CORSARO INNAMORATO
 
  LA FIABA DEL CORSARO INNAMORATO
LE ILLUSTRAZIONI DERIVANO DA OPERE DI CREPAX. Son certo che il 50% dei lettori (uno di due) troverà questa fiaba disdicevole per il contenuto e per le figure. C'è però un certo succo che un personaggio espone verso la fine, in virtù del quale, dopo lunghi tentennamenti, ho deciso di non cassare e nemmeno espurgare il racconto. Tanto in giro si vedono e si leggono cose assai peggiori...
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1


Il primo segno di ritorno della coscienza fu la percezione di un lucore attraverso le palpebre socchiuse. Volle aprire gli occhi; lentamente, con infinita pazienza chiese, supplicò, ordinò alle palpebre di dischiudersi, ma senza risultato. Comprese che la sua mente, per quanto ora fosse vigile, non era in grado di trasmettere gli ordini agli organi motori, e ne fu terrorizzata: narcosi, paralisi forse o… morte? Il tumultuare dei suoi pensieri non aveva riscontro con l’assoluta immobilità del suo corpo. Si chiese se avrebbe potuto uscire da esso, come in certi racconti gotici, vedere se stessa ed il luogo ove si trovava con occhi immateriali, ma anche questo risultò impossibile. Tuttavia, dopo un tempo che non fu in grado di quantificare, fu pervasa da una sensazione arcana, simile al risveglio da un coma artificiale. Fu come… come se lentamente l’identità si riappropriasse della macchina corporea, riabitasse poco alla volta il capo, gli arti, i visceri, ricostituisse quella duplice componente che è il segreto della vita. Sentì i muscoli, pervasi di nuovo dall’energia dell’esistere, dapprima rilassarsi e poi riacquistare tonicità; tornò la percezione del peso e della postura. Riuscì finalmente ad aprire gli occhi.
Si trovò distesa su di un lettuccio serico, fresco e frusciante. L’ambiente che la conteneva era illuminato da una luce diffusa, incolore, o, piuttosto, da un uniforme ed evanescente colore cilestrino; pareva una bolla che si fosse formata all’interno di una nuvola di vapore, ed in quella bolla si trovava rinchiusa. Cercò con lo sguardo qualche oggetto rilevante che le consentisse di mettere a fuoco, di percepire le distanze e le dimensioni, che fungesse da elemento di orientamento. Sollevò leggermente il capo: solo le dita dei propri piedi le diedero un poco di percezione della realtà. Le contemplò a lungo, con meraviglia. Le mosse, le agitò rapidamente. Erano le sue dita, senza dubbio. Erano vive.
Richiuse gli occhi e respirò profondamente, nella speranza di discacciare un incubo. Si sentiva bene, e si chiese meravigliata come il suo essere potesse godere di tanta sensazione di tepore e di benessere in quel mondo avvolto da una nube, dallo stesso velo diafano con cui gli scenografi sogliono rappresentare il mondo dell’irreale.
Il silenzio. Il silenzio dapprima le parve assoluto, l’inesistenza stessa di ciò che al mondo è. Poi credette di intendere meglio, di percepire un vago, lontanissimo brusio, come di una macchina che girasse a regime costante. Qualcosa di vivo, dunque, di meccanico, quindi di confortevolmente umano.
Si chiese se poteva trovarsi in una camera d’ospedale, o all’interno di una speciale macchina di sopravvivenza, o ancora nell’anticamera di un mitico paradiso. Avrebbe dovuto provare paura dell’ignoto, angoscia, panico, desiderio di riacquisire le certezze con le quali il mondo di sempre l’aveva sostenuta, ma tutto era confuso in un orizzonte lontano, come su di un grottesco fondale di teatro; per contro si sentiva bene anche spiritualmente. Tentò di rammaricarsene, senza successo. Sorrise divertita per simile idea e decise di alzarsi.
Per far questo si apprestò ad affrontare un gran fatica, ma con sorpresa il suo corpo si mosse agilmente, come spinto da una gravità in quel luogo dimezzata.
Quasi balzò a sedere sul suo lettuccio e tornò a guardarsi intorno. Certo, quel luogo era davvero strano.
Consisteva in un vano semicircolare di non più di sei o sette passi di diametro, coperto da una cupola in materiale opalino luminescente per il trasparire della luce esterna, e conteneva come unico arredo il giaciglio sul quale si trovava. Una continuità di pannelli in legno rossiccio rivestiva la bassa parete semicircolare e non pareva presentare finestre, mentre sul segmento restante si delineava una coppia di piccole porte ovoidali, come quelle delle cabine nautiche.
Si alzò in piedi con cautela, timorosa di una possibile vertigine. Resse bene la postura eretta, malgrado un lieve senso di instabilità, un impercettibile dondolio forse causato dal tappeto spesso e morbido che ricopriva il pavimento.
Fu in quell’istante che si rese conto di non indossare indumenti. Questo riversò in lei una nuova ondata di panico. Volse gli occhi alla disperata ricerca di un mezzo per coprirsi, un accappatoio, un telo qualsiasi, ma non vide nulla di simile. Tentò di strappare il copriletto, ma era saldamente fissato al supporto e sorprendentemente resistente.
