava man mano che l’ispirazione o gli ordini della corte glie ne davano motivo. Attraversò quindi con passo altero il cortile del suo opificio.
Quando fece il suo ingresso nel laboratorio, perennemente invaso da una nube di polvere, gli allievi e gli operai sospesero per un attimo il lavoro salutando con deferenza, poi, ad un cenno del padrone, si reimmersero nelle rispettive occupazioni.
Il lavoro che si svolgeva in un simile laboratorio era quanto mai vario. In un angolo due uomini, muniti di lunghe pertiche, impastavano energicamente il gesso necessario per i calchi e per rivestire in strato sottile le sculture progettate per essere dipinte, imbrattando di schizzi le pareti; altri preparavano le tinte mescolando antimonio, malachite, terra ocra, polvere di carbone d’ossa, cinabro, lapislazzuli e quant’altro con resina e bianco d’uovo, mestando e rimestando sino ad ottenere creme finissime e morbidamente vellutate; altri ancora fabbricavano pennelli di varie dimensioni con i quali le opere sarebbero state rese vive di luce e colore.
Su di un grande tavolo di legno giovani artisti erano intenti a rifinire, sotto la guida vigile dei maestri, numerose maschere di gesso ricavate dai calchi del volto dei defunti, avendo cura di ridare modellato e freschezza ai lineamenti grezzi e sfigurati dalla morte. Tali maschere, dorate e dipinte, sarebbero state fra breve apposte alle mummie di quei personaggi che ora giacevano nei bagni di natron, in attesa che le complesse cerimonie dell’inumazione con-sentissero loro di raggiungere “la terra che ama il silenzio”, i verdi pascoli dell’aldilà. Altri calchi erano stati tratti da opere da riprodurre; vi si riconoscevano i volti dei componenti della famiglia imperiale ma anche di notabili e dame della corte perfettamente ritratti; da essi sarebbero state ricavate le statue di calcite destinate ad accompagnare i futuri defunti nell’estrema dimora.
In altra parte alcuni allievi tra i più abili davano gli ultimi ritocchi a due torsi femminili, uno nudo in quarzite gialla e l’altro, in granito rosa, rivestito da una impalpabile tunica di mussola pieghettata, destinati a divenire parte di sculture da realizzarsi in materiali compositi. Tutmosi, ideatore di questa innovativa forma d’arte tipica della sua bottega, si compiacque in cuor suo per la percettibile luminosità delle forme morbide e tondeggianti, poi si avviò al proprio studio, separato da quello comune da un tramezzo di mattoni crudi. Sul banco da lavoro, una piccola statua d’alabastro, alta meno di un cubito, rappresentava la Grande Sposa Reale nella tipica posa incedente, adorna di abito e gioielli cerimoniali; accanto due ritratti della sovrana a grandezza na-turale, uno in granito ed uno in arenaria, attendevano di essere completati, così come un terzo, in quarzo rosa, riposto su di una mensola.

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