La sensazione di benessere da cui era stata per un breve istante confortata svanì in un lampo, il terrore e l’angoscia emersero dal fondo della sua mente e le attanagliarono la gola.
Perché era racchiusa in quel luogo? Perché senza abiti? Da quando, da dove… i ricordi… i ric… dov’erano la sua casa, il suo lavoro, le sue vesti? Cos’era accaduto, da quando e come?
Chiuse gli occhi, si conficcò le unghie nelle tempie nel tentativo di svegliarsi dall'incubo, di trovare la calma necessaria a ragionare, a ricordare. Nella mente riaffiorò null’altro che una serie di immagini confuse. Si confortò pensando che l’effetto della droga che certamente le era stata somministrata non poteva durare ancora a lungo, ed allora avrebbe saputo. Supplicò se stessa di mantenersi calma, e prese ad osservare minuziosamente la sua prigione, perché ormai non v’era dubbio che tale fosse quella piccola stanza.
Qualcuno forse la stava spiando? No, in apparenza non v’erano occhi elettronici puntati su di lei. A livello del suolo, tutt’intorno alla cupola, correva uno zoccolo in metallo, sul quale si aprivano numerose bocchette di ventilazione spiranti aria tiepida, ma non credette di vedervi nulla di particolare. Il letto, discretamente ampio, aveva una spessa imbottitura di seta color paglierino, che bene si accordava con il colore azzurro cielo del tappeto; a fianco del letto un’ampia mensola fungeva da comodino, e a parete, alcuni pulsanti. Li premette con le dita, ma non produssero alcun effetto.
Cautamente si avvicinò alle porte, ne tentò le maniglie. La prima era fermamente chiusa e inamovibile, la seconda invece si aprì, dando adito ad un locale inaspettatamente spazioso. Era arredato come una comune stanza da bagno, fresco e luminoso, però i sanitari, vasca compresa, erano di vetro assolutamente trasparente, cristallino, che moltiplicava all’infinito la già intensa luce diffusa dalla copertura. Tutto appariva nuovo e perfettamente in ordine.
Constatò con sollievo che i rubinetti erogavano normalissima acqua calda e fredda. Si trovava quindi in un mondo reale. O forse no.
Il lavello era supportato da un armadietto; Clara gli si inginocchiò accanto e ne spalancò le ante. Conteneva i soliti indispensabili oggetti da toletta, una pila di fazzolettini di carta ed alcuni cosmetici di note case. Frugò in ogni angolo, speranzosa di trovarvi un telo, un lenzuolo da bagno con cui coprirsi, ma fu ben presto delusa.
Si alzò disperata e volse lo sguardo in quel secondo recesso del sua carcere. L’assurda uniformità della luce era innaturale, disumana. Nei luoghi dove la vita quotidiana si svolge, la luce ha sempre una fonte ben individuabile, una lampada, una finestra, un lucernario. Questo crea l’indispensabile contrasto tra chiari e scuri, genera le ombre, rende le cose famigliari o misteriose ma comunque percettibili. In quell’atmosfera, invece, * si sentiva diluita, inconsistente, credeva quasi di poter vedere attraverso se stessa. Si osservò nella grande specchiera a parete, era pallida, senza trucco, spettinata, gli occhi fortemente segnati come da un'interminabile veglia.
“Sei un pesce in un acquario – disse a se stessa – un pesce, ti hanno catturata e gettata in questa vasca.”
Fu dallo specchio che potè scorgere un piccolo particolare che interrompeva l’uniformità della parete opposta. Si trattava di una finestrella rotonda, larga poco più del palmo di una mano, una specie di oblò aperto proprio al di sopra dello sciacquone. Vi entrava una luce vivida, intensa, e non diffusa come in tutta la bolla di vetro, la dorata luce del sole.
Si arrampicò sul coperchio e da quella piccola apertura rotonda poté scorgere lo specchio di un mare azzurro, tranquillo, a perdita d’occhio. * tentò il fermo della finestrella che si aprì docilmente, ed una folata di vento fresco e profumato le investì il volto. Si trovava dunque a bordo di una nave, ora non v’erano più dubbi, ed il brusio lontano era quello delle macchine. Rabbrividì, e suo malgrado fu costretta a richiudere quello spiraglio aperto su un mondo reale che al momento le era precluso.
Tornata nella cameretta, si raggomitolò sconfortata sul lettuccio. Cos’era accaduto? Quale storia o dramma o incantesimo l’aveva racchiusa in quel luogo? Nella mente trovava soltanto immagini distorte e lampi incoordinati di persone e cose appartenenti ad un passato illeggibile come un mosaico in frantumi.

* era una piacevole donna, longilinea ed elegante. Prima di incappare in questa inconcepibile avventura era stata una signora come tante altre, quieta ed acquietata. Viveva una dopo l’altra le sue stagioni sempre uguali, scandite da eventi rigidamente ripetitivi e di fatto irrinunciabili. Era dunque una dignitosa signora per bene, graziosa pur manifestando i segni di una certa quale spigolosità fisica e di carattere. Sul volto, incorniciato da corti capelli tenuti con cura, brillavano iridi dal severo colore grigio metallico, capaci a volte di lampi nella penombra, abbinati ad un sorriso dolce, invitante e scostante in eguale misura. Il corpo armonico e snello aveva nel suo insieme una nota di raffinata eleganza, resa perfetta da un incedere talvolta agile e rapido, talaltra lieve e e morbido.
Questa donna, lieta come mille della sua esistenza serena e mediocre, giaceva ora abbandonata e piangente su di un giaciglio, racchiusa in quell’insensato cubicolo, marionetta senza fili e senza padrone.

* si scosse percependo una presenza accanto a sé. Scostò il velo delle lacrime e vide due minute persone che la osservavano sorridendo. Erano due donnine orientali, dal volto olivastro e tondo, con una grande crocchia di capelli neri e per occhi due sottili fessure nere.
Indossavano una lunga tunica di seta bianca chiusa al collo, che lasciava scoperte le braccia; una di loro reggeva un paniere di giunco, l’altra una specie di fagotto bianco. Parevano due statuine di porcellana.
“Chi siete? Dove ci troviamo?”
Ripeté all’infinito le domande in inglese, affannandosi, ora supplichevole ora battendo disperata i pugni sulle ginocchia, chiese il nome del padrone della nave, del mare in cui navigava, ma senza alcun risultato. Le donnine si limitavano a sorridere, immobili.
Quando parve acquietarsi, le si avvicinarono con premurosi inchini e, presala per i polsi, le fecero segno di alzarsi; poi la condussero in bagno. Qui prepararono una vasca di acqua tiepida e schiuma e l’invitarono ad entrarvi. * istintivamente tentò di ritrarsi, ma dovette sperimentare che le piccole mani delle cinesine, o di qualunque altra etnia fossero, erano sorprendentemente ferree e sapevano stringere e costringere. Si lasciò quindi adagiare nella vasca e ne ricavò un innegabile piacere. Una delle ancelle – o carceriere? – si allontanò, mentre l’altra rimase risolutamente di guardia.
Il significato. Il significato, il senso, la motivazione. Impossibile che non vi fosse una ragione immanente in tutto ciò, un recondito significato oltre l'incipiente follia nella quale * era ormai certa di cadere. Una vittima, forse, da sacrificare a qualche divinità, assurdo, non era una vergine impubere né questo pareva un lupanare e poi, se così fosse, per quali abominevoli meriti…
“Mio Dio! Io non sto impazzendo, io sono già pazza, tutto questo è frutto della mia follia, di una febbre che ha devastato il mio cervello…”
Poi rise in maniera irrefrenabile, convulsa. Aveva pensato che in risposta a tutti i suoi perché aveva avuto... un bagno profumato!
Il raffreddarsi dell’acqua fu un sufficiente richiamo alla concretezza del momento. Un brivido la convinse ad alzarsi. All’istante ricomparve la seconda donnina con in mano un grande asciugamano; con questo desiderato telo il suo corpo venne asciugato e vigorosamente frizionato, seduta sull’orlo della vasca ricevette le cure del pettine ed un cosmetico fresco e profumato sul viso, fu quindi ricondotta nella camera.
Sperò di trovarvi qualunque cosa fosse simile ad un abito, ma fu ancora una volta delusa, però il piccolo vano era piacevolmente riscaldato. Sulla mensola era stato apparecchiato del cibo, un piatto contenente una crema fumante e due bicchieri con acqua e vino. Avrebbe desiderato, per dignità, rifiutare di nutrirsi, ma il bagno era stato corroborante, e la cortese ma determinata presenza delle sue custodi le fece comprendere che era inutile opporsi. Inghiottì qualche cucchiaiata di cibo, concentrandosi per antica abitudine sui sapori nei quali credette di individuare aromi vegetali e minute particelle di carne, e si dissetò con il vino bianco e l’acqua vagamente amarognola come quella di certe sorgenti termali.
Il calo quasi repentino della luce ambientale denunciò l’incipiente tramonto. Le donnine le indicarono il letto sul quale era stata distesa una coltre di seta imbottita di piumino. Finalmente! Clara si adagiò avvolgendosi in tanta delizia. Oramai era buio e non pareva esservi illuminazione artificiale. Chiuse gli occhi.
2

Sporto sulla scrivania, i gomiti appoggiati al piano, il volto racchiuso nel palmo delle mani, Dom fissava il foglio di carta che teneva tra le mani. Lasciò lo sguardo vagare sullo sterminato spazio bianco, lasciò i pensieri fuggire dai limiti della coerenza e poi rientrae come in un vortice, e nel vortice delinearsi tenui ombre cilestrine, sfocate come una piccola immagine ingrandita all’infinito. L’uomo si portò le mani alle orecchie per attutire l’ossessionante battito del polso senza mai distogliere lo sguardo dall’epicentro dell’immagine, che ingrandiva e si allontanava come un'onda di marea.
Si riscosse, madido di sudore, col cuore in gola. Respirando profondamente riportò vita nelle membra, nella mente rifluirono i pensieri e le emozioni. No, l’autoipnosi non è sempre una buona esperienza.
Ora il foglio di carta era collocato nella sua sede, quieto ed amichevole.
Sorrise, ed iniziò a picchiettare sui tasti.
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La prima cosa che * percepì, risvegliandosi, fu la presenza delle due cinesine ferme immobili accanto al suo letto, in quella postura arcuata da un lato che è caratteristica delle statuine d’avorio degli antichi tempi. Suo malgrado fu costretta a sorridere tanto parevano buffe. Avevano portato una gradevole tazza di tè e qualche dolce con le quali si ristorò alquanto, poi la costrinsero nuovamente alla cerimonia del bagno. Dopo averla accuratamente asciugata le due scomparvero, lasciandola seduta sull’orlo della vasca, frastornata e perplessa.
Tornarono dopo qualche tempo recando ciascuna un paniere, e con sorpresa Clara si avvide che anch’esse non portavano abiti. Mostravano forme femminili appena acerbe e gradevoli, con la pelle liscia e lievemente ambrata.
Provò a chiedere il loro nome, in italiano ed in inglese. Parvero comprendere e indicando se stesse pronunciarono suoni che forse corrispondevano ai rispettivi nomi, assolutamente incomprensibili. Una di esse dischiuse la seconda porta della prigione e fece cenno di uscire. Varcata la soglia, Clara si ritrovò all’aperto, avvolta da un sole caldo ed accarezzata dalla brezza del mare. Oltre il limitare tuttavia v’era l’aria aperta ma non la libertà. Uno spiazzo, per quanto assai più grande della cameretta ove aveva trascorso le prime ore di coscienza riacquistata, era limitato da una grata aperta allo sguardo su due lati. Il sole abbagliante scintillava sul mare intensamente azzurro, sino al limite di una lingua di terraferma color ocra che si stagliava in lontananza; come in una cartolina illustrata nel cielo vagavano pigramente poche nuvole bianche.
Anche in questa specie di terrazzo il pavimento era coperto da un soffice tappeto di spugna; l’arredo era costituito da un paio di sedie bianche, un tavolino, un lettino clinico ed una sdraio in vimini di tipo balneare.
Le cinesine deposero i loro panieri di vimini in un canto, poi afferrarono la loro prigioniera, che stava rabbrividendo allo spirare della brezza, e la obbligarono a sdraiarsi sul lettino.
Iniziò una lunga e meticolosa seduta di cosmesi, massaggi ed unzioni che non trascurarono alcuna parte del corpo. Con abilità e cura furono manipolati muscoli e articolazioni, le ascelle depilate; volto, unghie, labbra e capezzoli furono ornati con idonee tinture, i capelli pettinati, gli occhi truccati in azzurro e nero.
Dapprima * tentò di sottrarsi alle attenzioni più imbarazzanti, ma le piccole mani delle sue custodi bloccarono ogni tentativo di ribellione e la persuasero ad abbandonarsi all’innegabile piacere delle cure.
In fine seduta le cinsero il collo e i polsi con un filo di splendide perle, ai lobi delle orecchie fermarono due piccole stelle. La ricondussero poi nella sua stanzetta e fecero per richiudere la porta. Con uno scatto disperato * si aggrappò al braccio di una di esse e tenendolo disperatamente stretto gridò:
“Voglio dei vestiti… per favore… vestiti… cloths… please, cloths!”
L’ancella guardò perplessa la sua prigioniera, come se non comprendesse il perché di tanta angoscia, poi sillabò:
“Dom like no cloths for madam…”
“Tu capisci... tu mi hai capito! Do you can understand me... ? I would cloths for me...”
“Dom like no cloths for madam!”
“Dom?! Chi è Dom? E’ il padrone, qui? Perché mi tratta così?”
La ragazza sguscio via abilmente e, a capo chino, uscì chiudendo l’uscio alle sue spalle.
* ora pareva una belva in gabbia. Furente si mosse per l’angusto spazio. Tentò di strapparsi i fili di perle dal collo e dai polsi, ma questi si rivelarono resistenti e impossibili da sfilare. né parevano avere alcun fermaglio. Si lasciò cadere sul letto, disperata ed inerte, poi si contorse come in preda ad uno spasimo atroce.
“Che fai? Mi vuoi? – gridò rivolta ad un immaginario voyeur – ecco, divertiti!”
Si gettò sul letto cercando coi gesti di essere più oscena possibile, ma dopo pochi attimi sentì una profonda pietà per se stessa, gli occhi le si gonfiarono di lacrime e si rannicchiò sussultando tra i singhiozzi.
Le cinesi tornarono dopo qualche tempo. Le videro il volto col trucco devastato dal pianto, squittirono tra di loro e la ricondussero fuori, nella gabbia. Qui detersero le colature di rimmel e restaurarono pazientemente il meticoloso maquillage. Avevano portato del cibo, imbandirono sul minuscolo tavolino un desco con tanto di tovaglia e bastoncini, e profondendosi in gentilezze si disposero a pranzare tutte assieme. Questo rincuorò un poco la prigioniera.
Furono serviti bocconcini di pesce veramente squisito, riccamente aromatizzato con erbe e spezie, * non era mai stata molto domestica con le bacchette, ma dovette adeguarsi e dopo qualche maldestro tentativo corretto dalle ragazze con mille risolini, riuscì a manovrare alla meno peggio i piccoli legni.
Mentre pranzavano fece una interessante osservazione. Le due cinesi apparivano indistinguibili agli occhi di un’occidentale, tuttavia avevano un particolare, forse voluto, che le distingueva. Una aveva le unghie della mani laccate in bianco perlaceo e sulle labbra un rossetto di identica tonalità, l’altra un impossibile colore verde scuro. Clara prese le mani della prima, indicò le unghie e disse:
“That’s white, you Withe!”
E all’altra:
“That’s green, you Green!”
Le interessate parvero comprendere e tra mille risolini dissero più volte:
“I’m Withe, I’m Green! Green! Withe!”
Questi soprannomi parvero divertire molto le due ragazze, che in seguito mostrarono di adattarsi volentieri ad essi.
Lievemente inebriata dal sole e da un fresco bicchiere di vino bianco * si dispose a trascorrere il pomeriggio tra brevi assopimenti e sedute di ginnastica attiva e passiva eseguita in armonia con le altre due donne. Si rendeva conto che la mancanza di una qualsiasi attività, di un lavoro era peggiore ancora della perdita della libertà: avrebbe potuto illudersi di soggiornare in un villaggio per vacanze, se non fosse stato per gli stretti ambienti in cui si trovava reclusa e, soprattutto, per l’intollerabile privazione degli abiti cui era obbligata. Anche Green e Withe si esponevano per la maggior parte del tempo nella stessa condizione, e ciò dava la sensazione di vivere nell’harem di un mitico sultano o in una colonia di naturisti, ma era una consolazione quanto meno modesta.
Oltretutto senza un perché, un razionale, una giustificazione qualsiasi.
Solo la notte, che poteva trascorrere con la rassicurante protezione di una coltre, poteva essere di un qualche conforto, ma nel dormiveglia i pensieri e spezzoni di ricordi si affollavano in una ridda confusa, allucinante, che ben presto provocava il crollo delle facoltà logiche e faceva cadere la vittima nel torpore e nel buio.
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I giorni – quanti non poteva oramai più saperlo - si susseguivano con identici ritmi, con le medesime cerimonie. La scansione immutabile delle giornate è tipica di tutti i luoghi di reclusione, ed è utilizzata per impedire agli ospiti di pensare, abituarli a non avere necessità e a non avanzare, di conseguenza, alcuna richiesta. Anche * dovette assoggettarsi a queste leggi. Chiese dei libri, e le vennero consegnati alcuni romanzi in italiano ed in inglese di autori di successo, ma, dopo averne iniziato di malavoglia un paio, perse ogni interesse alla lettura e li abbandonò in un canto. Notò tuttavia che il suo corpo stava subendo una netta trasformazione. La pelle si faceva liscia e soffice, gli immancabili difetti dell'epidermide stavano scomparendo. La muscolatura era tonica ed elastica, il camminare disinvolto. Ogni tanto veniva aggiunto un filo di perle, ed ora erano ormai quattro quelli che le ornavano i polsi ed il collo.
Green e Withe passavano gran parte della giornata in sua compagnia; portarono perfino dei giochi orientali che le insegnarono con infinita pazienza.

Un pomeriggio, quasi all’improvviso, il cielo si oscurò. La nave stava avanzando verso un’immensa nebbia densa di tempesta. Si levò un vento teso e freddo. Le cinesi si alzarono e * si dispose a seguirle raccogliendo qualche oggetto sparso sul tavolo, ma accadde un fatto sconvolgente. Con inaspettata durezza fu afferrata da coloro che, all’improvviso, da amiche affettuose si trasformarono in aguzzine. La trascinarono al centro della gabbia e la legarono ad un fermo che pendeva dall’alto, e che faceva capo alla fune di un argano. * non aveva mai fatto caso a quel congegno, né mai avrebbe immaginato che sarebbe stato uno strumento di tortura a lei destinato. Si sentì sollevare, tendere al punto che i piedi a stento posavano sul pavimento. Esile, elevata sino allo spasimo delle sue giunture, si stagliava contro il cielo sempre più nero come una figurina di Alberto Giacometti. La nave beccheggiava sotto le raffiche di vento che sollevavano enormi marosi e la vittima perdeva spesso l’equilibrio pur restando sospesa al patibolo che le mordeva i polsi. Il freddo era atroce, lampi intensissimi seguiti dal boato dei tuoni dilaceravano il cielo. Folle di terrore * urlò, invocò aiuto, pregò i santi, ma il frastuono della bufera era tale da impedirle di udire la sua stessa voce. Iniziò a piovere. Grosse gocce scagliate dalla furia della bufera la trafissero come dardi, in breve i rovesci d’acqua divennero tali da impedirle di respirare, da soffocarla. Ogni tanto credeva di perdere i sensi e tentò più volte di abbandonarsi al nulla, ma la violenza dell’acqua e del vento le impediva questo sollievo. Era costretta a tenere il capo più flesso possibile per consentire alla bocca di aspirare un po’ d’aria.
In pochi minuti - ma alla poveretta il tempo non parve di certo così breve - la nave uscì da quello spaventoso inferno. Green e Withe accorsero al suo fianco, la liberarono e sorreggendola di peso la portarono nel bagno, dove l’immersero nell’acqua tiepida. * svenne.
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Aprì gli occhi nel chiarore del mattino, chiedendosi quale mai spaventoso incubo l’avesse tormentata nel sonno, poi rammentò nitidamente la spaventosa avventura vissuta. Qualcosa di morbido e tiepido premeva i suoi fianchi. Erano le due cinesi che si erano coricate con lei e svegliandosi le diedero un bacio sulle guance.
“Siete due giuda” gridò. Ma quelle non compresero e continuarono a sorridere. Le spiegarono che si era coricate con lei perché era fredda ed avevano temuto che si ammalasse. Con i loro corpi le avevano fornito il calore necessario a sopravvivere.
Perché, perché tutto questo, chi aveva voluto sottoporla ad una prova simile?
La risposta era sempre la stessa.
“Dom like that…”
“Ma chi è questo dom?”
“Dom like that!”
La giornata e quelle successive si svolsero secondo il canone consueto. Un modo di vivere immutabile, infinito, senza scopo… e la disperata vicenda sofferta? Era forse quello uno scopo? Guardò i polsi che ancora le dolevano. Quei bracciali di perle luccicanti e misteriosi, ora erano simbolo di sofferenza, minaccia di altri tormenti che si sarebbero aggiunti alla condizione in cui era costretta a vivere.
Trascorse il tempo, pigro e non quantificabile. L’esperienza dell’uragano pareva oramai lontana, talvolta dimenticata. Ma un giorno…
Il caldo sole ormai volgeva al tramonto ed era tempo di rientrare. All’improvviso, con la rapidità e determinazione già sperimentate le cinesi la bloccarono e l’appesero al gancio dell’argano che pendeva al centro della gabbia. Gridò sentendosi tendere verso l’alto, fu devastata dal panico quando le venne infilato sul capo un cappuccio nero di maglia elastica che le oscurò la vista.
Urlò, pianse, chiese pietà, maledisse le sue aguzzine. Il timbro della voce era acuto come mai in vita sua, si scuoteva, tremava supplicand

Si irrigidì percossa sulle cosce da un atroce ed inatteso dolore. Inspirò profondamente, poi emise un grido acutissimo... quando non ebbe più voce nè lacrime il suo patibolo parve allentarsi e Clara scivolò lentamente a terra inerte, svuotata, incapace di qualsiasi reazione. Respirare costava una fatica immane, aveva oltrepassato i limiti della percezione del dolore e si sentiva come una massa informe, enfiata, pesante. Quel poco di essere che ancora sopravviveva era concentrato nella fatica di sopravvivere.
Ed ecco una mano calda e morbida carezzarle il petto, poi scendere sfiorando la pelle nei recessi del grembo. Le labbra calde e umide di un uomo sfiorarono le orecchie, le pieghe del collo. Un peso greve la oppresse... sentì ancora mani gentili accarezzare e stringere le sue gote, una bocca calda e umida sfiorare le sue labbra. Il cappuccio nero fu sfilato via, e dita delicate le deterso gli occhi pieni di lacrime. Dopo un tempo infinito riuscì a mettere a fuoco il viso che la sovrastava
Dalle labbra esangui uscì come un gemito:
“Tu!”. Perse conoscenza.

A riprendersi necessitò di molti giorni. Dolori atroci le impedirono a lungo di muoversi e gestirsi, fu scossa da brividi di febbre appena mitigati dagli infusi che le due ancelle apprestavano di continuo. Sulla schiena aveva lunghe escoriazioni urenti, l’esile struttura ossea e muscolare doleva in ogni dove, le spalle e le ginocchia parevano slogate ed ogni movimento era accompagnato da involontari gemiti di dolore. Sulla pelle fiorirono strie bluastre e rigonfie, intrecciate tra di loro in un crudele reticolo.
Tra i mille tormenti talvolta il volto dell’uomo che l’aveva seviziata e costretta a subire il contatto fisico affiorava indistinto come nella nebbia, e Clara dubitava di quanto aveva percepito, dubitatva dell'improbabile identità di quell'uomo. Un uomo che aveva conosciuto come pacato e gentile, che aveva meritato una sua tepida simpatia e che mai avrebbe pensato di ritrovare crudele e violento.
Si sforzava di provare odio e disgusto per quel seme che aveva violato i suoi recessi; si stupiva tuttavia che ciò fosse frutto della ragione e non dell'animoa. Su tutto e malgrado tutto dominava, e non poteva essere diverso, il terrore di altre e peggiori violenze.
Clara osservava i guasti inferti al suo corpo, e se la mente chiedeva inevitabilmente il perché di simili atti, una strana inquietudine di fondo pareva suggerire che tutto era stato una necessità incontrollata e inevitabile, di essere stata lei stessa protagonista della sublimazione di una vittima sacrificale. Tornava alla mente quanto aveva letto in libro alcuni anni prima: "Esiste un dolore che non è tale in sé, ma lo è solo perchè nessun uomo lo infliggerebbe mai ad un altro uomo senza esserne a sua volta colpito".
L'intima unione della vittima e del suo carnefice.
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5

Da non molti giorni * aveva riacquistato una accettabile condizione fisica, quando l’evento nuovo si manifestò, e di ben altra natura.
Dopo un pomeriggio trascorso come tanti altri tra noia e meticolose cure della persona, quando l’ora della cena era imminente come in tutte le carceri, le due ancelle le si accostarono. Emozionate loro stesse, le dissero forzando il loro modesto linguaggio:
“You, to night, you can dinner with Dom… your cloths, beautiful cloths for dinner with Dom!”
Inerte, stordita * si abbandonò alla ritualità della cosmesi con assoluta sottomissione, chiedendosi a quale nuovo altare sarebbe stata destinata. Profumi d’infinita dolcezza si riversarono sulla sua pelle, ogni minimo dettaglio fu esaminato come mai era successo.
L’abito in cui fu avvolta era veramente straordinario. Confezionato con un'impalpabile tessuto di seta color oro, consisteva in una tunichetta a pieghe a doppia gonna, lunga alla caviglia, aperta sul fianco sinistro ove era fermata all’altezza dell’anca mediante asole e bottoni di perle, velando appena la persona.
Clara accettò comunque quello che non era un vero abito, ma piùttosto un ornamento e seguì le due fanciulle fuori dalla bolla nella quale era stata rinchiusa sinora.
Percorso un breve corridoio fu introdotta in una piccola sala da pranzo. Dalla tavola imbandita con uno scintillio di cristalli. Dom le si fece incontro, l'afferrò per le braccia e fece l'atto di baciarla. * volse di scatto il viso da un lato, e l'uomo si limitò a sfiorarle il collo con le labbra. Sedettero uno di fronte all'altra in un silenzio che parve non avere mai termine. Talvolta gli occhi dei due commensali si fissavano vicendevolmente, poi o l’uno o l’altra abbassava lo sguardo, incapaci entrambi di profferire parola.
Dom versò del vino.
“Bevi!”
* scosse il capo, poi riuscì a trarre un profondo sospiro.
“Cosa significa tutto questo?”
“Ti amo."
“Me l'hai già detto.”
“Te ne rammenti…?”
“Certo!” * divenne aggressiva. “Forse mi ha fatto anche piacere. Ma che altro avrei potuto darti se non la simpatia di un'amica? Che altro avresti voluto da me?”
“Allora, nulla. Ma ora, come vedi, tu sei mia. Ho realizzato il mio scopo.”
“Tu non hai me, tu hai una bestia in gabbia. Come ci sei riuscito?”
“Un caso. Una rara congiunzione tra vita e fiaba. Succede. Più spesso di quanto non si creda.”
“E allora…?”
Dom non rispose subito. Bevve e versò del vino a Clara. Poi indicò dall’ampia finestra della cabina l'orizzonte infuocato dall'ultima luce del tramonto..
“Sai dove siamo? Quella è Labuan, forse ricordi… Salgari, i pirati… La Perla di Labuan. Siamo in Malesia, oggi Malaysia, ma a chi appartenga Labuan, da quando il sultano del Barein vendette l’isola agli Inglesi, oltre un secolo e mezzo or sono, non è ben chiaro. Il vero padrone d'oggi è un signorotto che può farvi il buono e il cattivo tempo. Il caso volle che colui divenisse mio debitore, ed io chiesi te in pagamento.”
Ad un cenno di meraviglia di * proseguì:
“Siamo nel Borneo, e tu sei mia come possono essere mie questa cravatta o quelle due ochette rannicchiate in quell’angolo. Questo non scordarlo mai.”
"Ammetto, anche se non ci capisco nulla. Mi hai rapita come un antico tiranno e come tale mi hai usato violenza, ma perché mi hai... fatto quello che mi hai fatto?"
"Ti ho lasciata in una certa condizione... perché prendessi coscienza della tua corporeità, quella vera, autentica, rinnovata, quella che oggi è mia. Se è vero che io ho sempre desiterato la tua anima, essa ha pur sempre un contenitore, e questo è il tuo corpo. Io posso possedere la tua anima solo attraverso il tuo corpo. Poi ti ho esposta all'uragano perché tu potessi comprendere che io sono parte degli eventi naturali, che sono reale e non illusorio, e che tu sei ora un mio possesso. Non sono frutto di un delirio onirico e nemmeno effetto di allucinogeni. Il mio è un mondo reale"
"E perchè poi...?"
"Per completare il triplice composto del sentimento che chiamiamo comunemente amore. L'amore propriamente inteso, l'odio e la lussuria. ..."
"Mio Dio! Ho creduto di morire!"
"Si, avrei potuto farti morire, io posso farti morire quando e come più m'aggrada. Io posso farti morire, ed il tuo corpo si dissolverebbe nell'acqua di questo mare. Io posso farti morire, e di te rimarrebbe un vago afrore di donna che solo io potrei percepire nell'aria del mattino."
"Amore e lussuria, posso comprenderli... perché mi dovresti odiare? Ma che ti ho mai fatto? Per quale colpa?"
"Colpa? Come fai a non capire! La tua colpa è la più grave, la peggiore che una donna possa commettere!
Al silenzio di *, Dom si sporse in avanti:
"La tua imperdonabile colpa è quella di essere comparsa nella mia vita. Ho dovuto punirti perchè mi sei piaciuta, e mi piaci!"
Clara tacque a lungo. Di piacere a Dom lo sapeva da tempo ma non aveva mai dato peso alla cosa. Tante cose piacciono nella vita, un'auto, una villa e, perchè no, una persona. Ma sono desideri che giacciono riposti in un cassetto, che sostanzialmente lasciano il tempo che trovano. Ora, invece...
"Ma che ho mai io per piacerti fino a questo punto? Io non..."
"Ecco la tua colpa imperdonabile! Tu mi piaci esattamente come sei... e non c'è un vero motivo per il quale tu mi debba piacere fino a questo punto! Io ti amo e ti desidero e ti odio in egual misura! Ed ho voglia di possederti e distruggerti in eguale misura. Amore e dolore rendono indissolubile qualunque legame. Il figlio lega e sè la madre squassando il suo corpo nella nascita. Il mio amore e la mia violenza obbligheranno te ad amarmi. Ceniamo."
* ascoltò queste sconsiderate parole in silenzio. Bevve un poco di vino e quasi non toccò cibo.
“Bene, ora si va a dormire.” Dom fece un cenno alle due cinesine, che trascinarono * in un bagno ove la aiutarono ad espletare i riti preparatori per la notte. Poi la condussero in camera da letto. Era questa una cabina attigua assai meno spaziosa e molto calda, occupata per intero da un ampio letto. Dom se ne stava nel suo canto e leggeva un giornale. Entrare nuda nel letto di un uomo era cosa inconcepibile e * vi fu costretta pressoché a forza. Si distese buffamente rigida nel suo lato, ad occhi chiusi, sin che Dom augurò la buona notte e spinse la leva di un interruttore, che convertì la luce in un lucore azzurrognolo, come in una corsia di ospedale.
* non aveva pensieri. Era stordita, il respiro lieve e regolare di Dom occupava tutta la sua mente e le impediva di coordinare anche la più semplice ideazione logica. Era preda di un miscuglio di rabbia, impotenza, lusinga, desiderio e dolore. L'orlo della pazzia.
Si assopì. La mano di Dom penetrò sotto il velo leggero del lenzuoloe percorse il dorso di * con lievi, lente carezze, dalla nuca alle delicate salienze dei fianchi, con tocco caldo e morbido, poi ancora dai fragranti anfratti alle spalle fragili, al collo, alla vita che le mani cinsero con una stretta improvvisa.

Rannicchiata al fianco dell’uomo, * piangeva con lievi sussulti. Ad un tratto si eresse su di lui e gli infisse le unghie nel petto.
“Perché tutto questo? Perché è successo a me tutto questo? Com’è possibile che io abbia desiderio… di te? Chi sono diventata?”
“Non sei diventata, sono stato io a crearti!.”
“Ma quale .... Io avevo una mia vita, un mio mondo… e di te non ho mai...”
"Non è a me che ora pensi, ma a quello di te stessa che non è mai stato ed ora è!"
"Non nè vero!" gridò disperatamente. Cercò di aggrapparsi al suo passato, a... perchè era così difficile evocare i ricordi di tutto ciò che era stato l'essenza della vita trascorsa?
Si adagiò sul corpo di Dom.
“Che ne è di quel mondo ora che sono qui?”
Dom la fissò a lungo accarezzandole i capelli, poi si alzò, afferrò la donna per un polso e la trascinò quasi con violenza alla finestra.
“Guarda laggiù! La, dove c’è quella luce violetta.”
Effettivamente * distinse sull’orizzonte un lucore.
“Guarda attentamente, non distogliere mai lo sguardo!”
* ebbe un brivido di freddo e Dom l'abbracciò stringendola con le braccia.
La luce dapprima violetta divenne grigia, poi generò la cornice di un quadro che ingrandiva lentamente come per uno straordinario effetto ottico, come in un grande schermo in bianco e nero. Al centro andavano delineandosi alcune immagini sempre più nitide. Scorse una via che divenne immediatamente familiare, vide se stessa parcheggiare una vettura sotto i platanai, poi un gruppo di persone vociante nell’atrio di un moderno edificio, ed ancora scene di ordinaria giornata.
“Ecco, la vita in quella dimensione non è granché cambiata. E’ in questa che si sono plasmate nuove entità.”
“E questa, che dimensione sarebbe?”
“E’, amore mio, nessun condizionale, è: questa dimensione esiste!”
“E io? Perché…”
"Perché colei che hai visto laggiù non mi appartiene, mi è indifferente. Io però ne ho estrapolato quanto possiedo per diritto di conquista e l'ho portato in questa parte dell'universo dove niente e nessuno potrà mai sottrarmelo. Ho dilavato le scorie che offuscavano la tua purezza, ho impresso sulla tua pelle il mio sigillo. Quello che è successo questa sera si ripeterà ogni qualvolta io lo vorrò, noi lo vorremo. Non scordare mai quanto ti ho detto: tu sei mia, mi appartieni, tu sei l’oggetto vero, vivo, carnale del mio desiderio!”
Dom strinse a sé il corpo di *, le labbra si incontrarono, le bocche si dischiusero.
Lontano, molto lontano risuonavano i soliti concitati richiami, ma essi non li percepirono
Clara mormorò:
"Mordimi il seno!"
Ed alla perplessità di Dom aggiunse:
"Fallo, ti prego..."
Dom prese un capezzolo di Clara tra i denti.
"Forte... più forte!"
Dom strinse i denti per quanto ebbe il coraggio di farlo.
"Così, quando mi farà male, saprò che non è stato né un sogno né un incubo."
"Sei meravigliosa!"
"E' meraviglioso... ed io sono meravigliosa!"
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La dama di cristallo
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